domenica 26 gennaio 2020

Denis Johnson, "La generosità della sirena", Einaudi


 Spesso - forse condizionati da una specie di sudditanza psicologica nei confronti della popolarità della vulgata culturale neoavanguardistica - tendiamo a considerare originali o capaci di squarciare il velo del conformismo solo quelle forme di espressione letteraria che hanno come loro principale caratteristica un'ostentata volontà di provocare. 
 Denis Johnson è uno di quegli autori che riescono puntualmente a smentire questo luogo comune: nelle sue opere narrative si esplora senza esibizionismi la stranezza che alberga intorno a noi e dentro di noi, praticamente invisibile a uno sguardo convenzionale, ma capace talvolta di racchiudere il carattere peculiare e profondo e il segno autentico di una personalità, di informare di sé il modo di essere di un uomo, o di dare sapore a un'intera esistenza.
 Questo avviene anche ne La generosità della sirena (The Largesse of the Sea Maiden), la raccolta di cinque racconti che costituisce la fatica estrema dello scrittore americano, morto nel 2017 prima che il libro vedesse la luce. I protagonisti dei cinque racconti, pur nella loro patente diversità, sono accomunati dalla propensione a considerare senza pregiudizi le situazioni - inconsuete e talora assai bizzarre - con le quali si trovano ad avere a che fare, e a trarre dalla loro osservazione o dalla riflessione su di esse le debite conseguenze: un insegnamento o, addirittura, una rivelazione.
 Il primo racconto, l'eponimo La generosità della sirena, consta di una narrazione a episodi in cui il protagonista - un pubblicitario ideatore di uno degli spot televisivi di maggiore successo degli anni ottanta, ma in seguito incapace di ritrovare la straordinaria efficacia con cui allora era riuscito a promuovere una banca parlando d'altro - vive una serie di singolari esperienze di spaesamento (da una telefonata con una delle sue due ex mogli, che gli annuncia di essere in fin di vita, bruscamente interrotta senza che egli abbia avuto modo di stabilire inequivocabilmente di quale delle sue vecchie consorti si tratti, alla spiazzante amicizia con un solitario pittore primitivista incontrato per caso in un museo), fino a una magica passeggiata newyorkese, nelle strade deserte e imbiancate della metropoli bloccata da una nevicata, che lo conduce dentro un caffè che sembra fuori dal tempo, e in cui si respira un'atmosfera degna di una canzone di Paolo Conte ("Davanti al piano, un grande sax tenore poggiava ritto sul supporto. Senza nessuno che lo suonasse, sembrava un altro dei personaggi del bar: il pianista invisibile, il vecchio barista disincantato, la biondona fascinosa, il solitario sax naufragato... E l'uomo arrivato dalla neve [...]. La scena aveva un'atmosfera lunare, in bianco e nero. Seduta al tavolo a tre metri da me, la bionda aspettava, con le spalle dritte e la testa eretta").
 Il secondo racconto, Lo Starlight sulla Idaho, è costruito sul delirio di un alcolizzato che, ricoverato in un centro di recupero contro le dipendenze - situato dove una volta sorgeva un motel frequentato dalle prostitute e dai loro clienti -, comincia a scrivere lettere apparentemente assurde a persone vicine e lontane: la sorella, la madre, l'ex bambina di cui era innamorato alle elementari, papa Giovanni Paolo II... Da questa follia viene fuori la straordinaria figura di un sopravvissuto, più vicino di chiunque altro alla lucida constatazione della spietatezza della vita umana e dell'aridità di fondo delle umane relazioni.
 Il terzo racconto, Bob lo strangolatore, nasce dalla rievocazione di una profezia formulata al protagonista, molti anni prima, da un suo compagno di cella nel padiglione di un carcere di provincia, secondo la quale l'uomo sarebbe suo malgrado diventato un assassino; profezia realizzatasi in un presente in cui l'ex galeotto, sieropositivo e alcolizzato, scopre di avere inconsapevolmente infettato una grande quantità di persone vendendo il proprio sangue per comprarsi del vino.

Denis Johnson

 Sono gli ultimi due racconti, però, ad essere degli autentici capolavori. Trionfo sulla morte è intriso di un lirismo straordinario, ed esemplifica con una pacatezza e una serenità quasi surreali la fine che attende tutti noi attraverso la storia della morte di due scrittori, accompagnati all'estremo passo da chi era loro più vicino. L'accudimento, presentato implicitamente come la più alta espressione dell'amore, diventa un modo di dare un senso al nostro destino comune, di non arrendersi passivamente all'ineluttabile, di esaltare e di continuare a far vivere il ricordo dei momenti migliori passati con chi sta per andarsene (memorabile la figura di Liz, la donna malata di Alzheimer che non ricorda più nulla e nessuno - tanto da accogliere il suo attuale marito con un allegro "ciao sconosciuto!" tutte le volte che egli le si para davanti - tranne il suo ex marito Link, al cui letto si accosta per un ultimo saluto prima della morte di lui). Curiosa è poi la conclusione del racconto, che sembra prefigurare la morte dell'autore, effettivamente avvenuta di lì a poco: "Per voi è ovvio che, mentre scrivo queste parole, non sono morto. Ma forse lo sarò quando le leggerete".
 Doppelganger, poltergeist, invece, è la strana storia dello sviluppo del rapporto fra il narratore e un suo vecchio allievo a un laboratorio di poesia tenuto alla Columbia University nel 1984. L'allievo, Marcus Ahearn, allora giovane di belle speranze e in seguito poeta affermato e accademico a sua volta, si trascina dietro lungo i decenni un'ossessione superstiziosa nei confronti di Elvis Presley, del quale cerca addirittura di trafugare il cadavere, convinto che il vero Elvis sia stato in realtà assassinato già nel 1958 e sostituito con il suo gemello Jesse Garon Presley, dichiarato morto subito dopo la nascita, ma forse - nella fantasia malata di Marcus - rapito e poi cresciuto dall'ostetrica che l'aveva aiutato a venire al mondo, per prendere in seguito proditoriamente il posto del fratello, su macchinazione del "colonnello" Tom Parker, manager di Elvis, al quale avrebbe voluto imporre una svolta commerciale che il suo pupillo non gradiva. 
 Nello svolgersi del racconto, si scopre poi che quella di Ahearn è addirittura un'ossessione al quadrato: anch'egli aveva un fratello, Lance, tragicamente morto nel fiore degli anni, e a sua volta, come Elvis, "gemello solitario": un ragazzo brillante, divertente, inarrestabile, mai abbastanza rimpianto. Il fatto interessante è che per Marcus, come Elvis è stato segretamente sostituito dal suo bolso gemello Jesse, suo fratello Lance è stato in qualche modo indegnamente rimpiazzato dal narratore stesso, come se egli fosse una reincarnazione del gemello nato morto di Lance medesimo.  L'assurda storia lascia sospeso per ciascuno di noi un interrogativo: e se tutti fossimo - platonicamente - doppioni deboli e sfibrati di fratelli che avrebbero saputo vivere la vita con ben altro piglio del nostro? La vertigine esistenziale che deriva da questo interrogativo è assoluta.
 Il libro presenta a mio parere alcune delle pagine più belle scritte da Denis Johnson: passi di un livello letterario tale da rendere ancora più dolorosa la prematura scomparsa dello scrittore.
 In conclusione, vale la pena di sottolineare la felice scelta dell'editore di concedere alla brava traduttrice di Johnson, Silvia Pareschi, la dignità della presentazione nel risvolto di copertina. Una cura a cui si dovrebbe pensare più spesso, visto il buon livello medio delle traduzioni che arrivano nelle librerie italiane.

Voto: 7,5 

domenica 19 gennaio 2020

Giani Stuparich, "L'isola", Quodlibet


 Questo romanzo breve di uno degli esponenti letterari di punta della stagione più felice della cultura triestina fu pubblicato per la prima volta nel 1942, e viene riproposto ora da Quodlibet (in un volume che include anche il racconto Il ritorno del padre) nell'ambito di un progetto di riscoperta delle opere migliori di Stuparich.
 L'isola è un testo di eccezionale nitore: lo scenario in cui la storia raccontata si svolge, l'asciuttezza del dettato, la chiarezza con cui vengono disegnati i personaggi rimandano a misure classiche, mentre le inquietudini di cui la vicenda è tramata, i sottintesi psicanalitici, l'articolazione narrativa e il gioco dei punti di vista sono inequivocabilmente novecenteschi.
 Il libro parla di un giovane uomo che interrompe le vacanze fra le amate montagne per rispondere all'invito del padre, che gli ha chiesto di accompagnarlo durante il viaggio e il breve soggiorno presso la piccola isola lungo la costa dalmata in cui è nato. Il viaggio ha il sapore di un congedo: al padre - un capitano di lungo corso, che ha passato la vita solcando i mari di tutto il mondo - è stato infatti diagnosticato un cancro all'esofago in fase ormai avanzata.
 Così, per il figlio, la traversata in motonave del braccio di mare che separa Trieste dall'isola (in cui i biografi di Stuparich riconoscono Lussino) e la settimana passata in Dalmazia sono caratterizzate dall'alternanza di angoscia e speranza, in un corpo a corpo con l'immagine ideale del padre come incorruttibile modello di autorevolezza maschile, punto di riferimento etico ancora necessario; fino al maturare della consapevolezza che la morte del genitore è prossima, che nulla può invertire la freccia del tempo e che quel passaggio porterà con sé una perdita irreparabile.
 Tutte le tappe del viaggio e del soggiorno costituiscono una ricapitolazione lirica e simbolica del rapporto tra padre e figlio nella sua evoluzione nel tempo: il viaggio, innanzitutto, ne richiama alla memoria un altro, compiuto molti anni prima - quando il figlio aveva 10 anni -, che aveva segnato per il ragazzo il passaggio dall'infanzia all'adolescenza, con l'acquisizione di una nuova sicurezza e consapevolezza di sé; inoltre, i luoghi visitati e le persone incontrate nei pochi giorni di permanenza sull'isola permettono al giovane uomo di richiamare alla mente e di rendersi conto di quali sono le radici di suo padre, le ragioni profonde della sua scelta di prendere il mare, le esperienze che hanno forgiato il suo carattere, il valore dei suoi insegnamenti.

Giani Stuparich

 Il rilievo emblematico assunto da molti episodi è poi evidentissimo: il primo bagno del figlio nel mare tempestoso della parte più deserta dell'isola rappresenta la condivisione con il padre della capacità di affrontare a viso aperto la vita e le sue avversità: la lezione appresa dal genitore, che è stata il viatico più importante ricevuto nel cammino verso l'età adulta. Il secondo bagno, compiuto invece nella verde baia affollata dai villeggianti, a cui il padre ormai infermo quasi costringe il figlio riluttante, simboleggia con chiarezza il distacco: la necessità di andare avanti, facendosi carico di ciò che il genitore non può più fare. In un caso e nell'altro l'acqua del mare assume una funzione quasi lustrale nel suo rimandare tanto all'elemento amniotico originario quanto al richiamo del vasto mondo a cui il padre ha saputo dare ascolto e in cui tocca ora al figlio avventurarsi da solo.
 L'aspetto dominante dello sviluppo narrativo del libro è però senz'altro il crescere progressivo dello sbigottimento del figlio di fronte alla prospettiva della separazione definitiva dal padre: il contrasto tra la luce abbagliante del sole e la "visione spettrale" della morte - che appare al figlio mentre scorge i segni del declino del padre, durante la loro gita nella baia verdeggiante affollata di bagnanti - ne è il compendio, ed è descritto in pagine di rara efficacia. 
 L'isola stessa - che a sua volta assomma su di sé una serie di caratteristiche dal chiaro rilievo simbolico - diventa la traduzione letteraria dell'esclusività del rapporto tra padre e figlio, a cui la morte è destinata a mettere fine e, insieme, dell'impossibilità di sfuggire al dolore cui il previsto esito infausto della malattia costringe l'uomo a fare fronte: quando i due personaggi principali abbandonano il porto per fare ritorno a Trieste, e sottoporre il padre a un ricovero ormai inevitabile, si vede l'isola rimpicciolire e poi svanire "nel vasto bagliore del mare"; ed è a questo punto che il narratore così commenta la scena osservata con gli occhi del figlio: "Fu quello il primo momento ch'egli ebbe precisa e semplice la coscienza di che cosa perdeva perdendo suo padre". 
 Del resto, non è questo l'unico passo in cui la lettera del testo riesce così incisiva; anzi, il controllo della scrittura esibito dall'autore nel libro è assoluto. Le descrizioni del padre nel suo tentativo di resistere alla malattia e poi nel suo costernato piegarsi ad essa sono semplicemente esemplari; gli scorci del paesaggio marino che dominano talune scene sono memorabili, prese in sé e per sé e nel loro problematico dialogare con lo stato d'animo dei personaggi. Il livello di integrazione che si raggiunge fra stile e contenuto, piano letterale e piano simbolico, ciò che viene esplicitato verbalmente e ciò che viene solo suggerito, per lunghi tratti, è elevatissimo. 
 Non è un caso, insomma, che critici autorevoli abbiano - forse iperbolicamente - considerato nel suo insieme il testo de L'isola addirittura fra le 100 pagine più belle espresse dalla letteratura italiana nell'ultimo secolo.

Voto: 7,5   

domenica 12 gennaio 2020

Luca Ricolfi, "Sinistra e popolo", Longanesi


 Questo saggio (dono di un amico di idee politiche opposte alle mie), pubblicato un paio di anni fa dal sociologo torinese Ricolfi, ma più che mai attuale come tentativo di interpretazione delle tendenze politiche in atto, si presenta come una lettura critica del fenomeno (tipico dell'Europa e dei Paesi occidentali sviluppati) dell'emergere prepotente di forze politiche che cercano di svincolarsi dalle geometrie della tradizionale dialettica ideologica tra destra e sinistra e che - secondo me con eccessiva approssimazione -, pur nella loro diversità, vengono ricondotte tutte alla comoda etichetta del populismo.
 Il titolo, invero suggestivo, è un poco fuorviante: buona parte del libro è infatti dedicata alla ricostruzione delle origini filosofiche dell'attuale contrapposizione tra destra e sinistra in Italia e fuori dall'Italia, al giudizio sulla legittimità dei sottintesi concettuali che animano questa contrapposizione, ai motivi (indagati anche con metodi statistici) che spingono fette sempre più consistenti dell'elettorato nei Paesi occidentali a rivolgersi alle forze cosiddette populiste.
 Semplificando un po', per Ricolfi, il dibattito pubblico italiano sarebbe incatenato allo schema ideato da Norberto Bobbio nei primi anni novanta del Novecento, secondo il quale caratteristica essenziale della sinistra sarebbe lottare per l'uguaglianza, mentre caratteristica della destra sarebbe lottare in difesa delle disuguaglianze. Il valore della libertà, invece, non è in sé e per sé consustanziale né alla destra né alla sinistra, e può essere fatto proprio da ciascuno dei due schieramenti.
 Più raffinato dello schema di Bobbio, perché meno partigiano, secondo Ricolfi, sarebbe quello tripartito messo a punto dal pensatore liberale Friedrich von Hayek, che distingue socialisti, liberali e conservatori: i primi hanno nel proprio dna l'uguaglianza ma non la libertà; i secondi la libertà ma non l'uguaglianza; gli ultimi né la libertà né l'uguaglianza. In questo modo, la libertà diventa un motivo discriminante tra posizioni di destra e posizioni di sinistra, mentre i conservatori - che a questo punto possono appartenere tanto alla destra quanto alla sinistra - incarnano una tipologia antropologica a sé stante.
 Pare che la preoccupazione principale di Ricolfi sia quella di rigettare la visione asimmetricamente positiva di una sinistra capace di contemperare in sé i valori dell'uguaglianza e della libertà; nell'argomentazione che - sulla scorta di Hayek - egli costruisce, se la sinistra si richiama ai valori del socialismo, non può farsi portatrice di libertà, mentre se si appella alla libertà non è più sinistra, e dunque non può dirsi dalla parte del popolo.
 Questo gli dà modo di legittimare, senza addentrarsi in analisi socio-politiche troppo dettagliate, i partiti populisti come interpreti dei primari bisogni del "popolo": il bisogno del riconoscimento identitario (da qui la difesa delle tradizioni, quelle nazionali in primis) e quello della protezione (protezione al cospetto dell'insicurezza fisica, dovuta alla paura del terrorismo, e protezione al cospetto dell'insicurezza economica, dovuta alla globalizzazione e al persistere di una crisi che mina alle fondamenta il paradigma della crescita continua come presupposto alla possibilità di una redistribuzione della ricchezza dai ceti più abbienti a quelli meno abbienti).     
 Solo nella parte finale del libro, sulla scorta del portato della narrazione precedente, si passa all'analisi del presunto smarrimento, da parte della sinistra, della capacità di pensare e di parlare al popolo, dopo la "mutazione genetica" verificatasi all'interno dei partiti post-marxisti negli ultimi decenni (Ricolfi fa risalire l'origine di questa "mutazione" a un'epoca precedente il crollo del muro di Berlino: agli anni settanta del Novecento, vale a dire all'epoca che in Italia vide in Pci aderire al cosiddetto compromesso storico).
 In seguito a questa trasformazione, aprendosi all'economia di mercato e assumendo una mentalità "globalista", la sinistra, per Ricolfi, avrebbe avrebbe divorziato dai ceti "bassi" (che però non vengono mai definiti con una precisione anche solo accettabile) per riscoprire la propria base elettorale nei "ceti medi riflessivi". In questa prospettiva, l'attenzione alle sorti dei migranti costituirebbe soltanto una specie di "coperta di Linus" perfetta per permettere ai reduci delle lotte per il proletariato di sentirsi in qualche modo ancora vicini agli "ultimi"; e tuttavia, l'incisività e la concretezza delle generose battaglie di un tempo sarebbe completamente svanita, sostituita dalla molesta ossessione per il politicamente corretto

Luca Ricolfi

 Il libro è interessante e tocca parecchie questioni complesse; qui vorrei fare qualche osservazione distinguendo gli assunti di Ricolfi che hanno senz'altro fondamento da quelli che, secondo me, suscitano parecchie perplessità.
 Innanzitutto, è vero che il dibattito pubblico italiano è schiavo di eccessivi schematismi, e che gli atavici pregiudizi e l'eccessiva partigianeria che lo avvelenano non permettono di riconoscere il fondamento razionale di modi diversi di affrontare i problemi e la legittimità di scelte di militanza contrapposte. Lo spettro delle diverse posizioni ideologiche, d'altra parte, è più continuo e meno discreto di quanto normalmente si pensi, tanto che, tutto sommato, sia il modello di Bobbio, sia quello di Hayek - per quanto suggestivi nella loro semplicità - fotografano le differenze fra gli schieramenti opposti con eccessiva rigidità.
 Estremamente efficace mi sembra poi il riconoscimento e la definizione del bisogno di protezione per individuare una delle principali esigenze che attraversano l'elettorato (non solo quello "popolare", direi) e che faticano a trovare in tutti gli schieramenti politici risposte che non siano puramente demagogiche. La paura della povertà, il senso di insicurezza fisica, lo spaesamento al cospetto di un orizzonte socio-demografico in continua trasformazione potranno talvolta apparirci sentimenti ingenui o immotivati, ma creano un disagio concreto e meritano di essere presi seriamente in considerazione.
 Da ultimo, concordo sull'ottusa pervicacia con cui viene perseguito da tanti esponenti della sinistra il politicamente corretto, che fa il paio con la grettezza con cui tanti esponenti della destra non si peritano di riproporre gratuitamente pregiudizi stupidi e offensivi. Forse, da sinistra, sarebbe il caso di rilanciare piuttosto il nobile valore della tolleranza, e di rendersi conto che questo contempla la capacità di mettersi nei panni del proprio interlocutore, e di riconoscerne le buone intenzioni quando utilizza formule o espressioni che possiamo ritenere improprie, ma che non hanno alcun intento offensivo.
 Vi sono poi diversi aspetti della trattazione su cui non concordo per nulla con Ricolfi. In primo luogo, la sua definizione di "popolo" è estremamente superficiale: come si può parlare genericamente di ceti "bassi" (con cui il "popolo" coinciderebbe) e "alti" senza precisarne almeno collocazione geografica, consistenza socio-demografica, riferimenti culturali e valoriali, orizzonte professionale e patrimoniale? 
 Del resto, capisco questa difficoltà: viviamo tempi in cui i confini fra le diverse classi sociali sono diventati molto più labili di un tempo, in cui, per effetto della crisi economica, parte del ceto medio si è "proletarizzato" e in cui, il "classico" proletariato ha totalmente smarrito una specifica coscienza di classe facendo propri valori, cultura, aspirazioni un tempo caratteristici della piccola borghesia.
 Se si assumono queste nozioni, diventa difficile individuare nel "populismo" (peraltro sommariamente descritto) l'erede della sinistra di un tempo, come, con un semplicismo disarmante, pretende di fare Ricolfi. Si dovrebbe invece riconoscere che, sotto la maschera del "populismo" - e di quella ancora più ambigua del "sovranismo" - si nascondono le nuove destre, che sfruttano le inquietudini di larghi strati della popolazione (molto diffuse fra borghesi e "aspiranti borghesi") per proporre demagogicamente come nuove tendenze e brillanti risposte a problemi reali ingannevoli ricette vetero-nazionaliste.
 Ugualmente discutibili sono molti dei giudizi formulati da Ricolfi a proposito della sinistra. Se la vocazione della sinistra è solidaristica ed egualitaria non si può dire che sia stata fallimentare la scelta - operata da gran parte delle sinistre europee negli anni novanta - di sposare le opzioni dell'economia di mercato e della globalizzazione, visto che, come anche l'autore riconosce, la globalizzazione ha complessivamente diminuito il numero di poveri a livello mondiale (anche se probabilmente a sinistra molti ritengono - con ragione - che la globalizzazione avrebbe potuto essere governata diversamente). Allo stesso modo, non si può definire puramente pretestuosa l'attenzione delle sinistre nei confronti dei migranti, che il un mondo di interdipendenze sono molto più vicini a noi di quanto comunemente si creda, e - quando approdano in Occidente o quando cercano di approdare in Occidente - spesso incarnano realmente gli "ultimi", fra coloro che ci sono prossimi.
 Senza approfondire questi aspetti, alcune delle conclusioni a cui pretende di giungere Ricolfi mi sembrano davvero poco utili per capire le dinamiche della politica europea contemporanea. 

Voto: 6,5

domenica 5 gennaio 2020

Filippo Valoti Alebardi, "Vite siberiane", Rizzoli


 Vite siberiane è il reportage di un viaggio (anzi, di una serie di viaggi) in terre estreme, quali senz'altro sono le vaste regioni che per migliaia di chilometri si estendono nell'entroterra di Magadan, la città portuale affacciata sul mare di Ochotsk che, in epoca staliniana - e, ancora prima, in epoca zarista -, costituiva il punto di approdo per i bastimenti che trasportavano i prigionieri condannati dal regime ai lavori forzati nei campi siberiani della Kolyma. 
 Territori oggi semi-disabitati a causa delle proibitive condizioni climatiche (durante il lunghissimo inverno le temperature possono scendere sotto i 60 C° sotto lo zero, mentre nel corso della breve, torrida estate raggiungono anche i +40 C°), ma ai tempi dell'URSS assai più popolati: vi vivevano infatti tanto i reduci dei campi di prigionia rimasti in Siberia anche dopo la fine delle purghe staliniane, quanto i lavoratori delle compagnie minerarie che tentavano di sfruttare, a beneficio dello Stato, i ricchi giacimenti d'oro e di altri metalli presenti nel sottosuolo. Si tenga conto che sullo sfruttamento delle miniere siberiane le autorità contavano per il sostentamento dell'intera macchina amministrativa sovietica.
 Alebardi, che è nato e cresciuto a Mosca, figlio di una donna russa e di un imprenditore bergamasco, si reca nella Kolyma in tre diversi momenti: prima come inviato dell'agenzia TASS; poi come guida e interprete degli alpinisti Simone Moro e Tamara Lunger, venuti in Siberia per scalare il Pik Pobeda; infine come giornalista free lance, ormai stregato dal fascino particolarissimo di questi luoghi gelidi, impervi e selvaggi.
 Oggetto della sua curiosità sono di volta in volta: gli autotrasportatori che d'inverno percorrono con i loro giganteschi camion le rotte degli zimnik, i fiumi ghiacciati che si trasformano nelle strade più veloci per raggiungere i villaggi minerari del nord, perfettamente piane ma non prive di terribili insidie.
 I pastori di renne, che passano lunghi, gelidi e solitari mesi nelle loro tende, conducendo gli animali sulle alture rocciose che il vento ha sgomberato dalla neve, e dove crescono i gialli licheni di cui le greggi si nutrono.
 I tecnici di una stazione meteorologica, che da anni, insieme alle loro famiglie, vivono isolati in suggestive abitazioni di legno lontane centinaia di chilometri dal villaggio più vicino.
 Ivan Panikarov, un ex idraulico di Jagodnoe (l'ex centro amministrativo dei lager staliniani) trasformatosi in uno storico della dimensione del Gulag siberiano, ricostruita in un rustico museo allestito con oggetti e documenti di quell'infausta esperienza.

L'orizzonte siberiano da cui si alzano le caratteristiche nuvole arancioni dovute alle esplosioni con cui i cercatori d'oro sbriciolano il terreno gelato

 Neksikan, un centro urbano che fino a un paio di decenni fa contava più di cinquemila abitanti e che, in seguito, le compagnie minerarie hanno raso al suolo per setacciare il terreno ricco d'oro che giaceva al di sotto delle abitazioni, e dove oggi è rimasto un solo, nostalgico cittadino. Costui, con la scusa della manutenzione della sottostazione elettrica che sorge fra le rovine del vecchio comune, è diventato il custode dei ricordi di tutti coloro che se ne sono andati.
 La vita solitaria di un "predatore", ovvero un cercatore d'oro clandestino privo di un braccio, che ha eletto a sua dimora un villaggio minerario abbandonato, e vive pericolosamente cercando di aggirare i controllo delle autorità e degli emissari delle grandi compagnie detentrici dei diritti di estrazione dei metalli.
 Nella loro elementare concezione, libri così a me sono sempre piaciuti, perché proiettano in un mondo totalmente alieno alle gabbie della vita borghese; eppure Vite siberiane non sarebbe più originale di tanti altri (e quindi non risulterebbe particolarmente interessante) se non fosse per due ragioni: la prima è che l'irresistibile attrazione che Alebardi prova per questi territori immensi e semideserti, in cui è tanto arduo vivere, è alimentata da un desiderio di fuga da Mosca, dal bisogno di cercare una Russia capace di sottrarsi al giogo putiniano, così evidente nella capitale e così simile a quello che schiacciò il Paese negli anni peggiori del realismo socialista.
 La seconda è che l'autore arriva a rendersi conto che neppure in quelle terre remote è possibile astrarsi del tutto dalle brutture e dai conflitti del presente e dissipare definitivamente le ombre del passato: Ivan Panikarov, l'ex idraulico che ha creato il museo dedicato alla memoria dei lager della Kolyma, nonostante abbia conosciuto personalmente alcuni ex prigionieri e abbia constatato l'ingiustizia di cui sono stati vittime, nonostante abbia raccolto documenti che certificano la disumanità e la brutalità delle purghe staliniane, arriva a giustificare la creazione del sistema Gulag perché allestire un esercito di prigionieri-schiavi costretti a lavorare in condizioni impossibili era forse l'unico modo di sfruttare le risorse siberiane a beneficio della potenza dell'Unione Sovietica e del benessere della maggioranza dei suoi cittadini. Non solo: Sasha, uno dei migliori amici di Vladimir Kuklin, "l'ultimo dei neksikani", mostra con orgoglio all'autore una foto del figlio poliziotto impegnato, manganello alla mano e in assetto antisommossa, a disperdere i pacifici manifestanti di un corteo contro l'autoritarismo di Putin a Mosca.
 La lezione che da tutto questo deriva è che l'impegno di coltivare dentro di sé i valori della libertà, della civiltà e della solidarietà e di lottare per essi non può mai venire meno, perché non c'è luogo della terra nel quale sia possibile lasciarsi alle spalle le proprie responsabilità di uomini probi.

Voto: 6   

lunedì 30 dicembre 2019

Olga Tokarczuk, "I vagabondi", Bompiani


 Questo libro della scrittrice polacca a cui è stato recentemente assegnato il premio Nobel per la Letteratura è uno strano oggetto: non lo si può considerare un romanzo, pur essendo percorso da una cospicua vena narrativa; assomiglia piuttosto a un trattato o a un manifesto, anche se è troppo asistematico per appartenere alla prima categoria e troppo svagato per rientrare nella seconda.
 Vi si analizza la dimensione del viaggio, con un approccio che talvolta è dichiaratamente autobiografico, talvolta sistematicamente filosofico, talaltra suggestivamente metaforico, talaltra ancora distesamente diegetico. Il concetto di viaggio ora implode in se stesso, ora esplode fino ad assorbire temi ed esperienze in apparenza appartenenti ad altri ambiti del sapere e dell'agire umano.
 Troppo facile, persino banale e in fondo impreciso sarebbe dire che il presupposto da cui la Tokarczuk parte è che la vita umana è un viaggio. Più giusto affermare che ferma convinzione dell'autrice è che l'uomo stesso sia un viaggio; anzi, una serie di viaggi sprofondati uno dentro l'altro, capaci di rimandare continuamente uno all'altro come in un infinito gioco di specchi che implica diversi livelli di consapevolezza e, addirittura, di "consistenza ontologica": un individuo può viaggiare nello spazio o nel tempo, può viaggiare fuori dalla propria coscienza o dentro di essa, può trasformare in un viaggio ciascuna interpretazione di ogni singolo aspetto della realtà o farsi trasportare come dentro una nave corazzata dalle più viete consuetudini del gruppo a cui appartiene.
 Possiamo viaggiare grazie alla nostra fantasia e a quella di chi ci sta vicino, con il nostro corpo o dentro di esso; il corpo, infatti, è la condizione fondamentale del viaggio, il suo limite (le restrizioni al movimento poste dai confini nazionali alle migrazioni riguardano specificamente i corpi delle persone) e, nella sua inevitabile provvisorietà, anche il suo fine (mai come quando siamo in movimento noi "diventiamo" in tutto e per tutto il nostro corpo).
 La meta di ogni viaggio, inoltre, è sempre qualcosa di parziale o perfino di ingannevole: dato che non si arriva mai dove si credeva di arrivare nel modo in cui si credeva di arrivare, il vagabondaggio è parte di ogni viaggio.
 Il caleidoscopio fenomenico che deriva da tutti questi assunti si traduce in una serie di aneddoti e di racconti diversissimi, che si riversano gli uni dentro gli altri - o lasciano posto gli uni agli altri - attraverso una serie di associazioni che, a tutta prima, sembrano assai peregrine, e solo a posteriori acquistano un senso. 

Olga Tokarczuk

 Si può così passare dalla descrizione di un treno carico di commessi viaggiatori alla storia di un uomo che, durante una vacanza in Grecia, vive la traumatica esperienza dell'improvvisa e inspiegabile scomparsa della moglie e del figlio; si va da una conferenza tenuta da alcuni specialisti in aeroporto sulla psicologia del viaggiatore al racconto di una donna ormai cinquantenne che dopo trent'anni ritorna in Polonia - abbandonata insieme ai genitori ai tempi del comunismo - solo per somministrare l'eutanasia al suo fidanzato di un tempo, mai più rivisto da allora.
 Ci si focalizza ora sulla vita di Philip Verheyen, anatomista allievo del celebre Frederik Ruysch, che vide nascere la sua vocazione nel momento in cui gli amputarono una gamba, ora sulla rappresentazione del sacchetto di plastica come una nuova specie vivente capace di colonizzare tutta la terra; ora sui viaggi in Europa dello zar Pietro il Grande, desideroso di apprendere quanto gli sarebbe servito per modernizzare il suo Paese, ora sulla capacità di un vecchio professore ormai prossimo alla fine di ritrovare forza e ispirazione per immergersi nella grecità classica oggetto dei suoi studi di una vita, ricreando in maniera geniale, a beneficio del suo uditorio, l'atmosfera di quel mondo scomparso.
 La supplica  all'imperatore d'Austria di Josephine von Feuchtersleben, figlia dell'unico consigliere di colore di Giuseppe II - imbalsamato dopo la morte per allestire insieme ad altre curiosità una Wunderkammer per il diletto dei frequentatori della corte - affinché il padre possa ricevere cristiana sepoltura, viene collegata alla consuetudine Maori di imbalsamare e conservare le teste dei membri della famiglia deceduti; la tentazione del dottor Blau, anatomopatologo, di concedersi all'anziana vedova di un suo prestigioso concorrente da poco scomparso nella speranza di sfruttarne le ricerche per ottenerne vantaggi accademici viene associata al viaggio in aereo di un gruppo di gonfi europei di mezza età verso un paradiso caraibico per comprare favori sessuali che sarebbe impensabile avere altrove. 
 Il testo, nel suo insieme è senz'altro molto originale e degno del massimo interesse; certo il lettore, anche quando trova belli e significativi i singoli racconti, può essere disorientato dalla logica con la quale il libro è costruito, e trovare artificiosamente e inutilmente complesse, per quanto suggestive, determinate correlazioni.

Voto: 6,5

giovedì 26 dicembre 2019

Israel Joshua Singer, "La famiglia Karnowski", Adelphi


 La famiglia Karnowski è uno di quei libri il cui potere di fascinazione deriva dalla straordinaria capacità di creare un mondo, di arredarlo in tutti i particolari, di trasportarvi il lettore e di dargli la sensazione di essere, in prima persona, testimone di tutto quanto vi viene rappresentato.
 Il romanzo, scritto in yiddish, uscito negli Stati Uniti nel 1943 e pubblicato per la prima volta in traduzione italiana pochi anni fa, ha il respiro di un classico d'altri tempi: si presenta infatti come una grandiosa saga familiare che, raccontando le vicende di tre generazioni diverse di una famiglia ebraica di origine polacca, scandaglia una porzione importante di quella che gli specialisti chiamano Storia contemporanea, tra la fine dell'Ottocento e gli anni trenta del Novecento.
 La narrazione è, per l'appunto, divisa in tre parti: la prima si sviluppa sotto il segno di David Karnowski, commerciante di legname polacco elevatosi con lo studio al rango di intellettuale. Seguace di Moses Mendelsson, interprete della tradizione ebraica di matrice illuminista, David - stabilitosi a Melnitz insieme alla moglie Lia - entra presto in contrasto con i notabili del suo shtetl di appartenenza per via del loro approccio oscurantista alle cose della religione. Trasferitosi quindi a Berlino, adotta immediatamente un atteggiamento modernamente laico, decidendo di essere ebreo nella propria casa, tedesco nella vita pubblica: impadronitosi velocemente della nuova lingua, riesce a integrarsi alla perfezione nell'eclettica classe dirigente della sua nuova città, diventandone un membro di riconosciuto prestigio.
 La seconda parte del libro gravita attorno a Georg Karnowski, figlio maggiore di David e Lia, cresciuto all'insegna dei valori del padre e, tuttavia, poco incline a seguire il solco per lui tracciato da genitori che finiscono per apparire troppo metodici, disciplinati e tradizionalisti per la sua indole ribelle e la sua esuberante personalità. 
 L'estraneità di Georg nei confronti del mondo ebraico appare subito molto marcata; la sua inquietudine esistenziale si traduce in una carriera scolastica quantomai tormentata, che non gli impedisce, dopo aver incontrato casualmente il dottor Landau - comunista e al servizio dei poveri di un quartiere operaio - e sua figlia Elsa, di intraprendere la carriera di medico.   

Israel Joshua Singer

 Affinata la sua abilità di chirurgo al fronte, in occasione del terribile bagno di sangue della Prima guerra mondiale, Georg si trasforma nel dopoguerra in un ginecologo fra i più ricercati, arrivando a possedere una sua rinomatissima clinica. Non riesce però a coronare con le nozze il suo amore per Elsa Landau, completamente assorbita dalla militanza politica nelle file della sinistra, e si unisce in matrimonio a Teresa Holbeck, tedesca "di sangue ariano", il cui scioperato fratello Hugo, reduce di guerra, compendia tutto l'egoismo, la dabbenaggine, l'incultura e la grettezza della piccola borghesia colpita dalla sconfitta nella Grande Guerra, impoverita dalla crisi economica e pronta a gettarsi nelle braccia del nascente nazionalsocialismo.
 La terza parte del romanzo è focalizzata sulla figura di Jegor Karnowski, figlio di Georg e Teresa, la cui fragilità caratteriale viene esasperata proprio nel corso della delicata fase dell'adolescenza dalle indicibili umiliazioni che, a scuola, è costretto a sopportare dal momento dell'avvento al potere degli "uomini con gli stivali": i nazisti di Adolf Hitler. 
 Del resto, tutti gli ebrei subiscono le conseguenze delle leggi razziali; i Karnowski, più fortunati di altri nella tragedia, riescono a trovare il modo di lasciare la Germania prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale e dell'avvio della "soluzione finale", emigrando negli Stati Uniti.
 Ciò nonostante, la vita a New York non sarà facile per nessuno di loro: David, riscoperta l'importanza della religione e dell'unità dei figli di Israele, si adatterà a fare da umile scaccino nella sinagoga da lui frequentata; Georg, impossibilitato a esercitare la professione medica nella nuova patria, dovrà tornare al mestiere di commesso viaggiatore dei suoi avi; Jegor, più spesato che mai, vagheggerà un impossibile ritorno in una Germania che lo rifiuta e, avendo interiorizzato gli assurdi pregiudizi dei nazisti, spingerà il disprezzo della parte ebraica di sé fino a un disperato tentativo di suicidio.
 Il libro non appare straordinariamente originale dal punto di vista tecnico, ma si presenta come un affresco ampio, articolato ed estremamente suggestivo dell'epopea degli ebrei della diaspora in Europa nei cinquant'anni che precedono la Seconda guerra mondiale. 
 Il suo principale punto di forza sta nella finissima caratterizzazione dei personaggi. Memorabili, infatti, risultano non solo i tre personaggi principali (David, Georg e Jegor Karnowski), ma anche molte altre figure che, a turno, occupano il centro della scena assurgendo al rango di coprotagonisti.
 Fra di loro spiccano senz'altro il dottor Landau (salutista e naturista, coriaceo e generoso, disposto a curare gratuitamente i suoi poveri clienti), Solomon Burack (il commerciante ebreo tutto battute e proverbi, fiero delle proprie tradizioni - e per questo in apertamente avverso allo snobismo di un David Karnowski - e dotato di una presenza di spirito che gli consente di affrontare con coraggio anche le peggiori situazioni) e il miserabile Hugo Holbeck (per mentalità e visione del mondo prototipo del nazista mediocre, vile, stolido e feroce).
 Tutti questi caratteri (e molti altri che qui è impossibile citare) subiscono nel corso del romanzo un'evoluzione che rende il loro profilo umano quantomai realistico, assolutamente credibile.
 Dal punto di vista della definizione degli ambienti e del tratteggio delle geometrie del racconto, invece, brillantissime risultano le prime due parti, un po' meno efficace l'ultima, afflitta dalla pretesa insistita di conferire un rilievo simbolico ad ambienti e situazioni. Un difetto però trascurabile al cospetto della consistenza della macchina narrativa nel suo complesso.

Voto: 7,5

mercoledì 18 dicembre 2019

Annie Ernaux, "L'evento", L'Orma


 Comunque la si pensi, quello dell'aborto è un tema che non si può affrontare con leggerezza. Esso implica infatti, da una parte, la questione del riconoscimento del diritto all'autodeterminazione della donna e della piena giurisdizione dell'essere femminile sul proprio corpo; dall'altra, il problema di una precisa definizione dell'essere umano: che cos'è un uomo? In quale momento un individuo appartenente alla nostra specie comincia a essere tale?
 C'è chi crede che un essere umano cominci nell'istante stesso del suo concepimento, e chi pensa che un feto diventi un uomo solo con la sua venuta al mondo, al momento del parto. C'è chi ritiene che l'embrione debba avere diritti perfettamente equivalenti a quelli di un uomo fatto, e che tali diritti facciano premio sulla facoltà della donna di decidere in assoluta autonomia dell'uso del proprio corpo; e chi - al contrario - reputa esclusiva ed inviolabile la libertà della donna di gestire da sola tutto quello che è pertinente alle funzioni del proprio essere femminile.
 In diversi Paesi, gli orientamenti giuridici in merito a tali questioni sono differenti, ma la legge - forse saggiamente, certo con un po' di vaghezza filosofica - tende sempre a imporre una soluzione che si pone tra questi due estremi.
 Personalmente sono convinto che un essere umano possa essere individuato dall'intreccio del suo corredo cromosomico e delle relazioni che stabilisce con i suoi simili nel corso dell'esistenza. Così, se il corredo cromosomico viene definito nell'istante stesso del concepimento, il principio della vita di relazione dell'individuo si può riconoscere nel frangente che vede l'annidamento dell'ovulo fecondato nell'utero materno.
 Basta questo per dire che è quello il momento in cui un essere umano ha inizio (e per trarne, dal punto di vista etico, conseguenze cogenti, come quella che vorrebbe lecita la cosiddetta "pillola del giorno dopo", che impedisce l'annidamento dell'ovulo fecondato, e illeciti altri mezzi abortivi)? Forse no, visto che il concetto stesso di vita di relazione è piuttosto complesso e fotografa una realtà che prende forma, si sviluppa e si consolida nel tempo.
 Inoltre la pretesa di stabilire ciò che è lecito e ciò che non lo è incrocia la questione ineludibile dell'autodeterminazione femminile: si può obbligare una donna a serbare dentro di sé suo malgrado un essere che la costringe a piegare il suo corpo alle proprie improcrastinabili esigenze?
 Al cospetto di questo groviglio quasi inestricabile di dilemmi irrisolti, i libri che trattano narrativamente il problema dell'aborto non possono che contemplare le questioni filosofiche senza indugiare su di esse, insistendo piuttosto sugli aspetto storici e sociologici di questo difficile tema; affidandosi magari alla capacità quasi magica del racconto di suggerire spesso verità che sanno andare oltre le tesi preconcette da cui esso prende le mosse.

Annie Ernaux

 Così è senz'altro per L'evento di Annie Ernaux, che rievoca l'esperienza sconvolgente dell'aborto clandestino con cui l'autrice, nel gennaio del 1964, quando era una studentessa universitaria di soli 23 anni, decise volontariamente di interrompere una gravidanza inattesa e indesiderata.
 L'aborto, allora, in Francia, era una pratica illegale; e tuttavia molte giovani vi ricorrevano, poiché fortissimo era lo stigma sociale per le sventurate che concepivano un figlio fuori dal matrimonio.
 Per di più, per Annie, dare seguito alla propria gravidanza avrebbe significato riconoscere la fondatezza di quei pregiudizi classisti che volevano le ragazze di estrazione popolare naturalmente inclini a "rovinarsi", e quindi accettare di essere ricacciata come in una prigione nel mondo piccolo borghese ed operaio dal quale proveniva, senza più possibilità di uscirne.
 Il testo si giova di un efficacissimo effetto di "presentificazione" degli avvenimenti del 1963-64: Annie accoglie la notizia della sua gravidanza con incredulità più che con sgomento, e all'incredulità fa seguito un curioso senso di inerzia che la ragazza fatica a scrollarsi di dosso. Del resto, nessuno di coloro che le sono intorno la aiuta minimamente a rendersi conto della sua condizione e a riflettere su di essa: confidarsi con i genitori è fuori discussione; le compagne a cui rivela il proprio segreto la guardano con indifferenza o commiserazione; i ragazzi la osservano con morbosa curiosità, come la protagonista di una storia piccante che si vuole sapere come andrà a finire.
 Il senso di abbandono di Annie è totale, e si combina con un torpore irreale. Solo quando il rischio di restare impigliata in una situazione ormai senza rimedio si fa concreto, la ragazza decide di agire: grazie a una conoscente che ha vissuto la propria medesima esperienza, la protagonista si rivolge a una "fabbricante d'angeli" di Parigi che, con un duplice intervento non privo di qualche complicazione, la libera del suo imbarazzante fardello.
 Il libro è bello perché la ricostruzione della temperie emotiva che definì il periodo compreso tra l'ottobre del 1963 e il gennaio del 1964 è estremamente coscienziosa.
 Dal punto di vista formale, vale forse la pena di notare un elemento significativo. In tutti i libri della Ernaux si fa ampio uso di parentesi che racchiudono i pensieri riferibili a un livello di coscienza più profondo rispetto a quello che asseconda il flusso narrativo, quasi a un piano meta-narrativo e meta-normativo (capace di andare oltre i punti fermi del buon senso, del senso comune e, addirittura, della perfetta coerenza logico-razionale). Ebbene, le caratteristiche parentesi della Ernaux non sono mai state numerose come in questo testo: segno probabilmente che l'autrice si ritrova a maneggiare una materia ancora incandescente, con aspetti di cui è difficile parlare e che è persino difficile affrontare.
 Tocca al lettore - se ne ha la forza - varcare il confine filosofico in prossimità del quale la Ernaux si ferma, decidendo di riversare nel fedele racconto degli avvenimenti e degli stati d'animo di allora tutta la propria onestà intellettuale.
 Una scelta, questa, che pone il testo della scrittrice francese molte spanne sopra quell'insopportabile esercizio di retorica che è la "Lettera a un bambino mai nato" di Oriana Fallaci, l'opera che forse per prima ha affrontato narrativamente in Italia la questione dell'aborto.

Voto: 7