È il libro che nel 2015 ha vinto il premio Strega.
Il titolo è di quelli che possono sembrare di primo acchito
suggestivi ed evocativi; in realtà è programmatico e didascalico.
Questo è infatti, in pratica, un libro a tesi: l’autore
intende affermare e dimostrare come la ferocia – al pari del cinismo, dell’opportunismo,
della violenza, della volontà di sopraffazione – rappresenti una ineludibile
legge di natura a cui uomini e animali conformano (potremmo dire
deterministicamente) il proprio comportamento.
La vicenda che viene raccontata sembra costruita
appositamente per esemplificare questa tesi, escludendo o spingendo alla
periferia dell’orizzonte del lettore qualunque cosa possa discostarsi dalla
logica e dalla fenomenologia della ferocia.
La storia ha per protagonista una ricca famiglia di Bari, i
Salvemini, il cui straordinario benessere è basato sulla spregiudicatezza del
capofamiglia, il vecchio Vittorio, attivissimo imprenditore edile, tanto
determinato nel concepire e perseguire la realizzazione di progetti grandiosi
quanto abile nel garantirsi l’indispensabile appoggio di politici, magistrati,
dirigenti pubblici, funzionari capaci di piegare la legge e le sue
interpretazioni alle esigenze e alle ambizioni del loro cliente senza scrupoli.
Vittorio ha una moglie, Annamaria – perfettamente assuefatta
agli agi della ricchezza e pronta a compiere qualunque sacrificio in cambio del
pubblico riconoscimento del suo ruolo di legittima consorte di un uomo di successo
–, e quattro figli: il primogenito Ruggero, oncologo di fama internazionale ma
talmente invischiato negli sporchi affari del padre, dopo avergli fatto per
anni da prestanome, da non potersi costruire un’esistenza indipendente e lontana
dai famigliari che detesta; Clara, bellissima e scandalosamente rassegnata a
trasformarsi (non senza una cupa ironia, peraltro) in un oggetto al servizio
delle pubbliche relazioni della famiglia; la giovane Gioia, all’apparenza
soltanto sciocca e viziata, in realtà intimamente corrotta dall’abitudine dei
suoi famigliari a usare per fini meramente utilitaristici le debolezze del
prossimo; e infine Michele, la pecora nera, nato da una relazione adulterina di
Vittorio (nell’unica occasione in vita sua in cui abbia messo in pericolo la
sua famiglia-azienda per cedere al sentimento), allevato insieme ai fratellastri
ma senza mai essere trattato realmente come loro − e forse per questo afflitto
da gravi problemi psichici −, e tuttavia amatissimo da Clara, alla quale resta
legato fin dall’adolescenza in maniera quasi morbosa.
Un'immagine di Nicola Lagioia
Proprio l’affetto tra fratello e sorella, che sfugge alla
legge fondamentale della ferocia (la quale prevede l’automatica emarginazione
ed eliminazione del più debole o del “diverso”), in un contesto siffatto,
rappresenta l’anomalia che metterà in crisi l’intero sistema, generando una
sorta di inatteso buco nero capace alla fine di divorare tutta la ricchezza dei
Salvemini.
Quando infatti Clara morirà, per le conseguenze di quello che
tutti credono un gesto suicida, ma che è invece qualcosa di peggio – cioè un
incidente al termine di un festino erotico finito male, di cui la ragazza è
stata protagonista insieme ad alcuni degli esponenti più in vista del mondo
politico-culturale pugliese –, la sua famiglia sacrificherà il bisogno di
renderle giustizia ai vantaggi che agli affari dei Salvemini possono venire dal
ricatto operato ai danni di quegli importanti personaggi.
Solo l’intervento di Michele consentirà alla verità di venire
a galla; e tuttavia, il suo gesto smascheratore, volto a rompere la catena
della ferocia di cui Clara è rimasta vittima, risulterà paradossalmente a sua
volta di una ferocia inaudita, e travolgerà la sua stessa famiglia.
Il libro di Nicola Lagioia è un’opera imponente e impegnativa,
una macchina assai complessa in cui gli ingranaggi del romanzo famigliare, del
romanzo sociale e del noir vengono regolati in maniera tale da muoversi
simultaneamente.
Particolarmente interessanti sono i personaggi, che vengono
definiti come entità di per sé ambigue e sfuggenti, non sono privi di
molteplici sfaccettature, e in alcuni casi presentano un profilo antropologico
cesellato con quella che potremmo chiamare acribia psicanalitica; i loro
chiaroscuri, però, vengono resi quasi illeggibili dall’assoggettamento di tutte
le loro disposizioni alla norma dominante della ferocia, quasi che proprio la ferocia debba essere l'unico autentico personaggio.
Nicola Lagioia festeggia la conquista del Premio Strega
Ma è soprattutto sull’aspetto linguistico che si gioca la
vera personalità del romanzo. La lingua (che è in fondo l’elemento che mette in
moto l’intero meccanismo) è a sua volta estremamente elaborata: in alcuni casi
viene congeniata in maniera tale da avviluppare il lettore in una nebbia di
parole, quasi si volesse mettere il soggetto o la realtà che si intende
descrivere un po’ fuori fuoco, per ottenere un frastornante “effetto flou” in
cui l’imprecisione genera dubbi che ingigantiscono il senso di inquietudine che
permea intere sezioni del testo.
Altre volte lo spin della frase si carica di pretese
lirico-filosofiche cercando di tradurre concetti complessi in formule verbali
che vorrebbero essere memorabili e nel contempo esatte nella loro complicata
astrattezza.
In generale si tratta di una lingua ad elevato tasso di
sperimentalità, che cerca palesemente di forzare l’ottusità del linguaggio
ordinario per guadagnare un terreno in cui il suo carattere risulti nel
contempo nettamente scientifico e intensamente metaforico.
Purtroppo l'esperimento riesce solo a metà, e il testo, nonostante alcuni passaggi indubbiamente felici, non arriva mai a trovare davvero un suo equilibrio stilistico, finendo per apparire molto verboso e piuttosto artificiale, tanto da smorzare alla lunga la tensione con cui si vorrebbe tenere il lettore sulla corda fino alla fine, e da rendere la lettura stessa assai faticosa.
Voto: 6-
Purtroppo l'esperimento riesce solo a metà, e il testo, nonostante alcuni passaggi indubbiamente felici, non arriva mai a trovare davvero un suo equilibrio stilistico, finendo per apparire molto verboso e piuttosto artificiale, tanto da smorzare alla lunga la tensione con cui si vorrebbe tenere il lettore sulla corda fino alla fine, e da rendere la lettura stessa assai faticosa.
Voto: 6-
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