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venerdì 29 luglio 2022

Claudio Piersanti, "Quel maledetto Vronskij", Rizzoli

 

 La gelosia altro non è, in fondo, che timore di vedere intimamente lacerata la propria identità; in questo senso la sua parentela con la paura della morte è strettissima. 
 Se ne rende conto, nella sua avventura coniugale con la splendida moglie Giulia, Giovanni, un piccolo tipografo di Milano, non particolarmente colto, non particolarmente intraprendente, non particolarmente brillante, e tuttavia sensibilissimo al cospetto dei sentimenti e dei turbamenti della donna, che ama teneramente e con la quale vorrebbe vivere quasi in simbiosi.
 Ma Giulia è stata malata, forse lo è ancora, e la malattia ha depositato dentro di lei aridità, solitudine e un senso di disperazione difficile da fronteggiare. 
 Una sera, tornado a casa dal suo laboratorio, Giovanni trova nella cucina della propria casa un biglietto con cui Giulia lo lascia e gli intima di non cercarla. Il pover'uomo si interroga su quella decisione inattesa senza riuscire a spiegarsela: che cosa l'ha spinta a questo passo? Il suo sguardo corre sugli scaffali della libreria della moglie, lettrice molto più solida e costante di lui, fino a cadere su un volume decisamente ponderoso, che le ha visto spesso fra le mani e che certamente ella amava:  Anna Karenina di Lev Tolstoj.
 Giovanni non ha mai letto il romanzo, ma ora pensa che proprio lì dentro ci possa essere il motivo segreto dell'abbandono che ha subito. Comincia allora a compulsarlo furiosamente, e poi a leggerene interi brani, entrandone a poco a poco nella trama; si sofferma in particolare sul personaggio di Vronskij, colui che porta via Anna a suo marito, e che egli vede come un fatuo bellimbusto indegno di stima.
 Ecco allora farsi strada in lui un'idea insidiosa e prepotente: Giulia gli è stata portata via da qualcuno capace di essere più attraente ai suoi occhi di quanto egli non sia mai stato; con ogni probabilità un volgare seduttore, ma armato di un fascino di cui Giovanni è totalmente sprovvisto. Vronskij assume a poco a poco nella mente di Giovanni una fisionomia mostruosa: è colui che, macchiatosi di ogni nefandezza, ha conquistato con l'inganno la sua donna, e ora la possiede furiosamente; Vronskij ride alle sue spalle; Vronskij è il nemico giurato che egli non sapeva di avere, ma che ha sempre tramato alle sue spalle.
 L'ossessione di Giovanni si sublima infine in un'impresa che ha a che fare con la sua abilità professionale: egli preparerà un'edizione preziosa di Anna Karenina in onore di Giulia perduta, ripercorrendo il testo parola per parola, in maniera tale che il rovello della gelosia scavi in profondità in lui fino a portare alla luce le sue colpe nascoste nei confronti della moglie.
 L'umore di Giovanni si fa sempre più cupo, anche in considerazione del fatto che gli amici gli riportano la notizia che Giulia è in città, sta bene, conduce una vita lontana da lui ma, evidentemente, non ha nessuna intenzione di rivederlo.
 Anche le donne che chi gli è più vicino tenta di presentagli non lo interessano; il pensidero di Giulia perduta lo occupa tutto e, sotto la superficie tranquilla della sua consueta urbanità, lo sconvolge completamente.
 
Claudio Piersanti
 
 
 Il fatto è che Giulia non si è allontanata per amore di un altro uomo; si è allontanata invece per paura di essere ghermita dalla morte, per timore della malattia che crede di continuare a covare in lei. In realtà voleva uccidersi, per far soffrire meno il suo Giovanni: aveva organizzato tutto, ma non ha avuto il coraggio di gettarsi sotto un treno, come la protagonista del romanzo di Tolstoj.
 Quando torna, molti mesi dopo la sua partenza da casa, confessa al marito la sua disperata debolezza, gli chiede di riprenderla con sé e dichiara la propria inermità di fronte alla morte. E Vronskij, lo spettro di Vronskij non scompare dalla vita dei due coniugi; si trasforma invece nell'ombra della morte, sempre incombente e minacciosa, sempre furtivamente presente come infausta ipotesi, tragica opzione futura.
 Molti anni vivranno ancora insieme Giovanni e Giulia, in armonia quasi perfetta, in invidiabile confidenza, in assoluto accordo.
 Eppure Vronskij, il maledetto Vronskij, alla fine inesorabilmente arriverà, a ghermire la preda che gli spetta di diritto, a spazzare via ogni traccia di felicità, che di sicuro c'è stata, ma che allora sembra poco più di un'illusione.
 Il mal d'amore per eccellenza, l'orrida gelosia, si trasforma così - tragicamente - in mal di morte, in invidia per l'eterno e per la letizia inscalfibile degli dei.
 Il libro, tutto impostato su uno stile narrativo pacato e su ritmi morbidi e isocroni, è decisamente bello; la sua linearità non impedisce di leggerlo con piacere e insieme con emozione. E poi, la trovata di trasfigurare un famosissimo e sommamente ambiguo personaggio letterario, trasformandolo nell'emblema di tutte le nostre peggiori paure, a mio parere, è strepitosa.
 
In poche patrole: il libro si basa sulla trovata strepitosa di trasfigurare uno dei personaggi letterari più conosciuti e dalla fama più dubbia, il Vronskij di Anna Karenina, trasformandolo nell'emblema di tutte le nostre peggiori paure. In fondo, la gelosia che all'azione di un personaggio come Vronskij è indissolubilmente legata, altro non è che il timore di vedere lacerata in modo irrimediabile la nostra identità; e non è questo che più ci spaventa, nella morte?
 
Voto: 7

domenica 5 gennaio 2020

Filippo Valoti Alebardi, "Vite siberiane", Rizzoli


 Vite siberiane è il reportage di un viaggio (anzi, di una serie di viaggi) in terre estreme, quali senz'altro sono le vaste regioni che per migliaia di chilometri si estendono nell'entroterra di Magadan, la città portuale affacciata sul mare di Ochotsk che, in epoca staliniana - e, ancora prima, in epoca zarista -, costituiva il punto di approdo per i bastimenti che trasportavano i prigionieri condannati dal regime ai lavori forzati nei campi siberiani della Kolyma. 
 Territori oggi semi-disabitati a causa delle proibitive condizioni climatiche (durante il lunghissimo inverno le temperature possono scendere sotto i 60 C° sotto lo zero, mentre nel corso della breve, torrida estate raggiungono anche i +40 C°), ma ai tempi dell'URSS assai più popolati: vi vivevano infatti tanto i reduci dei campi di prigionia rimasti in Siberia anche dopo la fine delle purghe staliniane, quanto i lavoratori delle compagnie minerarie che tentavano di sfruttare, a beneficio dello Stato, i ricchi giacimenti d'oro e di altri metalli presenti nel sottosuolo. Si tenga conto che sullo sfruttamento delle miniere siberiane le autorità contavano per il sostentamento dell'intera macchina amministrativa sovietica.
 Alebardi, che è nato e cresciuto a Mosca, figlio di una donna russa e di un imprenditore bergamasco, si reca nella Kolyma in tre diversi momenti: prima come inviato dell'agenzia TASS; poi come guida e interprete degli alpinisti Simone Moro e Tamara Lunger, venuti in Siberia per scalare il Pik Pobeda; infine come giornalista free lance, ormai stregato dal fascino particolarissimo di questi luoghi gelidi, impervi e selvaggi.
 Oggetto della sua curiosità sono di volta in volta: gli autotrasportatori che d'inverno percorrono con i loro giganteschi camion le rotte degli zimnik, i fiumi ghiacciati che si trasformano nelle strade più veloci per raggiungere i villaggi minerari del nord, perfettamente piane ma non prive di terribili insidie.
 I pastori di renne, che passano lunghi, gelidi e solitari mesi nelle loro tende, conducendo gli animali sulle alture rocciose che il vento ha sgomberato dalla neve, e dove crescono i gialli licheni di cui le greggi si nutrono.
 I tecnici di una stazione meteorologica, che da anni, insieme alle loro famiglie, vivono isolati in suggestive abitazioni di legno lontane centinaia di chilometri dal villaggio più vicino.
 Ivan Panikarov, un ex idraulico di Jagodnoe (l'ex centro amministrativo dei lager staliniani) trasformatosi in uno storico della dimensione del Gulag siberiano, ricostruita in un rustico museo allestito con oggetti e documenti di quell'infausta esperienza.

L'orizzonte siberiano da cui si alzano le caratteristiche nuvole arancioni dovute alle esplosioni con cui i cercatori d'oro sbriciolano il terreno gelato

 Neksikan, un centro urbano che fino a un paio di decenni fa contava più di cinquemila abitanti e che, in seguito, le compagnie minerarie hanno raso al suolo per setacciare il terreno ricco d'oro che giaceva al di sotto delle abitazioni, e dove oggi è rimasto un solo, nostalgico cittadino. Costui, con la scusa della manutenzione della sottostazione elettrica che sorge fra le rovine del vecchio comune, è diventato il custode dei ricordi di tutti coloro che se ne sono andati.
 La vita solitaria di un "predatore", ovvero un cercatore d'oro clandestino privo di un braccio, che ha eletto a sua dimora un villaggio minerario abbandonato, e vive pericolosamente cercando di aggirare i controllo delle autorità e degli emissari delle grandi compagnie detentrici dei diritti di estrazione dei metalli.
 Nella loro elementare concezione, libri così a me sono sempre piaciuti, perché proiettano in un mondo totalmente alieno alle gabbie della vita borghese; eppure Vite siberiane non sarebbe più originale di tanti altri (e quindi non risulterebbe particolarmente interessante) se non fosse per due ragioni: la prima è che l'irresistibile attrazione che Alebardi prova per questi territori immensi e semideserti, in cui è tanto arduo vivere, è alimentata da un desiderio di fuga da Mosca, dal bisogno di cercare una Russia capace di sottrarsi al giogo putiniano, così evidente nella capitale e così simile a quello che schiacciò il Paese negli anni peggiori del realismo socialista.
 La seconda è che l'autore arriva a rendersi conto che neppure in quelle terre remote è possibile astrarsi del tutto dalle brutture e dai conflitti del presente e dissipare definitivamente le ombre del passato: Ivan Panikarov, l'ex idraulico che ha creato il museo dedicato alla memoria dei lager della Kolyma, nonostante abbia conosciuto personalmente alcuni ex prigionieri e abbia constatato l'ingiustizia di cui sono stati vittime, nonostante abbia raccolto documenti che certificano la disumanità e la brutalità delle purghe staliniane, arriva a giustificare la creazione del sistema Gulag perché allestire un esercito di prigionieri-schiavi costretti a lavorare in condizioni impossibili era forse l'unico modo di sfruttare le risorse siberiane a beneficio della potenza dell'Unione Sovietica e del benessere della maggioranza dei suoi cittadini. Non solo: Sasha, uno dei migliori amici di Vladimir Kuklin, "l'ultimo dei neksikani", mostra con orgoglio all'autore una foto del figlio poliziotto impegnato, manganello alla mano e in assetto antisommossa, a disperdere i pacifici manifestanti di un corteo contro l'autoritarismo di Putin a Mosca.
 La lezione che da tutto questo deriva è che l'impegno di coltivare dentro di sé i valori della libertà, della civiltà e della solidarietà e di lottare per essi non può mai venire meno, perché non c'è luogo della terra nel quale sia possibile lasciarsi alle spalle le proprie responsabilità di uomini probi.

Voto: 6   

lunedì 31 luglio 2017

Cristina De Stefano, "Scandalose. Vite di donne libere", Rizzoli


 Una decina di anni fa, Cristina De Stefano pubblicò Americane avventurose, un'appassionante galleria di ritratti di donne capaci, grazie alla loro spregiudicatezza e creatività, di lasciare un segno originale nella loro epoca, entrando spesso a far parte dell'immaginario popolare statunitense, e trasformando la loro vita in un'avventura degna di essere ricordata: da Berenice Abbott a Dorothy Dandridge, da Dorothea Lange a Dorothy Parker, da Anne Sexton a Mae West.
 Un'operazione simile viene proposta ora, per i tipi di Rizzoli, con Scandalose; con la differenza che molto più marcato è in questo caso il tratto trasgressivo e ostentatamente anticonformista dei personaggi femminili raccontati, quasi che i tempi nuovi reclamassero caratteri "estremi" e storie epidermicamente più "forti" per conquistare l'attenzione dei lettori.
 Le biografie di cui consta il libro sono in tutto venti: scrittrici, ballerine, modelle, artiste o, a volte, tutte queste cose insieme. Venti donne libere abituate ad assumere atteggiamenti o a seguire comportamenti apertamente provocatori dal punto di vista sessuale (che si tratti di lesbiche dichiarate o di eterosessuali), professionale o politico, tanto da conferire alle loro figure una particolare rilevanza dal punto di vista sociale o, più semplicemente, del costume e del senso comune. Vorrei soffermarmi sinteticamente solo su alcune di queste biografie, quelle che mi hanno colpito di più, perché riguardano personaggi che conoscevo poco, o perché si staccano in qualche modo dagli "standard trasgressivi" definiti dalle altre eroine prese in considerazione.
 Ad esempio, molto efficace risulta il racconto della biografia di Nina Simone (1933-2003), musicista classica e poi cantante jazz cresciuta in un ambiente modesto (a differenza di quasi tutte le donne qui presenti, provenienti da famiglie ricchissime) nell'America della segregazione razziale, capace di farsi strada grazie a un talento fuori dal comune unito a una inesauribile rabbia nei confronti di tutto quello che la circondava, dal razzismo, agli uomini che le furono accanto, alle regole del mondo della musica; aggressiva e persino maleducata con gli spettatori dei suoi concerti, sostenitrice delle ragioni delle Pantere Nere, piena d'ira fino all'ultimo, persino nel corso della malattia che se la portò via a settant'anni.
 Meritevole di grande attenzione è la vita di Else Lasker-Schueler (1869-1945), singolare poetessa divenuta un personaggio di culto in Germania; espressionista e ossessionata dall'oriente - tanto da costruirsi una sorta di autobiografia immaginaria da "principessa di Baghdad" - eccentrica, esotica, rude e raffinatissima al contempo. Attaccata in maniera morbosa al figlio, morto di tubercolosi a 28 anni, fu scacciata dal nazismo perché ebrea e pacifista, e morì in esilio a Gerusalemme prima della fine della Seconda guerra mondiale.

Cristina De Stefano

 Da riscoprire è invece Pearl S.Buck (1892-1973), scrittrice premio Nobel nel 1938, che fra i primi fece conoscere agli americani la Cina - dove era nata e cresciuta, figlia di due missionari presbiteriani. Sebbene fosse poco letta dai suoi compatrioti, e spesso fosse avversata dai comunisti in Cina (perché le sue opere denunciavano le terribili condizioni di vita dei contadini cinesi), il suo romanzo più importante, La buona terra, ebbe il merito straordinario di far capire a tanti che l'Occidente non era il centro del mondo.
 Louise Bourgeois (1911-2010) ha bisogno di poche presentazioni perché è una delle maggiori artiste dell'ultimo secolo. Il ritratto che qui ne viene fatto, però, riesce a ricondurre alla perfezione la violenza terribile espressa nelle sue sculture - grandi insetti, statue falliche, maschili e femminili a un tempo - ai traumi e ai buchi neri della sua storia personale, relativi al rapporto col padre in particolare - amatissimo e odiato, subdolo nei suoi tradimenti verso la famiglia di appartenenza, la moglie, la figlia.
 Albertine Sarrazin (1937-1967) visse una vita commovente e degna di essere raccontata anche se non avesse avuto come sbocco la sua attività di scrittrice; figlia naturale di un medico dell'esercito di stanza ad Algeri, venne disconosciuta e poi adottata dal padre e dalla moglie di lui dopo anni passati in orfanotrofio. Durante la sua irrequieta adolescenza fuggì da casa e si mise a rubare, tanto da finire in riformatorio e da essere ripudiata dalla sua severissima famiglia di impronta tradizionalista. Fuggita dal carcere minorile, fu raccolta da un piccolo malavitoso destinato a diventare l'uomo della sua vita. Continuò per anni a entrare e a uscire dal carcere, prima di vedere pubblicati i suoi libri; morì giovanissima, per le conseguenze di un banale intervento chirurgico malriuscito.
 Infine, Elsa von Freytag-Loringhoven (1874-1927), meglio nota come la "baronessa Elsa", fu la prima dadaista d'America, e uno dei primi artisti della storia a fare della sua stessa persona un'opera d'arte. Come scrive Cristina De Stefano "Alleva topi domestici prima dei nichilisti di Berlino, si tinge i capelli di verde prima dei punk di Londra, si esibisce con un grande fallo di plastica prima delle artiste femministe, reinventa artisticamente le lattine prima di Andy Warhol". Poetessa, scultrice, capace di precorrere l'arte povera, fu la vera autrice di Fountain, l'orinatoio rovesciato che ancora oggi il grande pubblico attribuisce erroneamente a Duchamp. Morì sola, forse suicida, quando era ormai in disgrazia, per una fuga di gas dalla sua cucina.
 Il libro è estremamente godibile, come tutti i libri di questo tipo (per i quali, peraltro, io ho personalmente un debole): la curiosità per le vite degli altri è sempre di per sé un potentissimo elemento di attrazione, e Cristina De Stefano ci mette in più la sua intrigante capacità di riassumere in poche pagine i caratteri notevoli di un'intera parabola esistenziale.
 L'unico motivo di perplessità deriva dal fatto che, talvolta, leggendo una dopo l'altra le biografie di queste donne ciascuna a suo modo eccezionale, viene come l'impressione che la loro scandalosa straordinarietà sia riconducibile - con poche eccezioni - a una serie di cliché che si ripresentano sempre declinati secondo una gamma abbastanza ristretta di variazioni: l'appartenenza a un milieu privilegiato, per via dell'origine famigliare o dell'intervento di altre circostanze, l'inquietudine estrema, l'utilizzo del sesso come dirompente fattore trasgressivo, l'esibita bizzarria, l'indipendenza emotiva, il successo conseguito, la sprezzatura del successo, la vita movimentata, la fine estremamente triste, o drammatica, o grottesca.
 Come dire: a conti fatti finiscono per essere molto più originali (e per questo, a volte, anche più scandalose) le immaginarie Vite di uomini non illustri di Giuseppe Pontiggia. Forse allora possiamo concludere che, nel nostro mondo, lo scandalo conclamato è spesso affine al successo; e il successo, in qualche modo, è sempre figlio della banalità. O non è così?

Voto: 6+

venerdì 21 aprile 2017

Neil Shubin, "Il pesce che è in noi", Rizzoli


(recensione di Laura Uva, neurobiologa)


 Scritto dal paleontologo Neil Shubin, Il pesce che è in noi illustra scoperte (anche dell’autore stesso) e propone osservazioni volte a raccontare l’origine del nostro corpo e a spiegarne alcune caratteristiche peculiari, precisando aspetti inediti della nostra storia evolutiva.
 Le caratteristiche anatomiche dell’uomo, che di primo acchito sembrano così diverse da quelle degli altri mammiferi e - a maggior ragione - di anfibi, rettili o pesci, in realtà hanno molto in comune con quelle di altri animali apparentemente da noi lontanissimi.
 Attraverso lo studio della paleontologia, dell’embriologia, della genetica e dell’anatomia, infatti, si scopre quanto possano essere inaspettatamente antiche le basi su cui è costruita la nostra struttura. Pensiamo, per esempio, ai nostri arti: essi presentano una sequenza tipica: un osso (ad esempio, l’omero nel braccio)-due ossa (radio e ulna nell’avambraccio)-un gruppo di ossa (quelle del carpo nella mano)-una serie di ossa (le falangi). Una sequenza analoga è riconoscibile in tutti gli animali che possiedano un arto, dagli uccelli alle balene, ed è stata osservata ad uno stadio primitivo addirittura nel fossile di un pesce, a cui è stato dato il nome di Tiktaalik, scoperto dall’autore di questo libro nel 2004!
 Oltre che per i peli e le ghiandole mammarie, i mammiferi si distinguono per la presenza di tre ossicini nell’orecchio medio: martello, incudine e staffa. Se si confrontano embrioni umani e di squalo, si nota che entrambi, in una fase del loro sviluppo, presentano quattro archi branchiali, ovvero dei rigonfiamenti da cui si originano le strutture della testa: dal primo arco si originano le mandibole e, nell’uomo, anche gli ossicini incudine e martello dell’orecchio medio, mentre dal secondo arco si forma una lamina cartilaginea che nello squalo va a formare due ossa di supporto delle mandibole, ma nell’uomo dà luogo a piccole strutture della testa e della gola, tra cui la staffa dell’orecchio medio. 

 Il paleontologo Neil Shubin

 Gli archi branchiali erano però già presenti nell’anfiosso, un invertebrato, ad indicare che le basi che hanno portato allo sviluppo della testa risiederebbero addirittura in un animale privo di cranio.
Allo stesso modo Shubin racconta l’evoluzione delle strutture deputate alla vista, all’olfatto, allo sviluppo del corpo, andando a sottolineare ciò che accomuna, piuttosto che ciò che distingue i vari esseri viventi.
 Un altro esempio: il corretto sviluppo dell’occhio dipende da un gene chiamato Pax 6, mentre lo sviluppo dell’orecchio orecchio interno dipende da un gene chiamato Pax 2. In animali antichi come le cubomeduse sono presenti degli occhi complessi il cui sviluppo dipende da un gene che è un mosaico tra Pax 2 e Pax 6; a suggerire che occhi e orecchie potrebbero avere un’origine comune.
 Il libro è interessante e istruttivo; il linguaggio utilizzato è semplice, attento alle esigenze della divulgazione scientifica senza per questo diventare banale; la lettura riesce sempre piacevole e stimolante.
 A chi consigliarlo? A chiunque sia affascinato dalla stretta parentela tra l’uomo e gli altri animali, e sia curioso di conoscere l’origine e i passaggi che hanno portato gli animali ad assumere certe caratteristiche a partire da un impianto antico e comune, differenziandolo successivamente in modo specifico: partiamo distinguendo esseri unicellulari e pluricellulari; tra questi ultimi possiamo riconoscere esseri viventi caratterizzati da assi di simmetria, poi quelli dotati di cranio e spina dorsale (vertebrati); in seguito raggruppiamo quelli con quattro arti e successivamente quelli con tre ossicini (mammiferi), e fra questi distinguiamo gli animali che camminano in posizione eretta e hanno un cervello molto grande: gli esseri umani.
 Tornando indietro, troviamo il nostro passato.

Voto: 8

sabato 8 aprile 2017

Jim Harrison, "Ritorno sulla terra", Rizzoli


 Consideravo pochi giorni fa come l'urgenza, da tutti dichiarata, di approvare finalmente una legge sul "fine vita" nel nostro Paese si sia a poco a poco smorzata insieme all'eco delle cronache di un recente avvenimento (la scelta di un uomo - Fabiano Antoniani detto dj Fabo -, tetraplegico e cieco in seguito a un incidente, di accedere al suicidio assistito in Svizzera) che pure aveva impressionato notevolmente l'opinione pubblica italiana; a conferma del fatto che la discussione politica, ormai, sembra vivere non di ideali e di profonde riflessioni, ma di slogan e di effimere emozioni. Discutere seriamente della morte senza scadere nel pettegolezzo è evidentemente una cosa che il dibattito pubblico non può sopportare, e che va decisamente al di là delle forze attuali della nostra società. 
 Mi sembra perciò quanto mai appropriato proporre oggi un affascinante romanzo dello scrittore americano Jim Harrison, scomparso giusto un anno fa, che riesce a raccontare come un’avventura la morte di un uomo e il faticoso ritorno a una vita normale dei suoi familiari.
 Donald ha quarantacinque anni, vive con la moglie Cynthia a Marquette, nella regione delle grandi foreste dell’Upper Peninsula, presso il Lago Superiore, e nelle sue vene scorre sangue finlandese e pellerossa. Da giovane è stato un atleta assai prestante, ma da circa un anno gli è stata diagnosticata una malattia degenerativa, il morbo di Lou Gehrig, che lo condanna alla progressiva e totale perdita di controllo sul proprio corpo. Quando la malattia diventa insopportabile, con piena consapevolezza e nell’assoluto rispetto della propria personale religione, direttamente derivata dalle credenze degli indiani Chippewa, Donald decide di rinunciare alla vita. Con l’aiuto dei suoi familiari, profondamente addolorati ma solidali con lui, si reca in Canada, sulla collina dove tempo prima, durante tre giorni passati a meditare con il supporto di un vecchio stregone, aveva precisato la sua concezione panteistica della natura; qui, stesosi sul fondo di una fossa sopra un letto di fronde di pino, tenendo per mano sua moglie si addormenta per sempre dopo avere ingoiato un tubetto di barbiturici.

Jim Harrison

 L’accettazione della morte di Donald, il tentativo di comprendere la sua scelta e di capire fino in fondo il suo punto di vista, assai concreto, ma insieme straordinariamente immaginifico, impegnerà da quel momento tutti quelli che gli sono stati vicini: Cynthia in primo luogo, ma insieme a lei anche la figlia Clare e il figlio Herald, il fidanzato di Clare Kenneth (detto K), il cognato David. Per ciascuno di loro il “ritorno sulla terra” sarà il risultato dell’elaborazione del lutto, dell’assimilazione della scomparsa di Donald nel proprio mondo interiore, e di un approdo alla visione della morte come un fatto sconvolgente ma perfettamente naturale, alla stregua delle foreste e della neve, dei cervi e degli orsi.
 Il libro è diviso in quattro parti, e ciascuna di esse ha un narratore diverso: la prima Donald stesso, che detta a Cynthia la storia propria e dei propri antenati; la seconda K, che rilegge il racconto di Donald e descrive i suoi ultimi giorni fino alla morte; la terza David, che osserva le reazioni dei suoi familiari alla scomparsa di Donald e colloca quest’ultima nella prospettiva della storia della propria famiglia; l’ultima Cynthia, che cinque mesi dopo la morte del marito cerca di rimettere in moto la propria esistenza e nel contempo di stare vicino a Clare, la più turbata dalla scomparsa del padre.
 Nel passaggio di testimone da un narratore all'altro, il punto di vista cambia ma l'orizzonte si apre sempre di più: ciascuno innesta la vicenda di Donald nel proprio vissuto personale, e cerca di dare ad essa un senso compiuto. L'enormità tragica dell'evento viene così filtrata attraverso le piccole cose della quotidianità, le idiosincrasie e i desideri di ognuno dei narratori (K coltiva il suo rapporto con Clare, ma è da sempre attratto da sua madre Cynthia; David è cronicamente distratto, costantemente sovrappensiero e ossessionato dal ricordo di quell'uomo terribile che fu suo padre; Cynthia, nonostante la disperazione, torna ad apprezzare le passeggiate nella neve e le gioie del sesso), e acquista a poco a poco un profilo "domestico". Al lettore resta alla fine l'impressione di avere a che fare con un libro di sublime semplicità.

Voto: 7

domenica 22 gennaio 2017

Sven Felix Kellerhoff, "Il libro proibito di Hitler. Storia del Mein Kampf", Rizzoli


 Fino al 31 dicembre 2015, in Germania, la pubblicazione del Mein Kampf di Adolf Hitler era vietata: la impediva una determinazione del Land della Baviera, che deteneva legalmente i diritti d'autore, essendo stato nominato erede di tutte le proprietà dell'ex Fuhrer dopo la fine della Seconda guerra mondiale.
 A questa linea di condotta - originariamente dettata dal proposito di impedire la propaganda delle idee naziste - il Governo bavarese non venne mai meno per tutto il dopoguerra, nonostante le ricorrenti proteste di molti studiosi, che pensavano fosse giusto dare la possibilità al pubblico di accostarsi criticamente a quella che era considerata la bibbia del nazionalsocialismo, per meglio capirne la genesi e le ragioni che ne determinarono le fortune politiche.
 Il divieto si riteneva cogente anche al di fuori dei confini tedeschi, ma in molti Paesi un controllo capillare sulla stampa e la diffusione dei prodotti editoriali era difficile da esercitare; io stesso, negli anni novanta del Novecento, ai tempi dell'Università, riuscii a procurarmi una copia in traduzione del testo presso un remainder, nonostante un giudice avesse disposto il sequestro di quell'edizione illegale (con tanto di svastica in copertina) pubblicata da un'oscura casa editrice legata a gruppi di nostalgici del Terzo Reich. 
 D'altra parte, una censura pervicacemente mantenuta finisce per stimolare la curiosità: non sorprende così che, nel 2016, allo scadere dei termini entro i quali è possibile esercitare il diritto d'autore, l'edizione commentata del libro finalmente messa a disposizione dei lettori in terra tedesca sia diventata un best seller, con quasi 86mila copie vendute.
 Il libro di Hitler è prolisso, noioso, approssimativo nei riferimenti filosofici, scadente dal punto di vista letterario, a tratti quasi illeggibile; l'impalcatura logica su cui si regge è assai traballante, e le idee cardine che vi sono espresse sono chiaramente il frutto di un'ossessione paranoica. Proprio per questo, più che temerlo, è importante studiarlo - e studiarne la storia - per comprendere come una simile accozzaglia di sciocchezze sesquipedali, in un determinato contesto socio-economico e culturale, abbia costituito un ingrediente importante di un insieme di fattori capace di scatenare una sequenza di eventi devastanti.
 Tale è il presupposto da cui parte l'attentissima ricerca di Sven Felix Kellerhoff sul testo e su tutto quello che vi è cresciuto intorno.
 L'autore comincia con un'analisi dettagliata dei contenuti del Mein Kampf; operazione indispensabile, visto che molti citano il libro e pretendono di parlarne senza averlo letto affatto. Il Mein Kampf  si presenta di primo acchito come un'autobiografia di Hitler, che però si trasforma presto in un manifesto teorico da cui scaturisce un programma politico. Le idee cardine che tengono insieme questo ammasso di aneddoti, sfoghi, invettive, fantastiche ricostruzioni di eventi storici reali, petizioni di principio, bizzarre convinzioni presentate come incontrovertibili verità, perentorie dichiarazioni d'intenti sono l'antisemitismo (che è la vera architrave di tutto il pensiero hitleriano) e una visione del processo storico come lotta tra gruppi nazionali di matrice razziale, basata su una versione assai rozza del darwinismo sociale.
 L'intento palesato è quello di indicare la direzione verso la quale il popolo tedesco e la razza germanica devono muoversi affinché possa compiersi il loro destino di dominazione degli altri popoli europei. I passaggi obbligati da affrontare per ottenere questo risultato sono, sul fronte interno, la ricostituzione della vera razza ariana attraverso l'espulsione di tutti gli elementi che ne inquinano la purezza, in primo luogo quello ebraico; in politica estera, l'abbandono della politica coloniale e la ricerca di una supremazia sul continente europeo, con l'isolamento e la neutralizzazione della Francia prima, e la ricerca dello "spazio vitale" a est poi. In quest'ottica, il nemico mortale della Germania è giocoforza la Russia, patria del "bolscevismo di matrice giudaico-massonica"; possibili alleati sono invece l'Inghilterra, a cui potrebbe essere lasciato il dominio degli Oceani e dei territori extraeuropei, e l'Italia fascista, che avrebbe nel Mediterraneo il proprio naturale bacino di espansione.
 La guerra, naturalmente, rappresenta l'indispensabile strumento per attuare in concreto questo programma.

Sven Felix Kellerhoff

 Passato in rassegna quello che il libro dice, Kellerhoff si dedica allo studio di documenti e testimonianze che ci raccontano come nacquero i due volumi del Mein Kampf: il primo volume - pubblicato il 18 luglio 1925 - fu battuto a macchina in gran parte dallo stesso Hitler nel 1924, nel carcere della fortezza di Landsberg, dove era rinchiuso in seguito al fallito "Putsch di Monaco" del novembre 1923.
 L'autore lavorava sulla base di scalette sovente assai dettagliate, preparate prima della redazione del testo vero e proprio. Falsa è la vulgata secondo cui il volume sarebbe stato dettato dal capo dell'NSDAP all'allora segretario e compagno di prigionia Rudolf Hess; pare invece che Hitler abbia coinvolto Hess solo dopo la stesura del testo, per discuterne con lui alcuni passaggi (come attestato dalle lettere dello stesso Hess ai familiari).
 Il secondo volume - pubblicato l'11 dicembre 1926 - fu invece dettato da Hitler a diverse dattilografe (tra cui certamente ci fu Herta Frey) fra il 1925 e il 1926, in varie località (ma in gran parte nel suo "rifugio" di Berchtesgaden), e poi rivisto nello stile e curato dal punto di vista redazionale da Ilse Prohl, futura moglie di Rudolf Hess.
 Assai interessante è la ricerca delle fonti del pensiero esposto da Hitler nel Mein Kampf: si tratta perlopiù di libri assai oscuri, pubblicati quasi tutti nel corso dell'Ottocento o nel primo Novecento, collocabili al di fuori del novero degli studi cui è possibile attribuire un minimo di autorevolezza dal punto di vista scientifico, e nati nell'ambito della composita costellazione ideologica dell'antisemitismo europeo. Un esempio rilevante dei riferimenti culturali del Fuhrer è costituito da quel clamoroso falso storico che sono i Protocolli dei Savi di Sion, più volte citati nel Mein Kampf  e utilizzati dagli antisemiti di tutto il mondo (è il caso di ricordare, negli Stati Uniti, Henry Ford, che fu un fervente ammiratore di Hitler) per sostenere l'esistenza di una congiura ebraica internazionale.
 Il concetto di "spazio vitale", invece, fu ripreso dalle teorie di Karl Haushofer, conosciuto da Hitler grazie alla mediazione di Rudolf Hess, che di Haushofer era stato allievo all'Università di Monaco.
 L'analisi dimostra come, sotto diversi aspetti, il Mein Kampf non sia un'opera particolarmente originale, ma derivi dalla citazione approssimativa, dalla combinazione e dalla rimasticatura di materiali vari, ascrivibili alla paccottiglia teorica della sottocultura nazionalista e razzista.
 Oltre all'attendibilità culturale, assai discutibile è anche l'attendibilità storica di quello che Hitler racconta nella parte autobiografica del suo libro: la sua infanzia e la sua giovinezza sono infatti rivisitate sorvolando su tutto quello che avrebbe potuto nuocere all'autore dal punto di vista politico, e presentando ogni avvenimento come un tassello di un mosaico biografico coerente col successivo sviluppo dell'ideologia nazionalsocialista. Si pensi, ad esempio, all'omissione della notizia dell'elusione del servizio militare nell'impero Austro-ungarico, alle fandonie raccontate da Hitler a proposito delle modalità del suo arruolamento nell'esercito bavarese dopo il suo trasferimento a Monaco (da "apolide") e lo scoppio della Grande Guerra, all'esaltato e inverosimile resoconto dell'unica battaglia a cui Hitler partecipò personalmente col reggimento List nel corso della guerra, quella di Gheluvelt nell'ottobre 1914 (poi, dopo essere stato promosso caporale nel mese di novembre, Hitler ricevette l'incarico di portaordini, e passò il resto della guerra lontano dalla prima linea). Si pensi, ancora, alle inesattezze narrate a proposito del proprio comportamento nel corso dei convulsi avvenimenti del 1919, e del proprio ingresso, nel settembre di quell'anno, nel Partito tedesco dei lavoratori.
 Come fu accolto il Mein Kampf alla sua uscita? I critici che lo presero in considerazione - quasi tutti appartenenti ad ambienti vicini alla destra - espressero giudizi negativi sia sullo stile sia sui contenuti, pur riconoscendo all'autore una certa forza e apprezzando il tentativo di cercare una strada per riportare la Germania verso la grandezza perduta. Qualcuno parlò addirittura della "più ricca raccolta di svarioni del mondo"; qualcun altro lo giudicò "un miscuglio di idee nietzschiane e darwiniane patinate".
 Il fatto è che i seguaci e i simpatizzanti del movimento di cui Hitler era il capo vi si riconobbero alla perfezione, e riconobbero tutto l'ardore di quello che Hess chiamava "il tribuno", e che era capace di esaltarli con i suoi discorsi incendiari; Goebbels ritenne il libro addirittura "meraviglioso". Tanto che, sulla scorta di simili pareri, Kellerhoff scrive: "il libro di Hitler non riuscì a convincere i lettori abituali colti, né tanto meno a conquistare la loro adesione al nazionalsocialismo. Al contrario fece perfettamente leva sulle emozioni delle cerchie nazionaliste e antisemite, e per di più con una retorica davvero travolgente".
 Le vendite, così, crebbero col crescere della fortuna del movimento politico nazionalsocialista: nei primi anni gli incassi non riuscirono neppure a ripagare gli anticipi piuttosto cospicui che l'editore (l'Eher-Verlag, lo stesso del Volkischer Beobachter) aveva versato a Hitler durante la fase di stesura; in seguito esplosero letteralmente, rendendo ricchissimo il suo autore prima ancora che giungesse a conquistare il potere.
 Fino al 1944 si calcola che furono vendute 12.400.000 copie del Mein Kampf, e ricerche condotte dall'esercito Alleato al termine della guerra portarono a concludere che - secondo stime prudenziali - almeno un tedesco su quattro avesse letto buona parte del libro del Fuhrer.
 Al cospetto di dati del genere, è lecito chiedersi quanto il Mein Kampf contribuì alla traduzione in atto delle idee naziste. Se si guarda all'evoluzione della carriera politica di Hitler, alle determinazioni giuridiche assunte dal suo Governo a partire dal 1933, e all'esplicarsi della politica estera della Germania negli anni trenta e quaranta, vi si ritrova moltissimo di quanto previsto nel libro.
 Vero è che lo sviluppo del processo storico che vide i nazisti protagonisti non fu sempre coerente né lineare: vi furono fasi in cui il Mein Kampf  dovette risultare anacronistico agli occhi dei tedeschi, e forse anche un poco imbarazzante per Hitler medesimo; si pensi, ad esempio, a quando i nazisti affermarono che il Sud Tirolo e i sudtirolesi "di nazionalità tedesca" dovessero essere sacrificati a un'alleanza con l'Italia fascista; o quando, nel 1939, si giunse a un compromesso con la Russia (il presunto nemico giurato della Germania e del popolo tedesco) per la spartizione della Polonia.
 Diciamo dunque che il Mein Kampf non fu un vero proprio manuale d'azione politica per i nazisti; rappresentò piuttosto uno strumento propagandistico e una guida ideologica doviziosamente ammannita a una generazione intera di cittadini tedeschi.
 Alla luce di tutte le questioni trattate da Kellerhoff, con che occhi occorre guardare oggi questo libro di eccezionale rilevanza storica? Bisogna innanzitutto affermare con forza che il Mein Kampf non ha nulla di stregonesco, e non deve quindi essere considerato tabù. Al contrario, è bene accostarvisi sulla scorta della consapevolezza delle terribili conseguenze prodotte dall'ideologia di cui è lo specchio fedele, ma senza paure irrazionali. Piuttosto, esso rappresenta un documento insostituibile per cercare di capire attraverso quali processi psicologici, in un'epoca non troppo lontana, il male abbia potuto farsi strada accanto a noi e dilagare in mezzo a noi.

Voto: 7,5             

domenica 14 agosto 2016

Federico Buffa e Paolo Frusca, "L'ultima estate di Berlino", Rizzoli


 L’ultima estate di Berlino nasce come testo teatrale col titolo Le Olimpiadi del 1936, prima di diventare un romanzo. Si tratta della rivisitazione letteraria della storia delle ultime settimane di vita di Wolfgang Fürstner, Capitano della Wehrmacht, veterano pluridecorato della Prima guerra mondiale, responsabile della perfetta macchina organizzativa delle Olimpiadi di Berlino del 1936.
 Ma, nella distorta visione del mondo dei nazisti, le capacità personali, l’efficienza e le benemerenze acquisite servendo la patria nulla contavano al cospetto di una presunta “purezza” razziale; così, quando Der Judenkenner – un foglio di propaganda razzista tenuto in grande considerazione dai gerarchi del Partito – rivelò che Fürstner aveva un nonno ebreo, il Capitano venne rimosso dall’incarico proprio alla vigilia dell’evento tanto atteso, pur restando all’interno del comitato organizzativo in posizione subordinata.
 Le Olimpiadi furono per la Germania un grande successo da ogni punto di vista, anche per merito di chi tanto si era speso affinché tutto funzionasse a meraviglia; ma Fürstner, forse sconcertato dal vuoto che improvvisamente si era fatto intorno a lui, pochi giorni dopo la fine dei Giochi si suicidò con un colpo di rivoltella.
 Alfred Rosenberg, uno degli ideologi del nazismo, così commentò la notizia sul proprio diario, sprofondando involontariamente nel ridicolo: “Apprendo oggi 21 agosto del suicidio del capitano Fürstner, responsabile dell’organizzazione del Villaggio olimpico. Si era saputo da qualche tempo che aveva sangue ebraico. Ha ottemperato ai suoi doveri fino all’ultimo giorno delle Olimpiadi, e poi è caduto vittima di un esaurimento nervoso. Uno dei molti, tristi casi limite. Rispetto assoluto per questo gesto di dignità, che gli proviene certamente dal suo lato germanico!”

Wolfgang Furstner

 Il romanzo è narrato da un duplice punto di vista: da una parte ci sono i sentimenti e i pensieri sempre più cupi di Wolfgang Fürstner, che ragionando in prospettiva futura vede chiudersi rapidamente l’orizzonte per se stesso e per la Germania intera; una prospettiva tanto più dolorosa in quanto contemplata sullo sfondo della bellezza dei Giochi Olimpici, della grandezza di molti dei personaggi che allo spettacolo delle Olimpiadi del 1936 diedero vita, e dello sconfinato amore per lo sport che nutre il Capitano.
 D’altra parte ci sono le impressioni di Dale Warren, giornalista americano al seguito della delegazione di atleti spediti in Germania dal suo Paese – uno dei pochi personaggi del libro che non siano storicamente documentati −, insieme ammirato dall’efficienza tedesca, stupito dall’entusiasmo dei cittadini del Paese organizzatore, e infastidito dall’eccesso di militarismo e di soldatesca disciplina che si percepisce a Berlino.
 Le parabole di Fürstner e Warren, in quella memorabile estate, incrociano tanti uomini e tante donne le cui vicende meritano di essere raccontate. C’è, naturalmente, Jesse Owens (a proposito del quale non si fa cenno al rifiuto del Führer di stringergli la mano, un vero e proprio falso storico), che era trattato molto peggio negli Stati Uniti della segregazione razziale di quanto lo fu sui campi di atletica dell’Olimpiade tedesca.
 C’è Carl Ludwig “Lutz” Long, che a Berlino vinse la medaglia di bronzo nel salto in lungo e di Owens divenne amico, dopo avergli consigliato durante la gara come correggere il suo stacco per rendere il proprio salto più efficace.
 C’è Leni Riefenstahl, la regista di Hitler, donna dall’innato carisma, dal gelido magnetismo.
 C’è Avery Brundage, capo della spedizione americana nel 1936 e poi, nonostante il suo fervente filonazismo, a lungo presidente del Comitato olimpico internazionale nel corso del dopoguerra.
 C’è Eleanor Holm (in alcuni passi chiamata erroneamente Horn), campionessa olimpica nel nuoto per gli Stati Uniti durante le Olimpiadi di Los Angeles del 1932, espulsa dalla squadra americana da Brundage durante la traversata dell’Atlantico per il suo comportamento disinvoltamente anticonformista, divenuta corrispondente per diverse testate giornalistiche durante le Olimpiadi di Berlino, e in seguito stellina del cinema hollywoodiano e poi ricca ereditiera.

Federico Buffa

 C’è Werner Seelenbinder, possente campione tedesco di lotta greco-romana, fiero oppositore del regime in nome della propria ideologia comunista, che sarà arrestato e decapitato in un carcere nazista nel corso della Seconda guerra mondiale.
 C’è Glenn Edgard Morris, fantastico campione di decathlon che dopo le Olimpiadi recitò a Hollywood nel ruolo di Tarzan, a fianco di Eleanor Holm nei panni di Jane.
 Vi viene nominato persino James Naismith, l'inventore del basket, che a Berlino fu chiamato a consegnare le medaglie ai membri della squadra vincitrice del torneo.
 Ci sono diversi esponenti delle forze armate tedesche, dall’infame Ministro della guerra Werner Fritz von Blomberg al barone Werner Albrecht von Gilsa, tipico esponente dell’aristocrazia militare degli Juncker, che alla fine della Seconda guerra mondiale morì suicida dopo aver consegnato la piazza di Dresda, di cui era comandante, nelle mani dei Sovietici.
 La storia più commovente è però quella del coreano Sohn Kee-Chung, vincitore della Maratona di Berlino, dove fu costretto a gareggiare sotto la bandiera degli invasori giapponesi, dai quali − durante la cerimonia di premiazione − fece di tutto per manifestare la propria presa di distanza con passività tutta orientale. In patria, i giornalisti che sottolinearono le sue origine coreane furono duramente perseguitati. Nel 1988 fu l’ultimo tedoforo durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Seul, 52 anni dopo il trionfo berlinese. 
 Il libro è sicuramente godibile; se un difetto va sottolineato è quello dell'eccessiva enfasi di determinati passaggi, che si traduce nella rappresentazione quasi caricaturale di talune scene e di taluni personaggi. Un difetto che gli deriva, con ogni probabilità, dalla superfetazione a seguito di un testo teatrale.

Voto: 6+