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sabato 21 marzo 2020

William Faulkner, "Gambetto di cavallo - Sei racconti polizieschi", La nave di Teseo


 Il libro consta di cinque racconti e un romanzo breve, quel Knight's Gambit che dà il titolo all'intera raccolta. Il filo conduttore dei diversi pezzi narrativi, al di là dell'ambientazione delle vicende narrate nel Sud degli Stati Uniti fra gli anni trenta e gli anni quaranta del Novecento, è la presenza, in qualità di investigatore, dell'avvocato Gavin Stevens, procuratore della contea di Yoknapatawpha, nello stato del Mississippi. 
 Stevens è un personaggio molto particolare: uomo di raffinata cultura (ha studiato in Europa - ad Heidelberg - e ad Harvard, conosce la filosofia e le lingue antiche e moderne), è però profondamente radicato nella sua terra, e riesce a capire alla perfezione anche le persone più umili che ad essa appartengono, a sentirsi solidale e a comunicare con loro.
 Stevens, per la verità, non è un vero e proprio investigatore, e il termine "racconti polizieschi" appare quasi usurpato da questi testi. Nelle prime pagine di An Error in Chemistry, il quinto racconto, ha luogo un confronto tra lo sceriffo di Jefferson e Gavin Stevens; il primo sostiene di perseguire la verità, il secondo ribatte di essere più interessato alla giustizia e agli esseri umani. "Perché, la verità e la giustizia non sono la stessa cosa?" chiede allora lo sceriffo. E Stevens, di rimando: "In passato ho avuto modo di vedere verità che sono tutto meno che giuste, e ho constatato con i miei occhi che la giustizia ricorre a mezzi e strumenti che mi rifiuterei di toccare anche con un bastone lungo tre metri".
 Il procuratore, insomma, è molto più uno psicologo e un filosofo che un investigatore, e Faulkner, attraverso la trama dei suoi racconti, appare sempre più interessato a portare alla luce l'irriducibile complessità della mente umana che a smascherare l'insidiosa ingegnosità dell'agire criminale. Anzi, a volte il delitto sembra solo un pretesto per sviluppare un carattere, per rivelare un lato oscuro del nostro essere emotivo, per indagare le discrasie esistenti fra la legge degli uomini, le dinamiche della nostra psiche e concetti ideali quali moralità, probità, rettitudine; altre volte l'individuazione e la punizione del colpevole sembra inessenziale al compimento dello sviluppo narrativo; altre volte ancora, addirittura, non c'è neppure un vero delitto sul quale indagare.   
 Il primo racconto, Smoke (Fumo), è in effetti il più poliziesco di tutti: parla di un'intricata vicenda di liti familiari, trascinatasi per anni, e causata soprattutto da uno scontro di temperamenti diversi. Quando il vecchio Anselm Holland - in aperto contrasto con i due figli ormai adulti - muore a causa di un incidente, nessuno sospetta un omicidio, fino a che l'anziano giudice Dukinfield chiamato a dirimere la questione dell'eredità dei terreni appartenuti a Holland, viene a sua volta assassinato. Solo a questo punto fa la sua comparsa Gavin Stevens che, pur non avendo uno straccio di prova, con uno stratagemma costringe l'insospettabile assassino ad autoaccusarsi del delitto.
 Anche qui, però, il colpevole resta sullo sfondo: a dominare la scena sono i tre personaggi del vecchio proprietario terriero, rimasto sempre estraneo alla comunità che tanti anni prima l'aveva accolto nel suo seno, e dei due figli gemelli Anse e Virge, diversissimi tra loro; oltre, naturalmente a quello del procuratore Stevens, che risolve il caso agendo quasi come un prestigiatore, e sfoggiando un acume e un'arguzia degni di Sherlock Holmes.
 Il secondo racconto, Monk, parla di un povero ragazzo dalla limitatissima intelligenza che, per due volte, viene accusato ingiustamente di delitti che non ha commesso. In entrambi i casi Gavin Stevens riesce a dimostrarne l'innocenza, ma inutilmente: la prima volta, infatti, Monk - il protagonista eponimo - rifiuta di firmare la domanda di grazia che gli permetterebbe di uscire dal carcere, perché si è affezionato al guardiano del penitenziario che lo ha preso sotto la sua ala; la seconda volta, il governatore dello Stato, per ragioni politiche, rifiuta di rendere pubblica la notizia della non colpevolezza di Monk, nel frattempo condannato a morte e impiccato in seguito all'uccisione, durante un tentativo di evasione, di quello stesso guardiano di cui era diventato il protetto. Ciò che spicca nel testo è la solidarietà umana che Stevens prova e riesce a esprimere nei confronti del più umile degli uomini, un orfano esposto dal proprio assoluto candore alla malvagità e al cinismo della maggior parte di coloro che incrocia sulla sua strada.

 William Faulkner

 Hand upon the Water è la storia di un duplice omicidio: del primo, commesso ai danni di un pescatore che viveva del poco ricavato dal suo lavoro in un'umile capanna vicino al fiume, Gavin Stevens scopre il responsabile - riuscendo ad andare oltre i luoghi comuni che vedrebbero nel colpevole il più ovvio dei sospettati -, e cerca di assicurarlo alla giustizia; del secondo l'investigatore nasconde invece l'autore, un sordomuto che era il figlio adottivo della vittima del primo delitto, e che si era scagliato contro l'assassino del padre con l'intento di vendicarlo, salvando contemporaneamente la vita proprio a Stevens. Notevole, per un racconto poliziesco ambientato in America, è il fatto che, quando Stevens  si appresta ad affrontare l'assassino del pescatore, decida di farlo senza portare con sé la propria pistola ("Per lo meno non sarà con questa che mi uccideranno" riflette tra sé e sé riponendo l'arma in un cassetto).
 Domani è invece un racconto che non si sviluppa intorno alla ricerca del colpevole di un delitto, bensì alla ricognizione delle labirintiche dinamiche degli affetti umani. Un uomo, un umile, onesto, maturo agricoltore delle colline, chiamato a far parte di una giuria popolare tenuta a giudicare il caso di un cittadino che, palesemente per legittime difesa, ha ucciso chi lo minacciava, si rifiuta di mandare assolto l'uccisore perché - come Stevens scopre - il teppista ucciso era figlio della donna che egli amava, morta di parto; l'uomo lo aveva allevato dalla nascita fino ai due anni di età, prima che i rozzi fratelli di lei glielo togliessero, forti di un'ingiunzione del tribunale. Pur essendo passati diversi lustri, il contadino non riesce a non vedere in quel prepotente l'inerme bambino di un tempo.
 Un errore di chimica, dietro la struttura narrativa del racconto poliziesco, nasconde una riflessione sulla labile fisionomia dell'identità individuale: in questo caso, infatti, un uomo - in passato celebre illusionista ed escapista in un circo - uccide la moglie e, pur avendo la possibilità di fuggire, si lascia catturare per poi evadere, sopprimere anche il suocero e cercare di sostituirsi a lui con un incredibile travestimento per vendere le sue terre e lasciare in seguito tranquillamente il paese con i proventi della transazione. Solo il caso consente a Stevens di scoprire il trucco. 
 Gambetto di cavallo, infine, oltre ad avere un passo diverso rispetto ai racconti precedenti, per via dell'ampiezza della struttura narrativa, ha anche caratteristiche formali differenti: innanzitutto il narratore non è più un conoscente o un anonimo nipote di Gavin Stevens (sovente chiamato "zio" negli altri testi), ma un narratore esterno, che però delega il punto di vista o allo stesso Stevens o a Charles, il figlio diciottenne della sorella del procuratore, che vorrebbe arruolarsi nell'aeronautica per partecipare alla guerra da poco scoppiata in Europa. Inoltre qui non muore nessuno, e non viene neppure consumato un delitto vero e proprio: il crimine viene solo architettato, ma Stevens impedisce che venga realizzato.
 La cosa più importante, però, è che la psicologia di Gavin Stevens si arricchisce di nuovi elementi: egli non è più soltanto il sofisticato investigatore capace di mettere la pietà davanti al trionfo della giustizia, ma un uomo di cinquant'anni per il quale è venuto il tempo di guardarsi indietro, di redigere un bilancio della propria esistenza, di fare piazza pulita di ogni rimpianto e di compiere finalmente scelte eluse tanti anni prima. Tanto che, alla fine del romanzo, il procuratore sposerà la vedova Harriss, l'amore di gioventù che, quando non aveva ancora trent'anni, si era lasciato sfuggire per inseguire le sue chimere in Europa.
 Tutti i testi che fanno parte della raccolta sono caratterizzati da uno stile impostato su una sintassi particolarmente elaborata, eminentemente ipotattica, in cui la complessità della frase riproduce mimeticamente la complessità di un mondo le cui storture l'investigatore protagonista dei racconti è chiamato non tanto a dirimere quanto a svelare e a riconoscere come tali.
 Nei pezzi più riusciti, questo tipo di scrittura diventa uno scandaglio efficacissimo per esplorare gli aspetti più problematici della frastagliata psicologia dei personaggi; talvolta ho però l'impressione che Faulkner si lasci un po' prendere la mano dal mestiere letterario, e il dettato raffinato dei brani più felici si trasformi in alcuni casi in una prosa estremamente involuta, difficile, gratuitamente oscura, persino fastidiosa, a tratti. 
 Fra tutti i racconti che fanno parte della raccolta, il mio preferito è probabilmente Monk.  

Voto: 6,5

domenica 26 gennaio 2020

Denis Johnson, "La generosità della sirena", Einaudi


 Spesso - forse condizionati da una specie di sudditanza psicologica nei confronti della popolarità della vulgata culturale neoavanguardistica - tendiamo a considerare originali o capaci di squarciare il velo del conformismo solo quelle forme di espressione letteraria che hanno come loro principale caratteristica un'ostentata volontà di provocare. 
 Denis Johnson è uno di quegli autori che riescono puntualmente a smentire questo luogo comune: nelle sue opere narrative si esplora senza esibizionismi la stranezza che alberga intorno a noi e dentro di noi, praticamente invisibile a uno sguardo convenzionale, ma capace talvolta di racchiudere il carattere peculiare e profondo e il segno autentico di una personalità, di informare di sé il modo di essere di un uomo, o di dare sapore a un'intera esistenza.
 Questo avviene anche ne La generosità della sirena (The Largesse of the Sea Maiden), la raccolta di cinque racconti che costituisce la fatica estrema dello scrittore americano, morto nel 2017 prima che il libro vedesse la luce. I protagonisti dei cinque racconti, pur nella loro patente diversità, sono accomunati dalla propensione a considerare senza pregiudizi le situazioni - inconsuete e talora assai bizzarre - con le quali si trovano ad avere a che fare, e a trarre dalla loro osservazione o dalla riflessione su di esse le debite conseguenze: un insegnamento o, addirittura, una rivelazione.
 Il primo racconto, l'eponimo La generosità della sirena, consta di una narrazione a episodi in cui il protagonista - un pubblicitario ideatore di uno degli spot televisivi di maggiore successo degli anni ottanta, ma in seguito incapace di ritrovare la straordinaria efficacia con cui allora era riuscito a promuovere una banca parlando d'altro - vive una serie di singolari esperienze di spaesamento (da una telefonata con una delle sue due ex mogli, che gli annuncia di essere in fin di vita, bruscamente interrotta senza che egli abbia avuto modo di stabilire inequivocabilmente di quale delle sue vecchie consorti si tratti, alla spiazzante amicizia con un solitario pittore primitivista incontrato per caso in un museo), fino a una magica passeggiata newyorkese, nelle strade deserte e imbiancate della metropoli bloccata da una nevicata, che lo conduce dentro un caffè che sembra fuori dal tempo, e in cui si respira un'atmosfera degna di una canzone di Paolo Conte ("Davanti al piano, un grande sax tenore poggiava ritto sul supporto. Senza nessuno che lo suonasse, sembrava un altro dei personaggi del bar: il pianista invisibile, il vecchio barista disincantato, la biondona fascinosa, il solitario sax naufragato... E l'uomo arrivato dalla neve [...]. La scena aveva un'atmosfera lunare, in bianco e nero. Seduta al tavolo a tre metri da me, la bionda aspettava, con le spalle dritte e la testa eretta").
 Il secondo racconto, Lo Starlight sulla Idaho, è costruito sul delirio di un alcolizzato che, ricoverato in un centro di recupero contro le dipendenze - situato dove una volta sorgeva un motel frequentato dalle prostitute e dai loro clienti -, comincia a scrivere lettere apparentemente assurde a persone vicine e lontane: la sorella, la madre, l'ex bambina di cui era innamorato alle elementari, papa Giovanni Paolo II... Da questa follia viene fuori la straordinaria figura di un sopravvissuto, più vicino di chiunque altro alla lucida constatazione della spietatezza della vita umana e dell'aridità di fondo delle umane relazioni.
 Il terzo racconto, Bob lo strangolatore, nasce dalla rievocazione di una profezia formulata al protagonista, molti anni prima, da un suo compagno di cella nel padiglione di un carcere di provincia, secondo la quale l'uomo sarebbe suo malgrado diventato un assassino; profezia realizzatasi in un presente in cui l'ex galeotto, sieropositivo e alcolizzato, scopre di avere inconsapevolmente infettato una grande quantità di persone vendendo il proprio sangue per comprarsi del vino.

Denis Johnson

 Sono gli ultimi due racconti, però, ad essere degli autentici capolavori. Trionfo sulla morte è intriso di un lirismo straordinario, ed esemplifica con una pacatezza e una serenità quasi surreali la fine che attende tutti noi attraverso la storia della morte di due scrittori, accompagnati all'estremo passo da chi era loro più vicino. L'accudimento, presentato implicitamente come la più alta espressione dell'amore, diventa un modo di dare un senso al nostro destino comune, di non arrendersi passivamente all'ineluttabile, di esaltare e di continuare a far vivere il ricordo dei momenti migliori passati con chi sta per andarsene (memorabile la figura di Liz, la donna malata di Alzheimer che non ricorda più nulla e nessuno - tanto da accogliere il suo attuale marito con un allegro "ciao sconosciuto!" tutte le volte che egli le si para davanti - tranne il suo ex marito Link, al cui letto si accosta per un ultimo saluto prima della morte di lui). Curiosa è poi la conclusione del racconto, che sembra prefigurare la morte dell'autore, effettivamente avvenuta di lì a poco: "Per voi è ovvio che, mentre scrivo queste parole, non sono morto. Ma forse lo sarò quando le leggerete".
 Doppelganger, poltergeist, invece, è la strana storia dello sviluppo del rapporto fra il narratore e un suo vecchio allievo a un laboratorio di poesia tenuto alla Columbia University nel 1984. L'allievo, Marcus Ahearn, allora giovane di belle speranze e in seguito poeta affermato e accademico a sua volta, si trascina dietro lungo i decenni un'ossessione superstiziosa nei confronti di Elvis Presley, del quale cerca addirittura di trafugare il cadavere, convinto che il vero Elvis sia stato in realtà assassinato già nel 1958 e sostituito con il suo gemello Jesse Garon Presley, dichiarato morto subito dopo la nascita, ma forse - nella fantasia malata di Marcus - rapito e poi cresciuto dall'ostetrica che l'aveva aiutato a venire al mondo, per prendere in seguito proditoriamente il posto del fratello, su macchinazione del "colonnello" Tom Parker, manager di Elvis, al quale avrebbe voluto imporre una svolta commerciale che il suo pupillo non gradiva. 
 Nello svolgersi del racconto, si scopre poi che quella di Ahearn è addirittura un'ossessione al quadrato: anch'egli aveva un fratello, Lance, tragicamente morto nel fiore degli anni, e a sua volta, come Elvis, "gemello solitario": un ragazzo brillante, divertente, inarrestabile, mai abbastanza rimpianto. Il fatto interessante è che per Marcus, come Elvis è stato segretamente sostituito dal suo bolso gemello Jesse, suo fratello Lance è stato in qualche modo indegnamente rimpiazzato dal narratore stesso, come se egli fosse una reincarnazione del gemello nato morto di Lance medesimo.  L'assurda storia lascia sospeso per ciascuno di noi un interrogativo: e se tutti fossimo - platonicamente - doppioni deboli e sfibrati di fratelli che avrebbero saputo vivere la vita con ben altro piglio del nostro? La vertigine esistenziale che deriva da questo interrogativo è assoluta.
 Il libro presenta a mio parere alcune delle pagine più belle scritte da Denis Johnson: passi di un livello letterario tale da rendere ancora più dolorosa la prematura scomparsa dello scrittore.
 In conclusione, vale la pena di sottolineare la felice scelta dell'editore di concedere alla brava traduttrice di Johnson, Silvia Pareschi, la dignità della presentazione nel risvolto di copertina. Una cura a cui si dovrebbe pensare più spesso, visto il buon livello medio delle traduzioni che arrivano nelle librerie italiane.

Voto: 7,5 

domenica 13 maggio 2018

Letizia Muratori, "Spifferi", La nave di Teseo


 Raccolta di sei brevi racconti del mistero, caratterizzati da un'atmosfera rarefatta e sospesa, in cui prendono forma degli spettri che, nell'economia della narrazione, costituiscono l'oggettivazione di timori e dolori rimossi o elusi dai protagonisti attraverso un processo di astrazione spesso sofisticato, ma che finisce sempre per essere frustrato dalle trappole che la nostra psiche costantemente tende alla nostra volontà.
 Il primo racconto, Rispondi a Dimitri, è la storia di una specie di stalking telefonico durato venticinque anni: un'anziana coppia di coniugi in pensione - lui medico, lei insegnante - in procinto di trasferirsi in un appartamento più piccolo di quello che hanno sempre abitato in seguito alle insistenze della figlia, che ha già provveduto a disdire il loro contratto con la compagnia telefonica, quasi si rammarica di non poter più ricevere le chiamate di Dimitri, uno strano personaggio che da cinque lustri telefona a casa loro quotidianamente, sostenendo di essere stato un paziente del dottore. Le telefonate hanno a volte risvolti inquietanti: capita che il disturbatore resti dietro l'apparecchio senza profferire parola, in un silenzio teso; altre volte sembra colloquiare con una seconda persona, presumibilmente la madre, a cui però si sospetta che sia lui stesso a dare artificialmente vita, parlando in falsetto, come una sorta di novello Norman Bates.
 Le indagini della figlia della coppia porteranno allo scoperta di una realtà speculare rispetto a quella supposta: a parlare al telefono è la madre del presunto autore delle chiamate - la signora Di Mitri - che cerca di tenere in vita un ectoplasma vocale del figlio morto tempo prima, ed effettivamente curato in ospedale dal medico nel lontano 1979.
 Il secondo racconto, Alla deriva in Antartide, parla di una bizzarra nevrosi che porta il compagno della titolare della voce narrante, Pietro - ipocondriaco, fotofobico ed ecologista radicale -, a rifiutare ogni aspetto della modernità che risulti anche solo vagamente invasivo per l'ambiente (compreso il sapone) per isolarsi in una casa fredda, buia e maleodorante. Quando la protagonista-narratrice si ribella a tutto ciò e manifesta l'intenzione di andarsene definitivamente da un appartamento che assomiglia sempre di più a una prigione, Pietro si suicida nella vasca da bagno.
 Il senso di colpa porta allora la protagonista a rivolgersi a una sensitiva nella folle speranza di ristabilire un contatto con il compagno morto; e, nelle parole della sensitiva, prende davvero inaspettatamente forma una sorta di raggelato spettro della memoria del defunto: una voce che ripetendo "alla deriva in Antartide" dà corpo alla preoccupazione di Pietro per lo scioglimento dei ghiacci dovuto al riscaldamento globale.
 Il terzo racconto, Lascialo finire, mette in scena una visita della protagonista, che di mestiere fa la giornalista, a un agriturismo aperto nel Chianti in una dimora storica - appartenente a una ricca famiglia di origini ebraiche - immersa in uno splendido contesto naturale; una visita dalla quale ella spera di trarre un originale articolo sugli "israeliti nel Chianti". La visita finisce per riportare a galla una strana storia su un cane fantasma che infesterebbe la villa, a cui i membri più anziani della famiglia hanno tutta l'aria di credere davvero. 

Letizia Muratori

 L'aspetto più agghiacciante della vicenda è che quella storia affonda le radici nella memoria delle persecuzioni razziali e dell'Olocausto; e lo sbalordimento della protagonista raggiunge il parossismo quando, una sera, la luce se ne va per un black out, e si comincia a udire un abbaiare insistito. L'abbaiare, alla prova dei fatti, proviene da un vecchio giocattolo dall'aspetto di un cane, che però è incredibilmente privo di batterie!
 Il quarto racconto si intitola Questa è la rosa bulgara, e parla di una donna che, priva di un lavoro, accetta, dietro lauto compenso, di occuparsi dell'organizzazione del catering per una festa che l'inquilino russo dell'attico dello stesso stabile in cui ella abita un piccolo appartamento al pianterreno - Leo Vasilev - ha deciso di organizzare in casa sua. L'uomo è appena stato lasciato dalla moglie, un'aristocratica italiana, e Galina, la ventiduenne ucraina che è la sua nuova fidanzata, gli è di ben poco aiuto. Il fatto è che l'attico apparteneva un tempo alla famiglia della protagonista; da una finestra dell'ultimo piano dello stabile sua madre, malata di depressione, si era gettata quando ella aveva soltanto due anni.
 L'incredibile sorpresa che aspetta la protagonista nell'attico di Vasilev è che l'ineffabile Galina - per il resto una ragazza bella ma piuttosto insignificante - "vede" il fantasma di sua madre; lo vede e comunica con lui, in una sorta di trance che la conduce, al termine della festa, a seguirlo drammaticamente al di là del davanzale della finestra che la madre della protagonista ha usato per suicidarsi decenni prima.
 Miss Mucca è l'unico racconto con un narratore esterno, e fa riferimento a quanto accade nei pressi di un piccolo albergo a Villa, un villaggio vicino al confine con la Svizzera che ospita dei profughi richiedenti asilo. Molti di loro vengono da esperienze terribili e, nonostante questo - come sovente avviene - devono affrontare la diffidenza, quando non l'aperta ostilità, degli abitanti del luogo. L'ostilità della gente è accresciuta dal fatto che qualcuno degli ospiti stranieri dell'albergo è sospettato di piccoli furti e, addirittura, di piromania.
 Il responsabile dei furti e degli incendi è Ephrem, il fratello undicenne di Magda, una donna eritrea che conosce bene l'italiano per aver lavorato, nel suo Paese natale, per un'impresa italiana impegnata nella costruzione di una diga, e che per questo fa da interprete e da guida a tutto il gruppo di profughi. Magda ed Ephrem, in realtà, tengono nascosta la loro parentela per permettere a Ephrem di ricongiungersi ad altri parenti che risiedono in Germania. La piromania di Ephrem è conseguenza della morte del padre, ghermito da un incendio mentre lavorava per gli italiani in Eritrea; la famiglia non aveva ricevuto alcun risarcimento e, da quel momento, Ephrem aveva cercato il fantasma del padre in ogni lingua di fuoco.
 Quando un abitante di Villa scopre la colpa di Ephrem e minaccia di denunciarlo, Magda, che già è reduce da terribili abusi subiti in Libia, decide di concedersi alla lussuria dell'uomo per salvare il fratello. Mentre si abbandona passivamente alla nuova violenza, Magda indugia nel pensiero del concorso istituito a Villa per eleggere il migliore esemplare bovino della valle, Miss Mucca; e, sarcasticamente, le viene da ridere.
 Nell'ultimo racconto, Ghost Crab, il protagonista-narratore è un uomo, Michele, un gay italiano che insieme al compagno sta cercando di avere un figlio con l'aiuto di una madre surrogata negli Stati Uniti. Quando si reca negli Usa - a Norfolk, in Virginia -  per verificare come procede la gravidanza, scopre che Amanda, designata per essere la madre surrogata, ha in realtà perso il bambino. La rivelazione avviene nella casa di un sensitivo morto da tempo, e considerato dai suoi seguaci alla stregua di un profeta, dove Amanda ogni settimana è impegnata a fare le pulizie; e nell'aria aleggia forte la sensazione che, se Michele, il suo compagno Sergio e Amanda ci riprovassero, i loro desideri potrebbero davvero prendere corpo nello spirito del nascituro.
 I racconti migliori del novero, sebbene molto diversi l'uno dall'altro, sono senza dubbio Rispondi a Dimitri (il più sottile e originale) e Miss Mucca (il più angosciosamente dolente, nel suo realismo).
 In generale il libro appare molto raffinato, supportato da una scrittura tersa e gradevole, capace di dare corpo a uno stile a metà tra Yoko Ogawa e Michele Mari.

Voto: 6,5

domenica 6 maggio 2018

Alice Munro, "La vita delle ragazze e delle donne", Einaudi


 Penso che quello conferito ad Alice Munro nel 2013 sia di gran lunga il Nobel per la Letteratura più meritato degli ultimi anni. 
 Grazie alla sua scrittura densa e lineare, alla sapiente gestione del punto di vista - la voce narrante è quasi sempre interna, ma pone fra sé e la materia narrata una distanza temporale tale da riuscire a essere nel contempo fuori e dentro gli eventi narrati -, alla capacità di far venire a galla i grandi problemi esistenziali parlando in maniera semplice e diretta di questioni inerenti la quotidianità spicciola delle persone, Munro riesce a unire nel proprio discorso concretezza descrittiva e levità lirica forse più di ogni altro scrittore oggi in attività.
 La scrittrice canadese è considerata fra i più grandi maestri del racconto, eppure, da un certo punto di vista, è come se tutta la sua produzione insistesse sulla riscrittura di un unico grande romanzo, ambientato nell'Ontario sud occidentale e con protagonisti degli alter ego femminili capaci di esplorare via via tutte le sfaccettature della sua avventura biografica.
 E, d'altra parte, si può osservare come i singoli capitoli delle sue opere che più si avvicinano strutturalmente alla forma-romanzo siano trattabili come dei racconti a sé stanti, perfettamente autonomi rispetto alle altre sezioni del libro di cui fanno parte: è il caso, ad esempio, di Chi ti credi di essere? (Who do you think you are?) del 1978, o di questo La vita delle ragazze e delle donne (Lives of girls and women), uscito nel 1971 ma proposto solo ora al pubblico italiano.
 Il libro si compone di otto capitoli, ciascuno dei quali mette a fuoco una fase diversa del progressivo passaggio della protagonista-narratrice, Del Jordan, dall'infanzia all'età adulta; i diversi capitoli, però, non sono perfettamente consecutivi l'uno all'altro dal punto di vista temporale: vi sono continui sfasamenti, sovrapposizioni, fughe in avanti e ritorni al passato che, in virtù dell'assoluta autonomia letteraria delle singole porzioni del romanzo, a rigore, è forse sbagliato considerare tecnicamente dei flash back o dei flash forward. 
 Le vicende raccontate sono tutte ambientate a Jubilee, immaginaria cittadina che sorge fra le campagne dell'Ontario meridionale, nei pressi del fiume Wawanash, tra gli anni quaranta e l'inizio degli anni cinquanta del Novecento: nei primi capitoli, quando Del e suo fratello Owen sono ancora bambini, si avvertono gli echi della Seconda guerra mondiale in corso (si fa riferimento a personaggi che partecipano al conflitto, e alle obbligazioni emesse dal Tesoro per finanziare lo sforzo bellico), mentre in seguito la guerra viene citata come qualcosa che ci si è ormai lasciati alle spalle, e che è avvertito come lontano dal punto di vista psicologico, se non proprio cronologico. 
 Del è una ragazzina, e poi una ragazza - e alla infine una donna fatta - che cresce confrontando via via le aspirazioni e i sogni che la sua sensibilità e le conoscenze acquisite con gli studi (per i quali è particolarmente portata) fanno nascere in lei, con la mentalità e le abitudini dominanti nel Canada rurale degli anni quaranta che fa da sfondo alla sua storia; un mondo in cui le prescrizioni della morale religiosa appaiono cogenti, in cui l'adesione a una delle Chiese rappresentate a Jubilee (unitaria, battista, cattolica, anglicana) dipende in larga parte dal ceto sociale di appartenenza, in cui i libri sono considerati cose per bambini e sono del tutto superflui per gli adulti, in cui scopo precipuo della donna è il matrimonio, e il sesso è insieme argomento tabù ed elemento centrale nella vita di ciascuno, tanto da trasformarsi naturalmente in bruciante, affascinante mistero e pensiero dominante.
 Il contesto famigliare di Del, in realtà, è abbastanza particolare: il padre è un allevatore di volpi (le cui pellicce erano allora assai richieste) che passa tutta la settimana in Flats Road, fuori città - dove sorge il suo allevamento -, insieme al suo lavorante, lo "zio Benny", e si riunisce al resto della famiglia solo nel fine settimana; mentre la madre, divenuta agnostica per il fatto di essere figlia di una fanatica religiosa, crede nella cultura, e cerca di vendere enciclopedie a contadini per i quali si può dire che la lettura non sia certo il passatempo principale. Il suo obiettivo principe è quello di veder realizzate nella figlia le proprie ambizioni di emancipazione ed elevazione sociale.
 Del, dal canto suo, si sente contemporaneamente proiettata verso un mondo "altro" - chiamata a una vita diversa rispetto a quella che vede intorno a sé -, e singolarmente attratta e permeata dall'ambiente in cui cresce, a cui è tentata di aderire completamente, se non altro come forma di reazione alle pressioni della madre.      

Alice Munro

  Anche perché tutto quello che sostanzia la personalità femminile della protagonista - la costruzione delle proprie amicizie, l'individuazione dei propri punti di riferimento, l'esplorazione del mondo degli adulti, la scoperta di sé, del proprio corpo, delle proprie ardenti pulsioni erotiche - affonda le radici nella città in cui Del si trova a crescere. E, proprio per via di questa "immersione", l'ambiente in cui vive non può che salarle il sangue, diventare consustanziale alla sua storia, con tutte le sue sfumature e il suo portato di umanità, che finisce come sempre per andare oltre le ipoteche culturali e i pregiudizi dominanti connaturati a quel mondo.
 In quest'ottica, nell'ideale proiezione verso il futuro della storia di Del, la scrittura stessa può apparire una soluzione per tenere insieme l'una e l'altra cosa, un mezzo per promuoversi culturalmente e per andare oltre il proprio contesto originario, conservando al contempo il passato recuperato attraverso un filtro capace di farlo rivivere, di nobilitarlo, di dargli un senso compiuto.
 Nei diversi capitoli, il tema centrale - per una storia che ha per protagonista una ragazza in età puberale - non può che essere quello della graduale scoperta e dell'incontro con il sesso, sul quale Del dapprima continuamente e astrattamente fantastica, spiando gli adulti, spiando i coetanei maschi, in compagnia della sua storica amica Naomi, e al quale poi, ai tempi delle superiori, si avvicina, con curiosità e circospezione, per imparare infine sull'uomo, sulla donna e sulle forze che li agiscono quanto basta per maturare con consapevolezza le sue proprie scelte. 
 Da questo punto di vista Naomi, che finisce per cadere nella trappola del matrimonio riparatore con un uomo che casualmente l'ha messa incinta, costituisce lo specchio rovesciato che mostra a Del ciò che ella non vuole essere e che trova infine la forza per decidere di non essere. Tutto ciò, senza che il destino di Naomi appaia in sé e per sé necessariamente in tutto e per tutto negativo o "sbagliato".
 L'amore, il sesso, le tempeste emotive che li accompagnano - o, al contrario, il pensiero del loro esorcistico rifiuto - fungono da lente che consente alla protagonista, ormai cresciuta, di mettere meglio a fuoco le vicende di tanti dei protagonisti della sua infanzia e della sua adolescenza, e più in generale della vita di Jubilee: dallo "zio Benny" allo zio Craig (impegnato nel suo studio a redigere gli annali dell'esistenza minuta degli uomini nella sua città natale), dalle zie zitelle Elspeth e Grace a Fern Dogherty (inquilina e amica della madre, impiegata all'ufficio postale, cantante lirica e donna dalla mentalità e dai costumi singolarmente disinvolti), da Art Chamberlain (il presunto amante di Fern Dogherty, palesatosi poi come un inaffidabile e innocuo pervertito che ama scandalizzare le fanciulle) a miss Farris (l'insegnante della locale scuola media impegnata con tutta se stessa nell'organizzazione dell'annuale messa in scena dello spettacolo di operetta, che pone fine alla propria solitudine annegandosi nel Wawanash), da Jerry Storey (il nerd dall'altissimo quoziente intellettivo con il quale, quasi per inerzia, Del finisce per accompagnarsi ai tempi del liceo, pur non essendone fisicamente attratta), a Garnet (il giovane e rozzo mercante di legname, convertito alla Chiesa Battista, per il quale Del concepisce una passione travolgente, e con il quale per la prima volta sperimenta le accensioni, i turbamenti e le problematiche di un rapporto "adulto").
 Dato che, come abbiamo detto, ciascuno degli otto capitoli di cui si compone il romanzo è trattabile alla stregua di un racconto a sé stante, possiamo provare a individuare i più riusciti. Pur riconoscendo che il livello della scrittura di Alice Munro è sempre mediamente altissimo, ne voglio scegliere tre: Eredi della viva carne (in cui vengono tratteggiate le poeticissime figure delle zie Elspeth e Grace), La vita delle ragazze e delle donne (il cuore del romanzo, in cui viene sviluppato il tema della crescente consapevolezza di sé di Del in relazione alla figura della madre e alle influenze dell'ambiente in cui vive), e Battesimi (con la scoperta del sesso e il definitivo ingresso nella vita adulta da parte di Del, che si imbatte nei primi fallimenti e nella necessità di compiere le prime, irrevocabili scelte importanti).
 A suggello di questa recensione vorrei dire che l'augurio migliore che si possa fare a un lettore che si appresta a prendere in mano un libro è quello di trovarvi la stessa capacità di rievocare in tutta la sua autenticità, attraverso la sola parola scritta, un universo di pensieri e sentimenti a lui estraneo che io trovo sempre nei libri di Alice Munro.

Voto: 8,5

domenica 14 gennaio 2018

David Szalay, "Tutto quello che è un uomo", Adelphi


 Una decina di anni fa mi capitò di recensire un libro - uno di quei testi che si propongono come letture da diporto, leggere, spiritose, ironiche, intelligenti - che pretendeva di classificare le donne secondo categorie che si volevano, se non proprio oggettive, certo razionalmente fondate, e tese a individuare modelli "tipici" e facilmente riconoscibili, psico-antropologicamente standardizzati, di femminilità; credo che avesse come titolo qualcosa come I venti tipi di donna.
 Nonostante fosse chiaro fin dall'inizio che l'autore - o gli autori, ora non ricordo - non intendessero prendersi troppo sul serio, quel misto di scanzonata superficialità e di capziosa acribia tassonomica che costituiva lo stile di fondo del libro finiva per ricalcare una serie di luoghi comuni sul genere femminile la cui bonaria presa in giro altro non era, di fatto, che una forma di legittimazione; e siccome, in questo modo, l'impressione complessiva era che il libro prendesse molto più sul serio di quanto dava mostra di fare la sagacia dei principi di classificazione adottati, l'effetto finale era piuttosto deprimente: venti tipi di donna sembravano davvero al costernato lettore o troppi o troppo pochi.
 A tutt'altro livello di complessità anche All that Man is rischia di cadere nella medesima trappola: il libro, infatti, si compone di nove racconti "esemplari" che individuano nove figure maschili molto diverse tra loro, e colte in momenti diversi della loro vita. Queste nove persone, nella loro caleidoscopica capacità di declinare in maniera differente pulsioni, aspirazioni e problemi esistenziali dalla radice consimile, dovrebbero illustrare in maniera esauriente agli occhi del lettore, come recita il titolo, Tutto quello che è un uomo.
 Il fatto è che, in questo caso, la trappola non scatta. Non scatta, prima di tutto, perché i nove racconti hanno uno sviluppo narrativo, e la scrittura narrativa, come sottolinea Annie Ernaux, ha quasi sempre la magica capacità di "disseppellire cose, magari anche una soltanto, irriducibile a ogni sorta di spiegazione - psicologica, sociologica o quant'altro -, una cosa che sia il risultato del racconto stesso, e non di un'idea precostituita o di una dimostrazione".
 Non scatta perché le vicende dei nove racconti, messe in ordine, disegnano lo sviluppo della vita umana dall'adolescenza alla vecchiaia, ma lo fanno con quel tanto di sfasamento tra un racconto e l'altro da frustrare la tentazione di trasformare i singoli pezzi narrativi nei capitoli di una sorta di unico romanzo a tesi.
 Non scatta, soprattutto, perché in ogni racconto vige la focalizzazione interna: il punto di vista adottato è sempre quello del personaggio di cui si racconta la vicenda, e questo porta il lettore all'immedesimazione, e nello stesso tempo crea quel senso di indeterminatezza rispetto al futuro che rende più avvincente la narrazione e i suoi protagonisti, e li sottrae a qualsiasi sforzo di classificazione. In più, le storie raccontate hanno tutte un finale ostentatamente "aperto".
 Certo, taluni voluti schematismi, che tendono a riportare tutto questo entro una ricercata cornice concettuale, permangono: l'età dei protagonisti dei racconti è progressivamente crescente, e le vicende raccontate si svolgono in mesi dell'anno che vanno in successione da aprile a dicembre, a tematizzare allegoricamente una corrispondenza tra la stagione dell'anno e la stagione della vita attraversata dai personaggi.
 Il primo racconto (che si svolge in aprile) ha come protagonista Simon, un riflessivo diciassettenne inglese che passa le vacanze viaggiando per l'Europa con Interrail insieme al suo amico Ferdinand. Simon appare costantemente dimidiato tra la curiosità di conoscere i luoghi di cui ha letto sui libri e che ha sognato di visitare, e il senso di spaesamento che gli provocano le situazioni per lui inedite in cui si trova suo malgrado, o lo scarso feeling che si palesa con il suo compagno di viaggio. Tanto che spesso finisce per chiedersi: Che ci faccio qui?. Così a Berlino, dove Ferdinand insiste per pernottare a casa di Otto, un ragazzo piuttosto scombinato in cui si sono già precedentemente imbattuti nel corso del loro viaggio; così a Praga, dove la signora quarantenne che li ospita in una camera in casa propria - la moglie di origine serba di un ex calciatore che passa le giornate a fumare indossando una vestaglia piuttosto provocante - tenta di sedurre Simon, ma poi, di fronte alla reticenza di quest'ultimo, ripiega su Ferdinand, che al contrario cede alla tentazione senza dare mostra degli scrupoli dettati all'amico dalla sua ipersensibilità.
 Il secondo racconto (maggio) narra l'avventura di Bernard, un ventiduenne francese di Lille, di famiglia proletaria, che viene licenziato dallo zio imprenditore - presso cui aveva cominciato da poco a lavorare dopo aver mollato l'Università - quando, alla sua svogliatezza, aggiunge la pretesa di usufruire di una settimana di ferie non ancora maturate. Le ferie gli servono per andare a Cipro con il suo amico Baudouin - studente universitario figlio di un dentista, che versa in condizioni economiche ben più floride delle sue -, con cui ha programmato la vacanza, ma che si tira indietro proprio alla vigilia della partenza. Bernard, avendo ormai prenotato e non potendo recuperare i soldi spesi, parte a malincuore da solo, "come uno sfigato". A Cipro si trova ad alloggiare in un albergo di second'ordine, lontano dal mare, privo di aria condizionata, in una stanza dove persino la doccia è fuori uso.
 In maniera del tutto inattesa, il suo soggiorno cipriota subisce una svolta quando, nella sala da pranzo dell'albergo, Bernard incontra Sandra e Charmian, madre e figlia, due burrose inglesi dall'appetito pantagruelico, dalla mole immensa, dal fascino paradossale e quasi ipnotico: estremamente ciarliera la prima, assolutamente silenziosa la seconda. L'incontro si trasformerà presto in una boccaccesca vicenda che vedrà Bernard gratificare della sua esuberante vitalità erotica prima la figlia e poi la madre.
 Al centro del terzo racconto (giugno) vi è invece Balàsz, un ventottenne ungherese, ex militare di stanza in Iraq, che nella vita civile ha trasformato la sua passione per il fitness in un lavoro diventando personal trainer in una palestra. Per arrotondare il suo magro stipendio, Balàsz accetta di fare da guardaspalle a Gàbor - un giovane cliente della palestra che ha accumulato una notevole quantità di denaro con traffici misteriosi e probabilmente piuttosto loschi - e alla sua fidanzata Emma - splendida ragazza dalla prorompente fisicità - durante un viaggio di affari a Londra. Il problema è che Balàsz è più o meno innamorato di Emma; e che, come ha presto modo di scoprire, il "viaggio di affari" organizzato da Gàbor ha lo scopo di trasformare Emma in una prostituta d'alto bordo disposta a concedersi a uomini molto ricchi e importanti che vogliono soddisfare i propri capricci con la garanzia di un'assoluta riservatezza.
 Quando uno dei clienti londinesi di Emma si mostra un po' troppo aggressivo, e la ragazza chiede aiuto, però, il muscoloso Bàlasz interviene picchiando selvaggiamente l'uomo e compromettendo in questo modo i "progetti imprenditoriali" di Gàbor e del suo socio locale, Zoli. Bàlasz viene licenziato in tronco, ma capisce presto che non è un grosso problema; ha ancora tutta la vita davanti a sé, e una quantità di nuove possibilità da cogliere.

 David Szalay

 Il quarto racconto (luglio) parla dei giorni destinati a cambiare la vita di Karel, un brillante filologo di origine belga sulla trentina, che vive a Londra e lavora in Università. Karel è stato incaricato dal padre di Waleria, la giornalista polacca con cui ha ultimamente intrecciato una relazione - che è il capo della polizia e uno degli uomini più potenti della sua città -, di condurre guidando fino in Polonia il lussuoso Suv d'importazione che ha appena acquistato. Karel vuole approfittare del viaggio per organizzare una piccola vacanza di qualche giorno in Germania con Waleria. E' la prima volta che si sente tanto bene con una ragazza. Quando la incontra a Francoforte, però, i programmi di Karel vengono sconvolti dall'annuncio che ella ha in serbo per lui: Waleria ha appena scoperto di aspettare un bambino. Angosciato dalla novità, Karel - che non si sente pronto a diventare padre, che tiene troppo alla sua libertà, e che teme che la sua carriera in impetuosa ascesa venga compromessa da eventuali responsabilità genitoriali - ingiunge bruscamente alla fidanzata di ricorrere all'aborto. La ragazza, che è di tutt'altro avviso, ci rimane molto male; il narratore li lascia così, sospesi intorno all'urgente decisione che sono costretti a prendere e che, in un modo o nell'altro, muterà per sempre le loro esistenze. Hanno tutto il tempo, se vogliono è una delle ultime frasi che viene lasciata ambiguamente cadere in chiusura della narrazione; ma è proprio così?
 Kristian, un giornalista danese di 38 anni, vicedirettore del principale tabloid pubblicato a Copenhagen, è il protagonista del quinto racconto (agosto). Kristian ha una moglie e due figlie, che però non vede praticamente mai, perché vive per il lavoro e passa tutto il suo tempo in redazione o in viaggio per seguire uno dei casi che il suo giornale intende documentare. La narrazione lo coglie alle prese, per l'appunto, con uno di questi "casi". Un collega ha raccolto le prove della relazione extraconiugale fra un Ministro del Governo danese in carica e la moglie di un ricco uomo d'affari. Nei giorni che vedono Kristian mettersi sulle tracce del Ministro - che sta passando qualche giorno di vacanza in Spagna - sulla base delle informazioni precedentemente raccolte, abbiamo modo di constatare come un riconoscimento puramente formale dei principi della deontologia professionale, l'opportunismo e una enorme dose di cinismo abbiano sostituito totalmente in quest'uomo l'etica e il rispetto di se stesso e degli altri. In fondo la sua vita si è trasformata in qualcosa di simile a una campagna militare, dove l'amore è stato rimosso come una cosa secondaria o comunque superflua, e le regole che contano sono esclusivamente quelle della "guerra".
 Il titolo del sesto racconto (settembre) potrebbe essere: La vita non è un gioco. James ha 44 anni, vive a Londra, e lavora per un grande gruppo immobiliare che si occupa della commercializzazione di prestigiosi complessi residenziali destinati ai turisti nelle più belle valli dell'arco alpino. E' abile e brillante nel sua professione, guadagna bene, ha una moglie e due figli che ama, ma difficilmente lo si potrebbe dire felice, perché sente pesare come un macigno sulle sue spalle la responsabilità di tutto quello di cui deve occuparsi: la sua famiglia, la sua casa, il suo lavoro; sente di avere un'età in cui non è più concesso scherzare, eludere le proprie incombenze, commettere errori: non c'è più nessuno spazio per la leggerezza e per la sperimentazione di cose nuove.
 Così, quando durante un viaggio di lavoro in Francia, in una bellissima vallata verde, incontra Paulette, una madre single di ventinove anni che lavora per un costruttore partner del suo gruppo immobiliare, e fra i due scatta un feeling immediato, e sembra sul punto di nascere un rapporto che va ben al di là della semplice stima professionale e della pura simpatia umana, James si tira indietro, perché ormai sa inequivocabilmente che la vita non è un gioco.
 Nel settimo racconto (ottobre), Murray è un uomo alla deriva: ha 55 anni, e dopo aver perso il lavoro per via delle sue negligenze ha deciso di trasferirsi dalla Gran Bretagna in Croazia, per lasciarsi alla spalle il suo Paese, la sua famiglia (il fratello e la sorella con cui non è mai andato d'accordo, come apprendiamo in apertura di narrazione, quando Murray si presenta, in ritardo, al funerale di sua madre), e tutta una società di cui non è mai riuscito a sentirsi propriamente parte. Vuole vivere da signore, lui, in un posto molto meno costoso di quello in cui è nato, sfruttando quello che ha ereditato e quello che gli è rimasto dal periodo in cui lavorava. Alla prova dei fatti, però, si rende presto conto che le cose non stanno esattamente come aveva immaginato: neppure in Croazia le sue scarse sostanze gli bastano per vivere agiatamente, non gli servono per farsi guardare da donne più giovani di lui, per procurargli gli amici che non ha mai avuto, né la considerazione sociale di cui non ha mai goduto. Murray finisce per realizzare che è e rimarrà agli occhi di molti un mezzo fallito - un miserabile - anche in Croazia, come lo era a Londra. Fanculo tutti quanti è la frase che meglio rappresenta il suo stato d'animo, e che potrebbe quasi diventare il suo motto.
 L'ottavo racconto (novembre) narra la vicenda Aleksandr, un tycoon di 65 anni, un ricchissimo uomo d'affari di origine russa - figlio di un membro della nomenklatura sovietica -, che al momento del crollo dell'Urss è stato abbastanza abile e spregiudicato da riuscire a sfruttare la sua posizione dentro quello che era il Ministero dell'Economia per costruirsi un impero finanziario, diventando una specie di "re del ferro". In realtà, però, dietro il velo delle apparenze - che lo vedono spostarsi tra automobili e natanti di lusso, circondato da innumerevoli uomini di servizio pronti a soddisfare qualunque suo capriccio -, il suo impero finanziario è sul punto di sgretolarsi: sua moglie - la sua terza moglie - lo ha lasciato proprio nel momento in cui una serie di investimenti sbagliati e una causa temerariamente intentata contro un suo vecchio nemico minacciano di intaccare gravemente le sue sostanze. Come gli fa notare Lars, l'avvocato che cura i suoi interessi, gli toccherà vendere il suo mega yacht, il suo jet privato, le sue case, le sue vigne, la maggior parte delle sue aziende. Gli rimarrà ancora di che vivere agiatamente, ma il suo potere economico sarà completamente annullato. Per chi è abituato a vedersi e a essere trattato alla stregua di un sovrano, una simile prospettiva risulta assolutamente deprimente; tanto che l'uomo pensa di togliersi la vita, senza però avere né la determinazione né il coraggio per farlo davvero. La conclusione mette a fuoco il profilo di un individuo che ha sacrificato al potere ogni cosa, e che, perso il potere, appare inevitabilmente finito.
 L'ultimo racconto (dicembre) ha per protagonista Tony. Tony ha 73 anni, ed è un ex membro del corpo diplomatico inglese ora in pensione (ci viene detto che in passato ha lavorato con John Major e con Tony Blair). Nel corso della narrazione scopriamo anche che è il nonno di Simon, il protagonista del primo racconto: quasi a voler chiudere idealmente il cerchio dell'impianto diegetico della raccolta. Lo troviamo in Italia, nella casa che con la moglie ha comprato nella campagna emiliana alla fine della sua carriera: un buen retiro, forse non elegante come quello che aveva sognato di possedere sulle colline toscane, ma a cui negli anni ha avuto modo di affezionarsi.
 Tony è un uomo ancora lucido e capace, ma su tutto quello che fa e su tutto quello che sogna incombe inevitabilmente il pensiero di essere ormai prossimo al crepuscolo della propria esistenza; e ciò che è più doloroso è il fatto che l'età non gli ha regalato la saggezza, né lo ha aiutato a trovare la chiave per dare un senso compiuto alla propria vita, né gli ha concesso il privilegio di fare pace con le proprie debolezze, le proprie paure, le proprie angosce; anzi, se possibile le ha acuite. Così, il rapporto con la moglie Joanna (che è più giovane di lui e che ancora lavora), che in alcuni frangenti era stato buono, è stato definitivamente incrinato dall'emergere della sua incontestabile, inconfessata, perpetuamente elusa omosessualità; i successi ottenuti nel suo lavoro, che aveva sperato potessero lasciare un durevole ricordo di lui, gli sembrano tutto sommato poca cosa. La sua unica consolazione è l'affetto dell'amatissima figlia Cordelia, la madre di Simon.
 E' proprio Cordelia a stargli vicino durante la convalescenza dopo un brutto incidente d'auto avuto in Italia, presso l'abbazia di Pomposa, quando le ombre della sua condizione si addensano chiudendogli completamente l'orizzonte. Ma neppure Cordelia può cambiare le cose, neppure il suo amore può fare da argine all'ineluttabile distruttività del passare del tempo.
 Forse - come suggerisce a Tony un verso di una poesia del nipote Simon che Cordelia gli ha orgogliosamente mostrato - all'uomo non è concessa altra soluzione per trovare la serenità da quella che comporta l'accettazione della propria impermanenza: l'abbandonarsi al tempo, che è l'unica cosa che dura, e la cui durata comporta di per sé la dissoluzione di ogni altra cosa.
 Il libro è estremamente suggestivo e ben scritto, e molti dei personaggi sono concepiti in maniera tale da risultare davvero memorabili. I parametri che vengono presi in considerazione per costruire la psicologia di uomini dal profilo umano tanto diverso sono, alla fine dei conti, pochi e ricorrenti: la coscienza di sé, la coscienza del tempo che passa, il rapporto col sesso, il rapporto col denaro, l'ambizione, la paura. Non c'è Dio, e l'amore è qualcosa di estremamente labile, transeunte, inconsistente. Ognuno appare, alla fine, desolatamente solo.
 La lettura è assolutamente interessante; ma il limite più grosso di quest'opera resta nel fatto che, con tutti i suoi pregi, si tratta di un libro fondamentalmente presuntuoso, a tratti un po' troppo meccanicamente schiavo dell'articolato impianto concettuale secondo cui è stato concepito.

Voto: 6,5

giovedì 29 giugno 2017

Roberto Bolano, "Il gaucho insopportabile", Adelphi


 Il gaucho insopportabile consta di cinque racconti e di due brevi saggi, ed è l'ultimo libro confezionato in vita da Roberto Bolano (anche se venne pubblicato solo dopo la sua morte). La malattia e l'ansia della fine, una costante sensazione di straniamento, il tentativo di esorcizzare la paura attraverso l'ironia sono le caratteristiche e i temi dominanti di questa raccolta.
 Il primo, breve racconto, Jim, ha come protagonista un "nordamericano triste", una poetica figura di bizzarro vagabondo che sembra sempre in attesa dell'epifania di una misteriosa verità.
 Il secondo racconto, Il gaucho insopportabile, che dà il titolo all'intera raccolta, parla di Héctor Pereda, un anziano avvocato di Buenos Aires che, arrivato all'età della pensione, dopo la morte della moglie e il fallimento dello Stato argentino, si trasferisce nella Pampa, in una malandata fattoria di sua proprietà, e comincia a vestire, a vivere e a comportarsi come un vecchio gaucho, muovendosi sempre a cavallo: si costruisce, in pratica, una sorta di nuova identità, tanto da arrivare a percepire come estraneo tutto quello che un tempo gli era così famigliare.
 Il poliziotto dei topi, invece, ha come protagonista José detto Pepe el Tira, singolare figura di topo-sbirro in una comunità di roditori dotati di coscienza antropomorfa, che vive nelle fogne di una grande città. Pepe è presentato come il nipote di Josephine la Cantante, il personaggio creato da Kafka in un suo famoso racconto scritto negli ultimissimi mesi di vita; se la Josephine kafkiana era simbolo dell'arte e della capacità dell'arte di dare valore e dignità alla vita del singolo individuo al di là delle circostanze collettivamente determinate in cui essa si svolge, e al di sopra dell'utilitarismo materialistico che spesso la domina, Pepe el Tira coglie, grazie alla sua professione, il lato oscuro dell'individualismo: abituato a imbattersi nei cadaveri di roditori caduti nelle grinfie di grossi predatori o vittime di tragici incidenti, Pepe scopre con sorpresa e orrore che esistono topi che uccidono altri topi senza che vi sia un motivo particolare, soltanto per una terribile ansia di autoaffermazione sui propri simili. La scoperta getta un'ombra oscura sui topi - e sugli uomini di cui sono il simbolo, naturalmente -, e mette in dubbio l'idea che essi possano in qualche modo elevarsi davvero dalla volgarità di base della loro condizione esistenziale.

 Roberto Bolano

  Il viaggio di Alvaro Rousselot è forse lo scritto in cui meglio si riconosce il tipico stile di Bolano, ed è centrato sul personaggio di uno scrittore argentino di discreto successo - Alvaro Rousselot - che si accorge con sommo disagio che esiste un regista cinematografico francese, tale Guy Morini, che nelle sue opere misteriosamente trasfigura i soggetti e i temi di Rousselot non solo senza dichiararlo, ma anche senza avere avuto apparentemente alcun contatto con i libri di quest'ultimo. Durante un suo viaggio in Francia, Rousselot si mette febbrilmente sulle tracce di Morini: la ricerca di quello che percepisce sempre di più come un vero e proprio alter ego lo condurrà a disfarsi di tutte le sue false convinzioni e persino a rinnegare l'artefatta personalità che, senza rendersene bene conto, negli anni, aveva costruito intorno al suo ego autentico; alla fine si innamorerà di una prostituta, trovando nel suo amore una pace disperata.
 Due racconti cattolici è uno scritto bipartito, costituito da due storie diverse accomunate dalla presenza di personaggi deliranti, che vivono la propria fede con rassegnata angoscia o con allucinato fatalismo.
 Infine, dei due saggi in chiusura, pensati per le ultime conferenze tenute dall'autore in vita, quello di maggiore spessore è sicuramente il primo, che tratta del rapporto tra Malattia e Letteratura e, passando per Baudelaire, Rimbaud, Lautreamont, Mallarmé e Kafka, argomenta su come il viaggio, il sesso e i libri, sebbene forse non abbiano alcun senso e non portino da nessuna parte, siano l'unica arma da opporre al fondamentale "male di vivere", e rappresentino l'unica via per provare a trovare qualcosa in cui possa magari conservarsi il valore - qualunque esso sia - della nostra transeunte esistenza.
 Il secondo, intitolato I miti di Cthulhu, è un ironico excursus sulla letteratura spagnola in cui, fra il tentativo di definire e ridefinire continuamente un pantheon di grandi autori di riferimento, e l'ambizione spasmodica degli scrittori emergenti, si è affermato un modus operandi dove alla ricerca della verità si è sostituita la ricerca della rispettabilità. 
 Nel complesso si può dire che, leggendo questo libro, ci si rende perfettamente conto di essere di fronte a un intellettuale di eccezionale levatura e a uno scrittore di prima grandezza, anche se forse non si trova qui la maggior parte delle sue pagine più incisive o più emozionanti. Fa impressione pensare che, mentre completava questa raccolta (dal sapore davvero "definitivo"), Bolano sapesse perfettamente di avere poche settimane di vita davanti a sé.

Voto: 7      

giovedì 16 giugno 2016

Breece D'J Pancake, "Trilobiti", Minimum Fax


 Minimum Fax ripropone in Italia l’unico libro pubblicato in vita da Breece D’J Pancake, promettentissimo scrittore americano morto suicida nel 1979, prima ancora di compiere 27 anni.
 Si tratta di una raccolta di dodici racconti, tutti ambientati in West Virginia e tutti dominati dalle medesime atmosfere e da tematiche assimilabili. I protagonisti sono in genere relativamente giovani (a volte addirittura molto giovani), ma hanno vissuto abbastanza da aver visto disattesi i sogni e le speranze cullati anni prima; appaiono così quasi dei sopravvissuti, dei residui di un passato dissolto e appena immaginabile, la cui unica testimonianza è costituita dagli incancellabili ricordi che – come relitti di un naufragio – sono conservati nella coscienza di ciascuno di loro.
 Stato d’animo prevalente in ognuna di queste narrazioni è un lucido disincanto impastato di profonda malinconia: così accade nel racconto eponimo Trilobiti, dove il giovane erede dell’unica fattoria rimasta a Company Hill, incapace di rendere produttivi i suoi terreni, passa il tempo a pensare al padre scomparso, a rievocare gli anni vissuti con lui e a cercare nei campi i resti fossili di ere geologiche lontanissime, consapevole di essere destinato a perdere sia Ginny, la ragazza che ama fin dagli anni del liceo, sia la fattoria, che sua madre vorrebbe cedere all’avido e ambiguo signor Trent.
 Così accade in La mia salvezza, dove il protagonista ha passato l’adolescenza a sognare di diventare un dj radiofonico in un’emittente di Chicago, ma ormai adulto si trova inchiodato a Rock Camp e al suo mestiere di meccanico; mentre Chester, l’amico di sempre, forse meno capace e onesto ma certo più spregiudicato di lui, ha avuto il coraggio di lasciare il paese natio al momento giusto (“prima che cominciasse a piovere merda”), è riuscito a diventare un attore piuttosto famoso, e ora fa finta di non conoscerlo.
 Così accade in Legno secco, dove Ottie, un camionista, durante uno dei suoi viaggi si ferma nel luogo dove è cresciuto e rivede Sheila, la ragazza che forse un tempo amava, e la trova intristita e invecchiata; rivede il suo amico fraterno Bus ridotto su una sedia a rotelle in seguito all’incidente avuto proprio con Ottie, un incidente volontariamente provocato da Bus, che cercava la morte probabilmente perché geloso di Ottie e di Sheila.
 Così, ancora, accade in Primo giorno d’inverno, dove Hollis, lasciato solo dai fratelli – trasferitisi altrove e impegnati con le loro famiglie –, si trova ad avere a che fare con due genitori ormai anziani e sempre meno capaci di badare a se stessi, mentre la stagione fredda incombe, e su ogni cosa si distende un’atmosfera quasi cimiteriale.
 La conclusione del racconto – che è anche la conclusione del libro – è esemplarmente elegiaca: “La neve oscurò il sole e mormorando la valle si richiuse quieta, quieta come un’ora di preghiera”.
 Altrove, spesso, la profonda inquietudine esistenziale dei personaggi incrocia problematiche legate alle dinamiche socio-economiche proprie del West Virginia, e alla riduzione per ciascuno di loro delle prospettive di riscatto individuale: si pensi a Valle (dove i protagonisti sono dei minatori alle prese con la difficoltà di far tornare i conti a fine mese); si pensi a Una stanza per sempre (in cui un marinaio in attesa di un imbarco si imbatte in una ragazzina scappata di casa che si prostituisce per vivere), o a L’attaccabrighe (storia di un pugile dilettante che sia arrangia con piccoli lavoretti per sbarcare il lunario).

 Breece D'J Pancake

 A volte l’intreccio dei racconti fa propri i meccanismi del giallo e del noir, senza però adottarne i ritmi incalzanti, rimanendo bensì ancorato alla rappresentazione di una realtà caratterizzata da quella desolazione morale e materiale che costituisce la cifra specifica di tutti i brani della raccolta: è il caso del già citato Una stanza per sempre, del notevole Cacciatori di volpi, di Quante volte (dove dietro il profilo dimesso di un piccolo allevatore di maiali si cela la sagoma spaventosa di un serial killer), di Come deve essere (che vede profilarsi l’ombra di un omicidio passionale).
 In una circostanza (in Il marchio) ci si addentra addirittura a esplorare la labirintica coscienza di una donna ingenua e disturbata, Reva, che è stata traumatizzata dalla perdita dei genitori anni prima, è segretamente innamorata del fratello e gelosa di tutte le donne che potrebbero avvicinarlo, ha un rapporto in generale morboso con tutto ciò che riguarda il sesso, e porta in grembo il figlio del marito Tyler senza riuscire a impedirsi di sentirlo terribilmente lontano. Alla fine Reva perderà il bambino e, in un accesso di follia, darà alle fiamme la casa dove un tempo era solita stare sola col fratello, e che costituisce l’unico ricordo concreto dei suoi genitori.
 Il più riuscito di questi racconti, quello che meglio riesce a contemplare e a lasciar convivere in maniera equilibrata quasi tutti gli elementi presi in considerazione, tuttavia, è per me Onore ai morti: scritto tutto in prima persona singolare, vede il protagonista, un giovane uomo con sangue pellerossa nelle vene, uscire di casa la mattina presto e percorrere a piedi la strada verso la città, mentre ricorda il suo amico Eddie, morto combattendo in Vietnam. Rievocando tanti episodi di vita quotidiana vissuti insieme, l'uomo finisce per chiedersi se Eddie non sia per caso andato a letto con Ellen, che in seguito sarebbe divenuta sua moglie, e se la loro bambina, la piccola Lundy, non sia in realtà figlia di Eddie ed Ellen.
 La tranquilla disperazione e il profondo disincanto che si respirano in tutte le pagine della raccolta, e l'aperto rimpianto per un passato irrecuperabile sono qui ipostatizzati in uno stile tanto asciutto, "onesto" e funzionale alla vicenda narrata da individuare un modo di fare letteratura che possiamo arrivare a definire "tipico di Pancake".

Voto: 7-