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venerdì 19 agosto 2022

Mario Desiati, "Spatriati", Einaudi


 Cos'è uno "spatriato"? Nel dialetto di Martina Franca - ma più in generale nel gergo dell'autore - è un individuo irrisolto, spaesato, geograficamente, sentimentalmente e moralmente disperso o incapace di raggiungere il proprio centro di equilibrio.
 Il romanzo di Mario Desiati è pieno di persone così. Lo sono di certo i genitori del protagonista-narratore Francesco Veleno, Elisa Fortuna e Vincenzo Veleno, nel loro matrimonio segnato dall'incompatibilità reciproca, che porta lei a diventare l'amante di un medico dell'ospedale presso il quale presta servizio come infermiera (che è anche il padre di Claudia, la ragazza da cui Francesco è da sempre attratto), e lui (professore di educazione fisica nel locale liceo) un inconcludente ignavo, velleitario e frustrato.
 Lo sono poi tanti dei personaggi di contorno in cui ci si imbatte seguendo lo sviluppo della trama: da Etta, la madre di Caludia, dibattuta tra il suo perbenismo meridional-borghese, la rabbia per il tradimento del marito e il desiderio di rompere a sua volta le catene delle convenzioni sociali, all'avvocato Curcio, stagionato viveur, che prima si fidanza con Claudia e poi sposa sua madre rimasta vedova; dal georgiano Andria, con cui Francesco intreccia in Germania una irrisolta relazione omoerotica, alla ragazza madre Erika, con cui invece è Claudia a creare un legame complesso vissuto sul filo dell'ambiguità emotiva.  
 Ma lo sono soprattutto i due personaggi principali, Francesco stesso e Claudia Fanelli appunto, l'originale ragazza dai capelli rossi, figlia dell'amante della madre, di cui egli ancora studente si innamora, e che come una chimera rimane fino all'età adulta e alla maturità il suo sogno inappagato e il suo eterno tormento. Francesco è "sfuocato" nel suo affetto nei confronti della madre, la cui intensa femminilizzazione al momento della sua fuga d'amore con il dottor Fanelli lo spiazza; è sfuocato nel suo rapporto con la religione, che oscilla da una incorporazione acritica di tutto l'apparato simbolico del cattolicesimo, nell'illusione di una fede autentica (che porta il protagonista a pensare di farsi prete), a un declassamento delle tradizioni cristiane a puro folklore utile per supportare l'ipocrisia corrente; è sfuocato nella sua identità sessuale, interpretata con una fluidità un po' isterica, nella quale l'attrazione per gli uomini sembra quasi essere una reazione condizionata dalla frustrazione del desiderio continuamente inappagato nei confronti di Claudia.
 Claudia, dal canto suo, è l'emblema stesso dell'inafferrabilità, se non proprio dell'instabilità vera e propria: nel lavoro, negli affetti, nel modo stesso di apparire e di essere ella trascorre quasi senza soluzione di continuità da una versione di sé all'altra, forse alla ricerca di un assestamento che non trova mai, senza peraltro che la fedele dedizione - ma sarebbe meglio dire adorazione - di Francesco nei suoi confronti venga mai meno. Può essere così rampolla dell'altezzosa borghesia pugliese a Martina Franca, studentessa ingenua e vivace in cerca di nuove esperienze a Londra, giovane laureata in economia drogata di lavoro a Milano, professionista in crisi affascinata dalla cultura underground e alternativa a Berlino; e, nello stesso tempo, frivola adolescente attratta dai ragazzi più belli e superficiali, e poi fidanzata dell'attempato avvocato Curcio, e poi ragazza ormai matura che guarda al lesbismo senza preclusioni...
 
Mario Desiati

 Tutte queste figure e queste varie inclinazioni si incastonano in un impianto diegetico assai complesso e articolato, la cui caratteristica principale è quella di essere composto a mosaico: le singole tessere narrative formano un disegno univoco, ma tra l'una e l'altra c'è un piccolo spazio vuoto, una fessura che sottolinea il continuo shock emotivo del protagonista al cospetto dei piccoli salti di un destino che - senza che comporti sconvolgimenti apocalittici - egli non riesce a controllare e a prevedere, e che lo lascia sempre in qualche modo un po' spiazzato, in affanno, stupito.
 L'intenzione abbastanza scoperta dell'autore è quella di creare un vasto affresco generazionale, con al centro i trenta-quarantenni di oggi come attori principali della transizione da una mentalità tradizionale sclerotica e piena di difetti a una modernità in cui la sfida a ridefinire i parametri dell'identità individuale e le regole dei rapporti sociali non viene vinta completamente, e rischia di lasciare dietro di sé molti naufraghi, con una società in gran parte ancora non in grado di accettare nuovi modelli, e molti ex ragazzi privi di un centro di gravità permanente intorno al quale organizzare una personalità responsabile e definita.
 Il tema è molto interessante ma, nonostante il romanzo sia stato gratificato dalla vittoria del Premio Strega, ho l'impressione che l'obiettivo non venga pienamente raggiunto: da una parte per una ragione estrinseca rispetto alla sostanza del racconto, e cioè il fatto che le contraddizioni dei quarantenni di oggi sono molto più accentuate di quanto appaiano nel ritratto che di essi fa Desiati (e molto più forte è la loro dipensenza da logiche che affondano le loro radici nella mentalità tradizionale); dall'altra per una ragione strutturale, e cioè il fatto che l'impianto narrativo, nella seconda parte, tende a sfilacciarsi un po', a diventare talvolta poco conseguente, talvolta inutilmente ripetitivo.
 Così, un romanzo che inizia con un piglio veramente ammirevole, dando prova a tutti i livelli di un'efficacia espressiva rara e promettendo moltissimo, nel suo sviluppo perde progressivamente vigore fino a diventare assai meno convincente; quasi noioso, non esiterei a dire.
 
In poche parole:  Cos'è uno "spatriato"? Nel dialetto di Martina Franca - ma più in generale nel gergo dell'autore - è un individuo irrisolto, spaesato, geograficamente, sentimentalmente e moralmente disperso o incapace di raggiungere il proprio centro di equilibrio. Spatriati sono sicuramente i personaggi principali del libro, il protagonista-narratore Francesco Veleno e Claudia Fanelli, la ragazza di cui egli è innamorato fin dai tempi della scuola: emblemi di una intera generazione, quella dei quarantenni di oggi - specie quelli nati e cresciuti nell'Italia meridionale -, che cresce cercando di prendere le distanze dalla sclerotica mentalità tradizionale, di ridefinire i parametri dell'identità individuale e le regole dei rapporti sociali; e che non ci riesce del tutto, rimanendo, per così dire, a metà del guado.

Voto: 6,5

sabato 9 luglio 2022

Veronica Raimo, "Niente di vero", Einaudi


 "Per me scrivere è essenzialmente questo. Scrivo cose ambigue e frustranti" afferma la voce narrante di questo strano romanzo autobiografico nell'ultima pagina del libro. Sicuramente è così: la lettera del testo, infatti, consta di una meticolosa, costante - e solo a tratti autoironica - negazione di quella fiducia nell'efficacia comunicativa della parola e nell'affidabilità della memoria da cui, in teoria, non può che partire la decisione di affidare alle stampe i propri personalissimi ricordi. 
 Ogni aneddoto e ogni morale che si pretende di trarne, in questo modo, subiscono uno scarto e una sfocatura che lasciano il dubbio che tutto venga rievocato con imponderabile approssimazione o, addirittura, inventato di sana pianta, e creano nel lettore la frustrazione data dall'inafferrabilità del dato reale.
 L'operazione appare tanto più spiazzante in quanto negli argomenti del libro sono riconoscibili le radici essenziali di ogni discorso identitario: la famiglia, la scuola, gli anni d'infanzia, gli amici, gli amori. Veronica (Verika per la madre, Oca per il padre, Veronika per se stessa quando sogna di diventare una rockstar) è una ragazza nata nel 1978, che cresce insieme ai genitori (madre insegnate, padre dirigente d'azienda) e al dotatissimo fratello maggiore in un appartamento non troppo grande nel quartiere romano di Rebibbia. 
 Nell'intento di permettere a ciascuno dei componenti del nucleo familiare di conservare la propria autonomia e di salvaguardare la propria privacy, il padre suddivide con dei tramezzi in cartongesso l'appartamento in una serie di microscopici stanzini, che trasformano la casa in una sorta di alveare dalle cui cellette è possibile origliare le pseudo-solitudini degli altri, interiorizzarne le nevrosi, abituarsi alle loro idiosincrasie. L'appantamento parcellizzato diventa un po' il simbolo dell'angustia delle relazioni familiari di Veronica: quella con la madre Francesca ansiosa e leggermente sessuofobica, ossessionata dai figli non avuti, capace di telefonare sempre nel momento meno opportuno; quella con il padre premuroso e collerico insieme, patofobico e malato di lavoro, famoso per la sua espressione deprecativa "siamo arrivati al paradosso"; quella con il fratello devoto e prodigiosamente intelligente, destinato a diventare un politico e uno scrittore.
 Lo stile con cui vengono ricostruiti numerosi episodi dell'infanzia, dell'adolescenza e della giovinezza, e alcuni snodi essenziali della vita della protagonista è contemporaneamente analitico e svagato, divagante e capzioso: si può passare dalle visite in Puglia a nonna Muccia alla scoperta del sesso, dalla morte del padre alla carriera scolastica di Veronica, dalle sue avventure con la storica amica Cecilia al sentimento religioso da cui vengono conquistati il fratello o il suo ex fidanzato.
 
Veronica Raimo
 
 Ciò che a poco a poco emerge con nettezza, però, è innanzitutto l'impossibilità di fissare quello che effettivamente è stato con assoluta certezza. Emblema di questo assioma è la constatazione che il falso diario concepito da ragazzina da Veronica per ingannare e tranquillizare sua madre (che - ella sapeva - di certo l'avrebbe letto di nascosto) sembra, riletto con gli occhi di oggi, più che plausibile: perfettamente, addirittura sentimentalmente attendibile.
 L'elaborazione di questa analisi pessimistica della fenomenologia del ricordo, della sua sedimentazione emotiva e del suo recupero appare estremamente interessante; quello che, però, personalmente mi lascia perplesso è il fatto che essa venga perseguita senza il benché minimo interesse per il tentativo di avvicinarsi il più possibile alla verità di ciò che è stato, così da costituire un terreno comune sul quale provare quantomeno a confrontarsi sulla percezione del passato con chi ci sta vicino. Al contrario, mi sembra che si ostenti una sorta di compiaciuta eccentricità, un soslipsismo estetizzante, che evidentemente si ritiene possa nobilitare il sostanziale disinteresse per punti di vista diversi dal nostro. Certe sinuosità stilistiche, certe ricercate immagini, così, più che impreziosire il dettato acuendo la sua acribia analitica, finiscono per esaltarne la piega narcisistica. Temo che tutto questo configuri un modo di apparire alternativi e anticonformisti un po' troppo a buon mercato.
 
In poche parole: "Per me scrivere è essenzialmente questo. Scrivo cose ambigue e frustranti" afferma la voce narrante di questo strano romanzo autobiografico nell'ultima pagina del libro. Sicuramente è così: la lettera del testo, infatti, consta di una meticolosa, costante - e solo a tratti autoironica - negazione di quella fiducia nell'efficacia comunicativa della parola e nell'affidabilità della memoria da cui, in teoria, non può che partire la decisione di affidare alle stampe i propri personalissimi ricordi. 
Ogni aneddoto e ogni morale che si pretende di trarne, in questo modo, subiscono uno scarto e una sfocatura che lasciano il dubbio che tutto venga rievocato con imponderabile approssimazione o, addirittura, inventato di sana pianta, e creano nel lettore la frustrazione data dall'inafferrabilità del dato reale.
L'operazione appare tanto più spiazzante in quanto negli argomenti del libro sono riconoscibili le radici essenziali di ogni discorso identitario: la famiglia, la scuola, gli anni d'infanzia, gli amici, gli amori. 
L'elaborazione di questa analisi pessimistica della fenomenologia del ricordo, della sua sedimentazione emotiva e del suo recupero appare estremamente interessante; quello che, però, personalmente mi lascia perplesso è il fatto che essa venga perseguita senza il benché minimo interesse per il tentativo di avvicinarsi il più possibile alla verità di ciò che è stato, così da costituire un terreno comune sul quale provare quantomeno a confrontarsi sulla percezione del passato con chi ci sta vicino.

Voto: 6,5

domenica 23 maggio 2021

Giulio Mozzi, "Le ripetizioni", Marsilio

 

 In questo sosfisticato romanzo, l'esperienza della realtà non si può ricondurre alle consuete dimensioni e alle regolari geometrie sulle quali è parametrata la struttura della nostra personalità come di solito ce la figuriamo: gli eventi non si concatenano l'uno all'altro secondo una lineare sequenza logica e cronologica, e l'essere umano fatica a rispecchiarsi in maniera univoca e affidabile nella propria condotta e nel suo modo di relazionarsi con i propri simili.
 L'idea stessa dell'esistenza di caratteri ben determinati e di norme di comportamento che ne sono la chiara esplicitazione va in frantumi: se la vita non è una successione di fasi conseguenti e non prevede una logica progressione, il suo racconto non può che tradursi nell'occasionale rivisitazione di una serie di sparsi frammenti di memoria il cui ordine di presentazione riveste un'importanza secondaria, e il cui peso nel definire l'aggregato di quella che chiamiamo, forse impropiamente, la nostra individualità è difficilmente stimabile a priori.
 Diverse sono le storie che si alternano, si intrecciano e si combinano nel corso della narrazione. Tutte queste storie hanno, almeno in apparenza, due fulcri in comune: il primo è Mario, che potremmo definire il protagonista del libro e, forse, l'alter ego dell'autore; il secondo è una data, il 17 giugno, giorno del compleanno di Mario e ricorrenza significativa negli eventi che il libro riporta.
 Mario è un insegnante e uno scrittore, vive a Padova - pur essendo nato a Camisano Vicentino - anche se in passato motivi di lavoro e questioni personali lo hanno spesso portato a Roma. Mario è l'elemento unificante fra i vari personaggi di cui la narrazione è costellata, e il discorso che lo riguarda dovrebbe tenere insieme le vicende eccentriche di cui via via si parla. In realtà non è così, perché la personalità di Mario è in qualche modo "esplosa": egli vive più di una vita contemporaneamente e il suo percorso esistenziale pare tutt'altro che lineare e coerente; fantasie, sogni e verità sono spesso indistinguibili negli episodi che lo vedono coinvolto, e l'incerta collocazione cronologica dei suoi ricordi indebolisce sensibilmente il loro statuto di realtà agli occhi del lettore (talvolta il passato fa premio sul presente - come quando sua madre ricorda l'esatta collocazione delle stanze nella casa dove viveva, e che sorgeva dove ora si stende il parcheggio di un supermercato. Altre volte la narrazione di un evento remoto nel tempo perde consistenza e credibilità alla luce di quello che è avvenuto in seguito e che noi già sappiamo - come quando il sinistro Santiago minaccia la piccola Agnese, che noi abbiamo già avuto modo di incontrare all'età di vent'anni). 
 Succede così che, invece di strutturarsi in maniera magari articolata ma coerente intorno alla figura di Mario, i diversi racconti proposti - ciascuno frammentato in diverse unità presentate senza seguire un ordine cronologico - precipitino nella coscienza del protagonista per riemergevi sotto forma di relitti di ricordi appannati e distorti. 
 
Giulio Mozzi
 
 C'è Lucia, il primo amore di Mario, conosciuta alla fine dell'ultimo anno di liceo, intensamente e pressoché platonicamente amata, morta improvvisamente nel pieno di un'estate, investita da un'auto sul ciglio di una strada; trasfiguratasi poi, nella sopravvivenza della memoria, nella sensazione dell'umido e sensuale contatto delle sue labbra con quelle del protagonista.
 C'è Bianca, una donna affetta da schizofrenia che è stata l'amante di Mario e che forse ha avuto una figlia da lui, Agnese. Il problema è che, da quando è rimasta incinta, Bianca si è allontanata dal protagonista, rifiutandosi categoricamente di incontrarlo, di fargli vedere Agnese o di rivelargli alcunché sulla sua vita quotidiana; salvo ripresentarsi e bussare alla sua porta tutte le volte che ha bisogno di soldi o ha un problema da risolvere. A un certo punto poi, per via del disagio mentale dal quale è affetta, Bianca viene privata della responsabilità genitoriale su Agnese, che viene affidata a un'altra famiglia e così "scompare".
 La ragazza ricompare poi a Mario casualmente anni dopo, quando ormai è una giovane adulta e, senza riconoscerlo, si siede con un'amica di fronte a lui su un treno. Il protagonista viene a sapere in tale circostanza che quella che suppone essere sua figlia ha posato nuda per un fotografo, che poi ha esposto la sua opera in una mostra d'arte erotica allestita da Vittorio Sgarbi. Mario la visiterà, credendo di riconoscere il corpo di Agnese da un neo sopra l'ombelico, nella stessa posizione in cui lo aveva anche sua madre Bianca.
 C'è Viola, che diventerà la moglie di Mario, con il quale conduce un'esistenza tranquilla e abitudinaria, ma che segretamente si concede per soldi ad altri uomini (anche se poi non utilizza il denaro con il quale si fa pagare le proprie prestazioni sessuali, raccogliendolo in una borsa di tela) e che incontra un'amante dal quale gode a farsi schiavizzare.
 C'è Santiago, un giovane aspro e prepotente con il quale Mario intrattiene un misterioso legame omoerotico, e che asseconda nelle proprie sconvolgenti perversioni, come quella di seviziare e di uccidere nella vasca da bagno dei cani di piccola taglia (in una delle ultime scene del romanzo, con sommo orrore, il posto del cane verrà preso da una anonima bambina, in quello che forse - vista la sua totale decontestualizzazione - è solo un incubo agghiacciante del protagonista).
 C'è il Gas, un pittore misconosciuto ma estremamente interessante, che Mario comincia a frequentare e del quale diventa a poco a poco il migliore amico, condividendo con lui il processo di genesi creativa delle sue opere.
 C'è il Terrorista Internazionale, un uomo coinvolto in alcune delle trame più oscure che hanno caratterizzato gli anni di piombo - l'epoca degli attentati senza mandanti palesi e della "strategia della tensione" -, che, nonostante l'aura sinistra che lo circonda, appare banalmente come una persona anziana che accompagna tutti i giorni il proprio cagnolino a fare pipì.
 C'è il Maestro, l'uomo che ha denunciato il Terrorista Internazionale - pagandone per anni le conseguenze - e con il quale il giovane Mario ha avuto a che fare quando lavorava nell'ufficio stampa di una potente organizzazione sindacale che il Maestro era stato chiamato a dirigere.
 Ci sono i genitori di Mario, inevitabilmente invecchiati, costantemente timorosi di perdere la propria autonomia, la memoria e la consapevolezza di sé.
 Ci sono le fototessere, residui di una vecchia istallazione dell'artista Franco Vaccari alla biennale di Venezia del 1972, in cui a un giovanissimo Mario era stato chiesto di lasciare traccia di sé con una piccola striscia di ritratti fotografici; ritratti fotografici che, però, nel tempo presente, sembrano al protagonista tutt'altro che una testimonianza fedele del se stesso di una volta.
 E poi ci sono fatti che potrebbero essere riferiti a più personaggi o a nessuno, come quello della lettera che viene recapitata a una donna adulta dal padre, che non vede più da anni ma che da ragazzina aveva l'abitudine di violentarla; senza che che questo la induca a concepire per lui odio o disprezzo. Chi è questa donna? Bianca, Viola o, addirittura, Agnese? Oppure la figlia del Terrorista Internazionale, che fa una fugace comparsa nella narrazione lasciando al pittore Gas - che vorrebbe trasformarla nella propria modella - le sue poesie da leggere?
 Alla fine, il libro si fa leggere, ed aappare anche curioso e piacevole. Rimane la sensazione che la realtà umana sia qualcosa di inafferrabile, tenuta insieme dal tenue involucro delle parole; parole che arrivano a costituire una sorta di epidermide del mondo, una morbida membrana che ci permette di entrare in contatto con esso, che lo rende conoscibile e percepibile da parte nostra; magari solo in quella maniera vagamente emotiva e ultra-razionale che è il solo modo effettivo con cui possiamo rapportarci ad esso.
 
In poche parole: con Le ripetizioni Giulio Mozzi descrive un mondo in cui l'esperienza della realtà è priva di qualsiasi consequenzialità di tipo logico-cronologico, e in cui la personalità stessa del protagonista subisce una destrutturazione sulla base dell'irriducibile varietà dei suoi modi di essere e di una assoluta mancanza di linearità nei suoi ricordi. 
Così, di fronte alla costitutiva inafferrabilità dell'esistenza, soltanto le parole - autentica epidermide del mondo - possono permetterci di tenere insieme la nostra individualità e di entrare in contatto (magari solo emotivamente) con ciò che è percepibile e conoscibile da parte nostra.

Voto: 6,5

domenica 17 maggio 2020

Daniele Mencarelli, "Tutto chiede salvezza", Mondadori


 Con questo romanzo di matrice autobiografica, Daniele Mencarelli accompagna il lettore nell'universo della malattia mentale. Nel farlo, si spoglia di qualsiasi libidine letteraria, lasciando da parte ogni riferimento alla tradizionale, suggestiva correlazione tra arte e follia, per proporre una narrazione scabra e dura, in cui la pazzia è presentata come nuda sofferenza.
 Pochi i personaggi, essenziale l'ambientazione, povera e popolarmente incandescente la lingua che viene scelta per descrivere uomini, sentimenti e situazioni.
 L'incipit è quasi dantesco: Daniele, ancora intontito dai sedativi, viene ridestato dalle urla dei suoi compagni di stanza nel reparto di psichiatria di un ospedale nella zona dei Castelli Romani mentre uno di loro, munito di un accendino trovato chissà dove, tenta di appiccare il fuoco ai suoi capelli.
 E in effetti non è molto diverso da un girone infernale il luogo in cui - dopo un accesso di collera durante il quale ha devastato la casa dei suoi genitori e ha provocato in suo padre un malore che l'ha quasi ucciso - il protagonista-narratore viene confinato per una settimana in Trattamento Sanitario Obbligatorio: una stanza immersa in un caldo soffocante, condivisa con altri cinque malati vittime di gravi disturbi; un solo bagno maleodorante per tutti i degenti; un corridoio cieco lungo appena dieci metri; un minuscolo locale ricreativo, con una finestra e un vecchio televisore; infermieri scorbutici e sgarbati, impauriti dai pazienti, abbrutiti da anni e anni di servizio in un reparto difficile; medici distanti, incapaci di empatia, inclini a trattare le persone che hanno in cura come meri casi clinici, macchine biologiche dagli ingranaggi difettosi ai quali va innanzitutto impedito di fare danni.
 Siamo nel giugno del 1994, stanno per iniziare i Mondiali di calcio negli Stati Uniti a cui parteciperà anche la nazionale italiana allenata da Arrigo Sacchi e Daniele, che ha da poco compiuto vent'anni, vorrebbe poter fuggire da quella specie di prigione per andare a vedere le partite con gli amici, cercare di farsi perdonare dai suoi familiari per tutto ciò che hanno dovuto subire a causa sua, tornare come un tempo al lago di Albano per trovare un po' di refrigerio da quel clima torrido.
 Del resto, la consuetudine che ha sviluppato con psichiatri e psicofarmaci lo induce a riporre ben poche speranze nella possibilità che quel ricovero possa in qualche modo migliorare il quadro complesso dei suoi squilibri.
 Eppure, contemporaneamente, guardando i derelitti che sono suoi compagni di sventura e nella cui condizione, come in uno specchio, riesce a vedere riflessa l'immagine del suo stesso disagio di fronte al mondo, Daniele comprende di aver bisogno di un aiuto; alla sua età non può rassegnarsi a una vita da alienato.
 E poi, di tanto in tanto, a ondate, sente ritornare ad assillarlo l'ansia che l'ha portato lì, e che forse fuori dall'ospedale tornerebbe a sommergerlo del tutto; un'ansia simile a quella di cui ha sempre sofferto sua madre, ma in qualche modo moltiplicata, acuita, resa incontrollabile dalla sua particolare sensibilità, o dalla sua conclamata debolezza; un'ansia che lo espone a tutto il male che vede intorno a sé, al senso della spaventosa fragilità e della precarietà della condizione umana, all'incubo persistente della morte, e lo spinge a chiedersi come facciano gli altri, i "normali", a non farsi schiacciare da tutte queste cose, e gli fa febbrilmente anelare con tutto il suo essere a un bene che solo una parola può efficacemente compendiare, una parola che gli sembra debba gridare l'universo intero: salvezza

Daniele Mencarelli

 A ben vedere, tutti i suoi compagni di degenza - a cui il protagonista si accosta gradualmente e nei confronti dei quali matura affetto e pietà - non sono altro che degli afflitti senza speranza che chiedono salvezza, che desiderano solo essere soccorsi, essere aiutati a liberarsi dall'angoscia che in modo diverso, per cause diverse e con diversi gradi di intensità attanaglia ciascuno di loro.
 C'è Gianluca, un gay quarantenne che parla di sé al femminile, si veste da donna e pensa sempre al sesso, afflitto da una psicosi maniaco-depressiva forse originata - fra le altre cose - dall'incapacità di una madre opprimente di accettare il modo di essere del figlio.
 C'è Giorgio, un gigante di circa trent'anni che invece la mamma l'ha persa improvvisamente da bambino - e non è più riuscito a riprendersi dal trauma della sua morte e dal fatto che i medici, all'epoca della tragedia, gli impedirono di vederla per un'ultima volta - e il cui sviluppo psicologico si è fermato alla preadolescenza.
 C'è Mario, un sessantenne che assomiglia come una goccia d'acqua a Brian May, il chitarrista dei Queen: un ex maestro elementare colto e gentile, mite e capace di ascolto (anche se Daniele viene a sapere che, incredibilmente, in preda alla depressione, in passato ha cercato di uccidere la moglie e la figlia), che passa le sue giornate a contemplare serenamente un uccellino che ha fatto il nido sull'albero davanti alla sua finestra.
 C'è Madonnina, un giovane uomo secco, allucinato e sporco; nessuno sa chi sia o da dove venga, egli non riesce a dire nulla di sé ed è eternamente in balia di una specie di disperazione cosmica che gli fa ripetere all'infinito la stessa invocazione pronunciata con parossistico sgomento: "Maria ho perso l'anima! Aiutami Madonnina mia!".
 C'è Alessandro, un manovale misteriosamente precipitato in un assoluto stato di catatonia dall'incapacità di erigere a regola d'arte il tramezzo di cui il padre muratore gli aveva affidato la costruzione, che seduto nel letto di fronte a Daniele fissa costantemente un punto indefinito mezzo metro sopra la sua testa.
 E, nel contiguo reparto femminile - vietato a Daniele e ai suoi compagni, cui viene fatto credere che dietro la porta sempre chiusa in fondo al corridoio siano confinati i "cattivi", i malati intrattabili - c'è Valentina, che a quattordici anni è stata sedotta e abbandonata da un ragazzo più grande e, da allora, ripudiata dalla famiglia, vive nell'attesa folle e ossessiva del ritorno impossibile di un amore che in realtà non è mai stato tale. 
 Ma la stessa pietà meritano anche gli infermieri e i medici: Lorenzo "Pallesecche", che viene tiranneggiato dalla fidanzata; Rossana, che lavora di notte perché durante il giorno assiste il marito disabile; Pino, che dietro la sua malacreanza nasconde un ventennale amore non corrisposto per la collega, la stanchezza per un lavoro che non gli piace, il sogno sempre rimandato di aprire una bottega di fruttivendolo, riprendendo la professione dei propri genitori.
 E poi il dottor Mancino, che non sembra un medico ma un rugbista, e forse avrebbe davvero voluto fare altro nella vita, vista la scarsa attenzione che presta ai malati; e il dottor Cimaroli, all'apparenza più empatico e cortese, ma alla prova dei fatti anch'egli approssimativo e incapace di dare davvero ascolto ai suoi pazienti.
 Tutti costoro vivono sotto lo stesso cielo, tutti, in qualche modo, impostano il proprio rapporto con il reale su un gioco sottile di rimozioni, elusioni, precari compromessi atti a stabilire un equilibrio provvisorio tra paure, bisogni e desideri; tanto che viene il sospetto che la differenza tra sani e malati sia in fondo molto meno marcata di quanto comunemente si creda.
 Il libro è potente: la scansione in sette capitoli, basata sulla successione dei sette giorni della durata del TSO, è quasi purgatoriale; la secchezza e la semplicità con cui vengono descritte le dinamiche sentimentali che si sviluppano all'interno del reparto di psichiatria e determinano lo stato d'animo dei personaggi e l'evoluzione della loro condizione mentale sono efficacissime dal punto di vista espressivo. In più, l'uso del romanesco, con la sua perspicuità, col suo intimo calore e a volte con la sua grossolanità è semplicemente commovente.
 Assolutamente da leggere, secondo me.

Voto: 7,5

giovedì 24 settembre 2015

Marina Mizzau, "Se mi cerchi non ci sono", Manni


 Per il funerale di Leonardo, professore universitario brillante e un po’ scapigliato, dotato di un notevole senso dell’umorismo e di una buona dose di autoironia, si riuniscono tutti coloro che gli volevano bene e che gli erano legati: Antonia – la prima moglie –, la figlia già grande Elettra, la seconda moglie Elisabetta insieme ad Alessandra – la bambina che Leonardo tanto amava nonostante non fosse figlia sua –, le sorelle Marta e Maria Teresa, la vecchia zia Daria, il cugino Simone, i nipoti Valentina e Lorenzo, l’allievo prediletto Michelangelo, e poi ancora Leona, Beppe, Roberta, Franca…
 A descrivere la cerimonia funebre, il comportamento di ciascuno dei convenuti e il loro collettivo omaggio alla memoria del defunto nei momenti che seguono il funerale vero e proprio (la visita al cimitero, la riunione di parenti e amici a casa di Leonardo, il trasferimento della comitiva in un bar per l’aperitivo e poi in un ristorante per la cena) è una misteriosa narratrice interna, che assiste in prima persona a tutto quello che avviene, vi partecipa, ma rimane in disparte senza rivelare fino all’ultimo la sua identità.
 L’anonimato consente a questa voce narrante di mantenere una certa apparente neutralità nel tratteggiare la fisionomia di tutti gli altri personaggi, e di non alterare troppo con le sfumature del proprio personale affetto l’immagine di Leonardo che viene restituita nel ricordo dei presenti, che parlano e addirittura scherzano per farsi reciprocamente coraggio, come accade talvolta in simili, tristi circostanze.
 La rievocazione di Leonardo avviene sulla scorta di due specifici fili conduttori: quello del linguaggio e della sua proteiforme ricchezza, e quello del cibo. Il professore scomparso, infatti, condivideva con famigliari e amici l’amore per la buona cucina e, nello stesso tempo,  la passione per le sciarade, i rebus, gli indovinelli, i giochi di parole, i tic linguistici. Tutte queste formule e modalità espressive diventano, da una parte, la chiave attraverso cui ciascuno tenta personalmente di valorizzare “l’eredità spirituale” di Leonardo; dall’altra lo strumento in nome del quale Leonardo stesso lascia a quelli che gli erano più vicini dei commoventi messaggi “postumi”, con dei files da lui sistemati sul suo computer in modo tale che fossero facilmente ritrovati.
 Il cibo (oggetto di confronto e di discussione, oltre che di consumo), dal canto suo, ha fondamentalmente la funzione di esorcizzare la morte, richiamando alla memoria tutta la carica vitale di cui Leonardo era dotato.
 Tale schema trova il suo coronamento alla fine, quando la narratrice – l’unica alla quale Leonardo non ha lasciato messaggi, eppure quella in grado più di tutti di farlo “rivivere” – smette di nascondersi e svela la sua identità: si tratta di una studentessa di Leonardo, da molti anni perdutamente innamorata del suo professore e determinata a serbare gelosamente il ricordo dei loro momenti insieme e della loro speciale sintonia, cresciuta all’ombra della psicolinguistica; un legame in cui la condivisione della sensualità del cibo aveva forse avuto la funzione di sublimare un’attrazione di natura sessuale destinata a non avere libero corso. 

 La psicologa della comunicazione Marina Mizzau

 L’idea di fondo sulla quale viene edificato il romanzo è piuttosto originale; il suo concreto sviluppo, tuttavia, lascia molto perplessi. Il fatto è che tutto, in questo libro, appare assai meccanico, dalla costruzione dei personaggi alla gestione dei tempi narrativi, dai dialoghi alle descrizioni, dalle dinamiche psicologiche delle situazioni romanzesche alle stesse articolazioni dello stile: il motivo-cardine dei giochi linguistici, più tematizzato che incorporato nella sostanza stilistica del racconto, appare alla fine stucchevole; gli elenchi di termini riferibili alla medesima area semantica (spesso quella del cibo) sono talmente abusati da indurre a pensare che spesso si usi un approccio tassonomico per puntellare un impianto narrativo complessivamente un po’ fragile; gli snodi che collegano un episodio all’altro sono quanto di meno convincente e di più innaturale si possa immaginare.
 L'impressione finale è quella di un orologio che ostenta ingranaggi straordinariamente complessi, ma continua a segnare l'ora sbagliata. 

Voto: 5

giovedì 10 settembre 2015

Nicola Lagioia, "La ferocia", Einaudi


 È il libro che nel 2015 ha vinto il premio Strega.
 Il titolo è di quelli che possono sembrare di primo acchito suggestivi ed evocativi; in realtà è programmatico e didascalico.
 Questo è infatti, in pratica, un libro a tesi: l’autore intende affermare e dimostrare come la ferocia – al pari del cinismo, dell’opportunismo, della violenza, della volontà di sopraffazione – rappresenti una ineludibile legge di natura a cui uomini e animali conformano (potremmo dire deterministicamente) il proprio comportamento.
 La vicenda che viene raccontata sembra costruita appositamente per esemplificare questa tesi, escludendo o spingendo alla periferia dell’orizzonte del lettore qualunque cosa possa discostarsi dalla logica e dalla fenomenologia della ferocia.
La storia ha per protagonista una ricca famiglia di Bari, i Salvemini, il cui straordinario benessere è basato sulla spregiudicatezza del capofamiglia, il vecchio Vittorio, attivissimo imprenditore edile, tanto determinato nel concepire e perseguire la realizzazione di progetti grandiosi quanto abile nel garantirsi l’indispensabile appoggio di politici, magistrati, dirigenti pubblici, funzionari capaci di piegare la legge e le sue interpretazioni alle esigenze e alle ambizioni del loro cliente senza scrupoli.
 Vittorio ha una moglie, Annamaria – perfettamente assuefatta agli agi della ricchezza e pronta a compiere qualunque sacrificio in cambio del pubblico riconoscimento del suo ruolo di legittima consorte di un uomo di successo –, e quattro figli: il primogenito Ruggero, oncologo di fama internazionale ma talmente invischiato negli sporchi affari del padre, dopo avergli fatto per anni da prestanome, da non potersi costruire un’esistenza indipendente e lontana dai famigliari che detesta; Clara, bellissima e scandalosamente rassegnata a trasformarsi (non senza una cupa ironia, peraltro) in un oggetto al servizio delle pubbliche relazioni della famiglia; la giovane Gioia, all’apparenza soltanto sciocca e viziata, in realtà intimamente corrotta dall’abitudine dei suoi famigliari a usare per fini meramente utilitaristici le debolezze del prossimo; e infine Michele, la pecora nera, nato da una relazione adulterina di Vittorio (nell’unica occasione in vita sua in cui abbia messo in pericolo la sua famiglia-azienda per cedere al sentimento), allevato insieme ai fratellastri ma senza mai essere trattato realmente come loro − e forse per questo afflitto da gravi problemi psichici −, e tuttavia amatissimo da Clara, alla quale resta legato fin dall’adolescenza in maniera quasi morbosa.

Un'immagine di Nicola Lagioia

 Proprio l’affetto tra fratello e sorella, che sfugge alla legge fondamentale della ferocia (la quale prevede l’automatica emarginazione ed eliminazione del più debole o del “diverso”), in un contesto siffatto, rappresenta l’anomalia che metterà in crisi l’intero sistema, generando una sorta di inatteso buco nero capace alla fine di divorare tutta la ricchezza dei Salvemini.
 Quando infatti Clara morirà, per le conseguenze di quello che tutti credono un gesto suicida, ma che è invece qualcosa di peggio – cioè un incidente al termine di un festino erotico finito male, di cui la ragazza è stata protagonista insieme ad alcuni degli esponenti più in vista del mondo politico-culturale pugliese –, la sua famiglia sacrificherà il bisogno di renderle giustizia ai vantaggi che agli affari dei Salvemini possono venire dal ricatto operato ai danni di quegli importanti personaggi.
 Solo l’intervento di Michele consentirà alla verità di venire a galla; e tuttavia, il suo gesto smascheratore, volto a rompere la catena della ferocia di cui Clara è rimasta vittima, risulterà paradossalmente a sua volta di una ferocia inaudita, e travolgerà la sua stessa famiglia.
 Il libro di Nicola Lagioia è un’opera imponente e impegnativa, una macchina assai complessa in cui gli ingranaggi del romanzo famigliare, del romanzo sociale e del noir vengono regolati in maniera tale da muoversi simultaneamente.
 Particolarmente interessanti sono i personaggi, che vengono definiti come entità di per sé ambigue e sfuggenti, non sono privi di molteplici sfaccettature, e in alcuni casi presentano un profilo antropologico cesellato con quella che potremmo chiamare acribia psicanalitica; i loro chiaroscuri, però, vengono resi quasi illeggibili dall’assoggettamento di tutte le loro disposizioni alla norma dominante della ferocia, quasi che proprio la ferocia debba essere l'unico autentico personaggio.

Nicola Lagioia festeggia la conquista del Premio Strega

 Ma è soprattutto sull’aspetto linguistico che si gioca la vera personalità del romanzo. La lingua (che è in fondo l’elemento che mette in moto l’intero meccanismo) è a sua volta estremamente elaborata: in alcuni casi viene congeniata in maniera tale da avviluppare il lettore in una nebbia di parole, quasi si volesse mettere il soggetto o la realtà che si intende descrivere un po’ fuori fuoco, per ottenere un frastornante “effetto flou” in cui l’imprecisione genera dubbi che ingigantiscono il senso di inquietudine che permea intere sezioni del testo.
 Altre volte lo spin della frase si carica di pretese lirico-filosofiche cercando di tradurre concetti complessi in formule verbali che vorrebbero essere memorabili e nel contempo esatte nella loro complicata astrattezza.
 In generale si tratta di una lingua ad elevato tasso di sperimentalità, che cerca palesemente di forzare l’ottusità del linguaggio ordinario per guadagnare un terreno in cui il suo carattere risulti nel contempo nettamente scientifico e intensamente metaforico.
 Purtroppo l'esperimento riesce solo a metà, e il testo, nonostante alcuni passaggi indubbiamente felici, non arriva mai a trovare davvero un suo equilibrio stilistico, finendo per apparire molto verboso e piuttosto artificiale, tanto da smorzare alla lunga la tensione con cui si vorrebbe tenere il lettore sulla corda fino alla fine, e da rendere la lettura stessa assai faticosa.

Voto: 6-