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sabato 31 agosto 2019

Fernando Aramburu, "Dopo le fiamme", Guanda


 Costituito da dieci racconti, il libro insiste sui temi già trattati nei romanzi pubblicati da Aramburu negli ultimi anni: la controversa stagione dell'indipendentismo e del terrorismo basco con tutti i suoi strascichi, le crudeltà e le ingiustizie insite nella logica della lotta armata, le giustificazioni e i vizi del nazionalismo, la vischiosità dei pregiudizi, le diverse declinazioni del conformismo, l'inadeguatezza della complessità della coscienza al cospetto di una dialettica politica manichea, il valore e il dolore del dubbio, la pena per le vittime innocenti di un meccanismo spietato - quale quello della guerra civile - che trascina nei propri ingranaggi e stritola anche coloro che ad essa sono estranei.
 In particolare, la viva partecipazione alle sofferenze di coloro che restano coinvolti proprio malgrado in vicende che soverchiano e sfregiano la specificità dei destini individuali diventa una sorta di criterio unificante di tutte le storie narrate.
 I pesci dell'amarezza mette in scena un padre che vede la sua unica figlia restare invalida a seguito di un attentato compiuto a San Sebastian dagli indipendentisti nei pressi dello sportello bancario a cui ella si era recata per prelevare. La ragazza, uscita dall'ospedale dopo sei mesi di degenza, si chiude sempre più in se stessa, fino a perdere il fidanzato Andoni, che era in procinto di sposare, mentre Jesus, il padre-narratore, non può far altro che assistere malinconico e impotente al dilagare della mestizia all'interno della sua famiglia.
 Madri parla della moglie di un vigile urbano - mamma di tre figli ancora bambini - che viene assassinato dagli indipendentisti, in quanto rappresentante dell'autorità spagnola, come ritorsione in seguito all'accidentale uccisione di un ragazzo basco da parte della Guardia Civil. La donna, oltre ad aver perso il marito, è costretta a lasciare insieme ai figli la sua casa e la sua città per via dell'ostilità manifesta di tutti coloro che le sono intorno, in particolare dell'anziana madre del ragazzo ucciso, sua antica conoscente, fanatica nazionalista incattivita dalla propria sorte. 
 Maritxu è la storia della madre di un giovanissimo terrorista, rinchiuso in carcere e destinato a restarci a lungo, che vede tutti coloro che lo hanno spinto alla lotta armata e assecondato nel percorso che ha scelto - e per cui sta pagando - vivere tranquillamente la propria vita, del tutto dimentichi del ragazzo che marcisce in prigione.
 In La cosa più bella erano gli uccelli, una madre racconta al figlio l'episodio dell'assassinio di suo padre - nonno del bambino - avvenuto molti anni prima, quando ella era solo una ragazzina; e la specificità del racconto sta proprio nel prevalere del punto di vista della disorientata fanciulla di allora, rimasta improvvisamente orfana.
 La trapunta bruciata narra di una famiglia tanto concentrata sulla propria quotidianità borghese da faticare a rendersi conto del dramma dei propri vicini, presi di mira dall'ETA che, più che meritevoli di solidarietà, ai loro occhi, vengono percepiti come un fastidio.

 Fernando Aramburu 

 Relazione da Creta è uno dei racconti più lunghi: una giovane sposa, durante un momento di riposo nella sua meravigliosa luna di miele, scrive alla psicologa che ha aiutato suo marito a venire a capo del blocco dovuto al ricordo dell'assassinio di suo padre - un giudice -, avvenuto davanti ai suoi occhi quando egli era un solo bambino.
 Nemico del popolo è un pezzo particolarmente drammatico, essendo focalizzato sull'ostracismo sociale che viene decretato ai danni di Zubillaga, un falegname basco che la gente del suo villaggio, forse a torto, considera un delatore. Il disprezzo di cui Zubillaga viene circondato finisce per ricadere anche su sua moglie e sui suoi figli, a loro volta emarginati da ex amici e conoscenti. L'uomo, disperato, non troverà altra soluzione per uscire dal vicolo cieco in cui si è infilato che il suicidio, messo in atto lanciandosi da un ponte.
 Colpi sulla porta è la storia dell'incubo vissuto da un giovanissimo detenuto, accusato di essere un terrorista e sottoposto al regime di carcere duro varato dal Governo spagnolo all'inizio degli anni novanta per cercare di infliggere all'ETA un colpo mortale. Il fatto è che tutto quello che accade - i colpi dei manganelli degli agenti di custodia sulle sbarre, la luce accesa a più riprese in piena notte per non lasciar riposare i carcerati, la spogliazione dei detenuti di tutti i loro averi, le pressioni psicologiche, l'isolamento, l'allontanamento dei prigionieri dai loro cari - viene descritto con gli occhi di quello che non sembra un assassino sanguinario, ma solo un ragazzo spaurito.
 Il figlio di tutti i morti parla del figlio adolescente di una vittima dell'ETA che scopre che la ragazzina da cui ha ricevuto delle avances è la sorella della militante indipendentista responsabile, quattordici anni prima, dell'assassinio di suo padre, e ora - una volta uscita dal carcere - riaccolta in seno alla cittadinanza con tutti gli onori in nome del suo patriottismo. Per il giovane Inigo, allontanare la ragazza, che pure lo attraeva, diventa una scelta inevitabile.
 L'eponimo Dopo le fiamme racconta invece di uomo di nome Eusebio che, di ritorno a casa dopo essere stato tranquillamente a pescare, viene per caso ferito alle gambe mentre passa per il luogo teatro di un attentato incendiario degli indipendentisti baschi. Durante la degenza in ospedale, Eusebio si ritrova a condividere la stanza con un vecchio piuttosto scorbutico che - come avrà modo di scoprire chiacchierando con lui - è il padre di un terrorista in carcere da molti anni. Eusebio e il vecchio si renderanno presto conto di essere entrambi, ciascuno a suo modo, vittime di un'epoca tragica delle conseguenze della quale non possono essere ritenuti in alcun modo responsabili.
 Lo stile di Aramburu, mimeticamente proteiforme, si dimostra ancora una volta uno strumento perfetto per dare voce ai protagonisti di una stagione assai dolorosa e sovente dimenticata della storia recente d'Europa, in particolare alle vittime innocenti, a coloro che furono travolti dalla marea montante dell'intolleranza e della violenza senza avere nessuna specifica colpa.
 E mettere in scena letterariamente costoro, oggi, significa senza dubbio - fatta salva la complessità delle vicende narrate - lanciare un monito a tutti i lettori contro le incontrollabili conseguenze del fanatismo nazionalista.

Voto: 6,5

sabato 8 settembre 2018

Fernando Aramburu, "Anni lenti", Guanda


 Spagna franchista, anni sessanta: la madre del piccolo Txiki, abbandonata dal marito e incapace di mantenere la famiglia, è costretta a sradicare il figlio dalla natia Pamplona per mandarlo a vivere presso gli zii a San Sebastian. Del resto un destino più triste tocca ai due fratelli maggiori del bambino, rinchiusi in un orfanotrofio.
 Eppure Txiki fatica non poco ad ambientarsi nella sua nuova casa: il cugino Julen, con cui condivide la camera da letto, all'inizio è spesso brusco e quasi prepotente con lui, lo chiama "il navarro", e ammorba l'aria con l'insopportabile puzza dei suoi piedi; lo zio Vicente, silenzioso, remissivo e quasi rassegnato, divide tutto il suo tempo tra il lavoro in fabbrica, il bar e le partite a toka con gli amici, ed è quasi come se non ci fosse; la cugina Mari Nieves, ossessionata dal sesso, si butta via concedendosi a tutti i ragazzi del quartiere; e la zia Maripuy, la sorella di sua madre, sebbene sia una massaia perfetta, è sempre in lotta col mondo, e risulta troppo volitiva e autoritaria per costituire il punto di riferimento affettivo di cui Txiki - che ha solo otto anni - avrebbe bisogno.
 A poco a poco, però, ci si abitua ad ogni cosa, e anche Txiki inizia presto a sentirsi a suo agio nella sua nuova famiglia e nella sua nuova città. Così, comincia ogni giorno ad aiutare la zia a incartare le saponette da mettere in vendita per arrotondare il magro stipendio del marito; comincia a preoccuparsi per Mari Nieves, che si fa mettere incinta non si sa da chi e, per non gettare discredito su di sé e sui suoi, è costretta ad accettare un matrimonio riparatore con il figlio mite e giudizioso ma un poco ritardato di un vicino di casa; comincia a compatire zio Vicente, che con la sua innata bontà sembra fatto per subire passivamente ogni affronto da chiunque.
 Ma è soprattutto Julen che, al di là della sua indole un poco scontrosa, si palesa come una sorta di fratello maggiore per Txiki, tanto da arrivare a confidargli le proprie aspirazioni e i propri pensieri, e a metterlo a parte dei suoi sogni e dei suoi segreti. 
 Siamo nel pieno del periodo storico in cui il nazionalismo basco, saldandosi con l'antifranchismo, cresce fino a dare vita alla lotta armata e a inaugurare l'epopea terroristica dell'ETA. Julen, attraverso il magistero di don Victoriano - parroco del quartiere e militante indipendentista - entra in contatto con gli ambienti più fieramente anticastigliani della città: su invito del prete, si mette a studiare attivamente la lingua basca, partecipa alle gite domenicali in montagna insieme ad altri ragazzi che coltivano il credo nazionalista e aspirano a costituire una vera e propria cellula dormiente di guerriglieri, tiene sotto il materasso l'ikurrina, la bandiera basca vietata dal regime di Franco e custodita a turno dai militanti dell'organizzazione, comincia infine addirittura a fantasticare di uccidere un giorno il caudillo durante una delle sue visite annuali in città.

Fernando Aramburu

 Presto l'impegno politico di Julen diventa qualcosa di molto serio: sospettato di essere coinvolto in un'azione eversiva contro alcuni gendarmi della Guardia civil, il ragazzo viene dapprima fermato per alcuni giorni dalla polizia e subito rilasciato; poi, messo nuovamente nel mirino dalle forze dell'ordine, per evitare guai peggiori è costretto a fuggire in Francia insieme a un amico. 
 Purtroppo l'esilio si rivela deleterio per Julen: meno maturo emotivamente, meno dotato economicamente e meno attrezzato culturalmente di altri compagni di sventura per affrontare i disagi di una vita comunque difficile in terra straniera, il giovane entra in contrasto con alcuni rappresentanti dell'indipendentismo che godono di maggiore autorevolezza rispetto a lui nel gruppo di cui fanno parte, e reagiscono facendogli fare il vuoto intorno. 
 Isolato dai suoi connazionali all'estero, a Julen resta solo il ricordo dell'affetto della sua famiglia lontana. E così, pur di rientrare in Spagna e di rivedere la madre, il padre, la sorella e Txiki, il ragazzo accetta di rinnegare la sua fede e di vendere alcune informazioni sensibili alla polizia spagnola in cambio di un implicito "lasciapassare" per San Sebastian.
 Il problema è che, a San Sebastian, a questo punto, lo attende la riprovazione e l'ostilità di tutti coloro che ormai vedono in lui solo uno sporco traditore. Anche i suoi famigliari, scansati e osteggiati dai "patrioti" baschi, ne subiscono le conseguenze, vengono isolati dalla loro comunità, e a volte reagiscono rabbiosamente di fronte agli antichi conoscenti che li trattano in maniera insolente: Maripuy giunge a schiaffeggiare sulla pubblica via, con grande scandalo, don Victoriano che l'aveva ostentatamente ignorata davanti a tutti. 
 Per porre fine a questa incresciosa situazione, Julen è costretto ad abbandonare tutto per imbarcarsi su una nave diretta in Brasile, dove si sposerà e si rifarà una vita; conservando sempre nel cuore, però, l'affetto per i suoi famigliari e, in particolare, per il suo fratellino acquisito Txiki.
 Il romanzo - pubblicato in Spagna nel 2012, ma uscito in Italia solo quest'anno - è assai interessante dal punto di vista del tema trattato e del contenuto, e raffinatamente concepito dal punto di vista tecnico. Aramburu scava all'interno degli ambienti e del tessuto sociale dei Paesi Baschi negli anni sessanta per mettere a fuoco la mentalità e il clima politico che favorirono la nascita del terrorismo indipendentista; nel contempo cerca di mostrare come certe rigidezze e certe ottusità che sempre accompagnano l'estremismo ideologico (di qualsiasi segno esso sia) finiscono per cozzare con la proteiforme vitalità dei bisogni e delle aspirazioni individuali, e con l'imprevedibilità delle vicissitudini affettive e personali degli stessi uomini che da quell'estremismo si sentono attratti e nel suo sviluppo sono coinvolti.
 Così, Julen crede nel valore della lotta per l'indipendenza di Euskadi, e a quella lotta è disposto a sacrificare tutto, persino la vita; quando però si sente ferito nella sua umana dignità e nei suoi affetti più autentici dal comportamento dei compagni di militanza, finisce per mettere in secondo piano quegli astratti ideali che i suoi compagni incarnano in modo così imperfetto e impuro, e che in precedenza pensava potessero costituire l'imperturbabile filo conduttore della sua esistenza.
 La tecnica narrativa adottata rappresenta uno degli aspetti più interessanti del libro. La voce narrante è per lo più quella di Txiki adulto, che racconta la sua esperienza di tanti anni prima non a noi lettori direttamente, bensì allo scrittore Fernando Aramburu, in procinto di scrivere un libro sull'esperienza autentica di una famiglia proletaria vicina al nazionalismo basco nella San Sebastian degli anni sessanta. 
 Nella finzione narrativa, i capitoli con il racconto di Txiki si alternano con quelli in cui vengono riportati gli appunti del personaggio-Aramburu, che cerca di perseguire non solo e non tanto la fedeltà del resoconto documentario, quanto piuttosto la freschezza della resa letteraria, a costo di modificare il dato realtà. Questo, paradossalmente, nella logica diegetica, accresce la credibilità della testimonianza di Txiki, e nel contempo induce il lettore a compiere uno sforzo immaginativo per colmare la distanza esistente tra il punto di vista dell'uomo adulto che racconta e quello del bambino che è stato un tempo, per cercare di correggere le inevitabili sfocature create da questo iato, e per colmare le lacune che rimangono nel flusso narrativo. Il risultato è straordinario.
 Insomma, siamo di fronte a un'opera nel complesso davvero notevole.  

Voto: 7,5

venerdì 31 agosto 2018

Jun'ichiro Tanizaki, "Le domestiche", Guanda


 Libro reticente, eufemistico, allusivo ed estremamente elegante. Tanizaki propone un vero e proprio catalogo delle domestiche che si trovano a frequentare la casa della benestante famiglia Chikura - il cui capo, Raikichi, scrittore, è palesemente un alter ego dell'autore stesso - tra il 1936 e il 1958.   L'arco di tempo preso in considerazione (che abbraccia anche gli anni tragici della Seconda guerra sino-giapponese e quelli della Seconda guerra mondiale) individua un periodo di profondissima trasformazione della cultura e della mentalità del Giappone moderno: solo che tutti i cambiamenti intervenuti risultano leggibili esclusivamente in filigrana attraverso lo scorrere della narrazione, perché l'atteggiamento di Raikichi nei confronti delle giovani donne che lo circondano e sono al suo servizio cambia pochissimo, e pare costantemente improntato a un'ammirazione per le doti personali di alcune delle ragazze, unita a una visione profondamente tradizionalistica del loro ruolo.
 La curiosità dello scrittore è attratta in primo luogo dall'aspetto fisico delle ragazze, dalla loro figura, dall'eleganza delle loro movenze, dalla luminosità della loro pelle; in secondo luogo dal loro carattere e dal loro modo di esprimersi; in terzo luogo dalla loro cultura e dalle loro capacità. Le domestiche non sono dunque considerate delle semplici lavoranti; sono invece, in sostanza, delle ancelle che l'affetto del padrone tende a trasformare in membri della famiglia.

 Junichiro Tanizaki

 Capita così, da una parte, che il ricordo delle domestiche che più a lungo hanno servito presso la famiglia Chikura si tinga di un erotismo non prorompente, ma certo teso e vibrante, quasi che il legame di Raikichi con loro sconfinasse nella relazione sentimentale.
 D'altra parte, le ragazze più meritevoli e fedeli si vedono ricompensare dai loro datori di lavoro con l'organizzazione del loro stesso matrimonio, come fossero delle figlie per Raikichi e sua moglie: cosa che, nella cultura giapponese acquista un'importanza realmente eccezionale. Per di più lo scrittore si spinge talvolta ad occuparsi personalmente dell'educazione di quelle domestiche che abbiano mostrato una predisposizione per l'apprendimento e lo studio particolarmente evidente.
 Tra le figure memorabili su cui a lungo ci si sofferma, spiccano quella di Hatsu, donna instancabile e volitiva dal seno perfetto, che rimane con i Chikura per quasi un ventennio, e ricorda per la sua robustezza Hattie McDaniel in "Via col vento"; quelle di Sayo e Setso, che mentre sono a servizio trovano il modo di intrecciare una morbosa - e per i tempi scandalosa - relazione saffica; quella della schizzinosa Koma, che viene presa da conati di vomito tutte le volte che qualcosa la spaventa, e presenta in generale un carattere sorprendentemente bizzarro; quelle di Suzu, Gin e Yuri, le più graziose fra le domestiche, le più passionali e le più ambiziose.
 Il ritmo del racconto, visto il tema, è naturalmente lento, ma non monotono e ritmicamente cadenzato; il narratore si comporta come se gli eventi narrati sgorgassero spontaneamente e disordinatamente dalla sua memoria, vivacizzando la scrittura; lo stile, peraltro, è sempre ispirato a criteri di raffinato equilibrio, di tranquillo senso della misura.
 Così - quasi sorprendentemente - in questo libro non ci si annoia mai, e si finisce per apprezzare fino in fondo la straordinaria vocazione per l'armonia di Jun'ichiro Tanizaki.

Voto: 6

lunedì 30 luglio 2018

Helena Janeczek, "La ragazza con la Leica", Guanda


 Libro vincitore del premio Strega 2018. Si tratta di uno strano romanzo, una sorta di coltissimo vagabondaggio letterario attorno alla figura di Gerda Taro, la fotografa compagna di Robert Capa morta nel 1937, schiacciata da un cingolato alle porte di Madrid durante la Guerra civile spagnola.
 Il libro è diviso in tre parti precedute da un prologo - in cui viene messo in scena il funerale di Gerda a Parigi, dove i suoi resti furono trasferiti per essere tumulati nel cimitero di Père Lachaise -, e seguite da un epilogo, in cui, sulla base di documenti, testimonianze e congetture, si prova a ricostruire la storia dei negativi delle sue fotografie - e di altri scatti che la ritraevano insieme a Capa -, arrivati rocambolescamente in Messico dopo uno spericolato viaggio nella Francia occupata dai nazisti e poi attraverso l’Oceano grazie al coraggio di Chiki Weisz. Sulla scorta di quelle fotografie, fra l’altro, Helena Janeczek tenta di inferire come si sarebbe evoluta la storia d’amore fra Gerda e Robert Capa se la ragazza non avesse fatto una fine così tragica.
 Le tre parti principali di cui si compone la narrazione sono costituite dalla trasposizione ad opera della voce narrante degli immaginari flussi di coscienza di tre personaggi storici che furono molto vicini a Gerda Taro e che, in epoche diverse della loro esistenza, sentono tornare di prepotenza nei loro pensieri il ricordo di quella ragazza assolutamente spiazzante, la cui contagiosa spensieratezza poteva essere presa per un tratto frivolo quando invece era una straordinaria dimostrazione di vitalità e carattere in un periodo storico quantomai cupo.
 Il primo dei tre flussi di coscienza è quello di Willy Chardack, medico cardiologo - fra gli inventori del pacemaker – che nel 1960, a Buffalo, dopo aver ricevuto un’inattesa telefonata da un antico conoscente, mentre passeggia per i lunghi rettifili della città americana (assecondando l’abitudine tutta europea della flânerie, estranea all’utilitarismo statunitense), rievoca gli anni lontani della gioventù, quando era innamorato di Gerda Pohorylle, come tutti coloro che le ronzavano attorno, del resto.
 Chardack – detto “il Bassotto” – era allora uno studente di medicina di estrazione altoborghese, costretto, come molti altri tedeschi di origine ebraica, a espatriare a Parigi dall’avvento di Hitler. Anche Gerda (di famiglia ebrea polacca stabilitasi in Germania) era a Parigi ma, meno ricca di lui, doveva adattarsi a lavori da dattilografa per sopravvivere; i due erano anche stati brevemente fidanzati, poi Chardack aveva dovuto ritirarsi in buon ordine di fronte all’irrequietezza e all’indipendenza della ragazza, che, dopo aver conosciuto il fotografo ungherese André Friedmann (a cui proprio Gerda aveva suggerito di assumere il nom de plume di Robert Capa), si era dedicata essa stessa alla fotografia e, animata da ideali socialisti, era partita per la Spagna dove avrebbe documentato la guerra in corso accompagnandosi all’esercito repubblicano.
 Il secondo stream of consciousness è quello di Ruth Cerf, modella e poi impiegata essa stessa presso lo studio fotografico di Capa, amica e compagna di stanza di Gerda negli anni più duri, quelli in cui entrambe erano così povere da non potersi permettere neppure il metrò.
La riflessione di Ruth è collocata dall’autrice poco dopo la morte di Gerda, prima della guerra destinata a sconvolgere l’Europa, quando la ragazza, sposatasi da poco, sta progettando il trasferimento in Svizzera, a Berna, al seguito del marito. Per lei l’occasione per ricordare è offerta da un colloquio con il dolce Chiki Weisz, amico d’infanzia e fedele collaboratore di Capa, che l’aiuta a depurare il suo giudizio sull’amica dall’ombra di qualche riserva e della residua gelosia, per riscoprirne l’indole giocosa, naturalmente trasgressiva, istintivamente libertaria.

Helena Janeczek

 La terza parte del libro è quella in cui si sviluppa la lunga divagazione di Georg Kurtizkes, uomo brillante e amato dalle donne, storico fidanzato di Gerda prima che essa incontrasse Robert Capa, militante socialista e “responsabile” dell’introduzione di Gerda nei litigiosissimi ambienti della sinistra rivoluzionaria. Georg, oltre a innescare la riflessione di Willy Chardack con la sua telefonata intercontinentale, è l’uomo che – girando con la sua vespa per le strade di Roma, dove lavora presso la Fao – attraverso i suoi pensieri ci fornisce il maggior numero di informazioni su Gerda, della quale, oltre a essere stato a lungo innamorato, aveva conosciuto la famiglia, aveva seguito la crescita intellettuale e aveva osservato da vicino l’ultima trasformazione, essendo partito anch’egli come volontario per la guerra in Spagna, medico al servizio dell’esercito Repubblicano.
 L’immagine di Gerda Pohorylle Taro che viene fuori da queste disparate testimonianze è una sorta di bizzarro ritratto originato dalla sovrapposizione di una serie di istantanee prese in momenti diversi e da prospettive differenti; un ritratto forse incapace di ricondurre il suo soggetto a una visione unitaria, ma ricco di dettagli e – ancora più – di suggestioni, come solo le opere d’arte sanno essere.
 Gerda è la ragazza capace di leggerezza e di eleganza, con un gusto per la moda e per le cose belle di fronte al quale i “materialisti storici” erano soliti storcere il naso.
 Gerda è la seduttrice, capace di suscitare sentimenti in tutti gli uomini con cui entra in contatto – più in virtù del suo modo di fare che della sua peraltro conclamata avvenenza , capace di sfruttare i vantaggi che da questa situazione le derivano senza farsi troppi scrupoli, eppure, con tutto ciò, in grado di conservare la sua originaria innocenza.
 Gerda è la donna pragmatica, perfettamente consapevole della propria condizione e delle imprescindibili necessità economiche che la vita comporta, capace di attivarsi di conseguenza e di cavarsela in ogni situazione.
 Gerda è la donna libera e politicamente matura, capace di scegliere con assoluta lucidità quali ideali sposare, capace di maturare rapidamente la propria coscienza alla luce di quegli ideali, capace di sacrificarsi per il proprio credo.
 Gerda è la ragazza brillante e spiritosa, capace di sdrammatizzare in qualunque circostanza, singolarmente portata all’ironia e all’autoironia.
 Gerda è la donna indipendente e ostinata, capace di imporsi alle pretese maschili, capace di prendere le proprie decisioni senza rendere conto a nessuno.
 Gerda è la professionista abile e tenace, capace di impadronirsi in poco tempo della tecnica fotografica, e di dedicarsi al suo nuovo mestiere con tutta se stessa.
 Gerda è l’amante tenera e appassionata, capace di legarsi all’uomo che ama con straordinaria naturalezza, senza esitazioni e ripensamenti.
 Tutto questo gioco di sovrapposizioni prospettiche è sostenuto da uno stile spesso e intellettualmente denso, certo non semplice e forse neppure assolutamente preciso, ma sempre concentrato ed arrembante: un lavoro di grande impegno e di alta scuola.
 Devo ammettere che il mio gusto personale poco si ritrova in questa elaborata impalcatura, che cresce per continue aggiunte, e in questa sottile, studiatissima trama di riferimenti incrociati, che si estende senza posa; eppure non posso che guardarla ammirato e riconoscerne l’efficacia.

Voto: 6,5

giovedì 1 dicembre 2016

Dario Fo e Giuseppina Manin, "Dario e Dio", Guanda


 L'ultimo libro pubblicato in vita da Dario Fo (in occasione dei suoi novant'anni) è, in realtà, un libro-intervista, ma di un tipo tutto particolare: la giornalista Giuseppina Manin pone a Fo delle domande sul suo rapporto con Dio, con la religione, coi Vangeli; e Fo, come suo stile, risponde debordando e divagando, senza mantenersi mai entro i binari di un'intervista convenzionale. Così produce aneddoti su aneddoti, si burla di ogni cosa, persegue a bella posta l'irriverenza patente, dice e si contraddice senza dare troppo peso alla cosa.
 Alla domanda fondamentale Fo risponde subito: no, non crede in Dio, anche se spesso gli piace rivolgersi a lui come se ci fosse e avesse le caratteristiche proprie del Dio dei cattolici. Più che altro, ciò da cui è attratto è lo spirito essenziale e originario del cristianesimo, e i racconti che intorno ad esso si sono sviluppati; non solo e non tanto quelli ufficialmente approvati dalle istituzioni ecclesiastiche, quanto quelli - spesso assai stravaganti - contenuti nei Vangeli apocrifi (da cui del resto, come è noto, il premio Nobel attinse a piene mani per la redazione della sua opera più nota, Mistero buffo).
 Come è facile immaginare, assai critico è l'atteggiamento di Dario Fo nei confronti delle gerarchie in cui la Chiesa si sostanzia, ma la critica non diventa mai attacco frontale né polemica teologica, e si risolve invece in allegro sberleffo. La tendenza è al massimo quella di sottolineare l'aspetto curioso, bizzarro o inverosimile di tutto ciò che l'ortodossia religiosa, con serioso rigore, considera dogma indiscutibile, Verità sacra.  
 Fra i santi e gli uomini di Chiesa, naturalmente, vi sono anche coloro per cui il premio Nobel manifesta il massimo rispetto: prima di tutto san Francesco, figura rivoluzionaria capace di elaborare un atteggiamento nuovo verso la vita e il mondo, ridotta spesso dal Vaticano a caricatura di un pauperismo ingenuo e puerile, buona per le immaginette; e poi il suo omonimo papa Francesco, il Pontefice attuale. Di papa Bergoglio Fo apprezza non solo il buon senso e il sano pragmatismo, ma anche e soprattutto l'attenzione verso l'ambiente e i problemi ecologici (in un mondo in cui la questione ambientale è destinata a diventare sempre più centrale), e la netta presa di distanza nei confronti della tradizionale misoginia cattolica. 

Dario Fo e Giuseppina Manin 


 Proprio la rilettura della storia del Cristianesimo alla luce di una rivalutazione dell'essenza femminina è probabilmente il contributo più originale che da questa intervista può derivare dal punto di vista filosofico. 
 Per Fo, l'idea stessa della donna è stata per secoli elusa dal Cristianesimo, che non ha saputo trovare alla versione femminile dell'essere umano una degna collocazione all'interno della propria visione del mondo; e questo, per il drammaturgo (che faticava persino a concepire se stesso disgiunto dalla sua metà femminile, Franca Rame), è un peccato mortale.
 Forse l'idea più bella che da questa critica proviene è la proposta di considerare la terza persona della Trinità, lo Spirito Santo - di solito ridicolamente rappresentato dall'iconografia ufficiale come una candida colomba - alla stregua di una donna: una donna, madre sorella o amante, capace di trasformarsi in veicolo universale della femminilità intrinseca del divino.
 Basta questo lampo creativo a riscattare dalla generale mediocrità una lettura invero non eccezionale.

Voto: 6-