Il titolo ungarettiano è molto bello, e viene astutamente
utilizzato per caricare di drammatica e dolente suggestione la parabola della
destra italiana negli ultimi 25-30 anni. Il libro rappresenta infatti uno
scoperto tentativo di dare dignità letteraria alla storia recente del
neofascismo e del postfascismo nel nostro Paese.
La vicenda raccontata da Angelo Mellone (palestratissimo
giornalista della Rai Tv) vede come protagonisti quattro
ragazzi di Taranto – Claudio, Dindo, Chiodo e Valeria detta Gorgo –, che nella
seconda metà degli anni ottanta, grazie all’influenza del padre di Gorgo, “il
Professore”, storico militante della destra sociale che ha abbandonato l’Msi in
polemica con i vecchi camerati, cominciano a gravitare in quell’area politica e
decidono di iscriversi all’organizzazione giovanile missina “Fare fronte”.
Claudio e Chiodo sono di famiglia operaia, Dindo e Gorgo di
origine borghese, ma tutti sentono un’identica voglia di ribellismo e tutti
nutrono il medesimo bisogno di essere diversi e radicalmente “contro”: gli
ambienti che frequentano e la loro formazione culturale, sullo sfondo della
città del Siderurgico e del mare inquinato, determinano il tenore di quel
ribellismo e il colore di quella diversità. Così, la militanza nelle file degli
ultras del Taranto calcio insegna loro ad essere protervi; la lettura dei testi
di Julius Evola modella l’immagine delle persone che vorrebbero diventare.
Le circostanze imprimeranno in realtà curvature molto diverse
a quelle che i quattro ragazzi immaginano come vite parallele: nell’estate dei
suoi sedici anni, quella del 1989, Gorgo verrà messa incinta dal chitarrista di
un gruppo rock, e non potrà partecipare, pochi mesi più tardi, al tentativo dei
suoi tre amici, a bordo di una scassatissima autovettura, di raggiungere
Berlino per celebrare la caduta del Muro e festeggiare la fine del comunismo.
Claudio, Dindo e Chiodo saranno bloccati da un guasto al
motore poco prima di Pescara, ma questo non impedirà loro di arrivare molto più
lontano nella vita: seguendo le diverse trasformazioni subite dal Msi sotto la
guida di Gianfranco Fini, Claudio diventerà addirittura un deputato della
Repubblica; Dindo − forse il personaggio che più da vicino ricorda l’autore del
libro −, assai più radicale dell’amico (con cui finirà per rompere) nelle sue
prese di posizione, e più critico nei confronti di quelli che considera i
traditori dell’eredità missina, farà carriera accademica, fino ad essere un
giovane, stimatissimo professore di linguistica alla Sapienza di Roma, e un
apprezzato commentatore televisivo; Chiodo, trasferitosi anch’egli nella
capitale, smetterà di fare l’operaio per diventare tatuatore – uno dei più
ricercati e “alla moda” sulla piazza.
Tutti questi successi, però, non possono cancellare la
profonda nostalgia per i loro antichi trascorsi, il loro ardore giovanile, la
loro grande amicizia e il loro sodalizio ideologico. Soprattutto, ripensando al
gruppo che furono, pesa nei tre giovani la mancanza di Gorgo, sparita quasi
senza lasciare traccia; e in particolare è Dindo, che era segretamente
innamorato di lei (e segretamente ricambiato), a serbarne il ricordo dentro di
sé.
Angelo Mellone
La ricomparsa di Valeria – ma sarebbe forse meglio dire del
suo fantasma – sarà quanto mai rocambolesca: la figlia concepita in giovanissima
età, Chiara, diventata ormai una ragazza di ventidue anni, venuta a conoscenza
dello sfortunato amore adolescenziale della madre, si presenterà ai corsi
universitari di Dindo appositamente per sedurre il professore, e per vivere con
lui la storia che sua madre non ha trovato il coraggio di cominciare.
Rimasta a sua volta incinta, Chiara deciderà di abortire
(come Gorgo non aveva avuto il coraggio di fare); non prima, però, di aver propiziato,
con l’aiuto di Chiodo, una reunion
della madre e dei suoi tre vecchi amici, affinché Chiodo, Claudio e Dindo
(finalmente rappacificatisi) possano compiere, nel 2012 e questa volta anche in
compagnia di Gorgo, il viaggio verso Berlino interrotto nel 1989.
Il cerchio della storia si chiude così col ritorno al punto
in cui tutto era cominciato; ma questa volta, sullo sfondo, non c’è il
crepuscolo del comunismo, bensì quello del berlusconismo.
Il romanzo, piuttosto intrigante nella prima parte, si spappola
nell’inverosimiglianza di un finale da feuilleton,
dettato da un lato dall’ansia di sancire simbolicamente il compimento di un
percorso, dall’altro dal tentativo di trasfigurare in termini sentimentali una
traiettoria umana e politica che altrimenti potrebbe apparire abbastanza
mediocre.
In più, se uno degli scopi del libro vorrebbe essere quello
di dare presentabilità culturale all’ideologia figlia del fascismo, e affermare
la positività dell’apporto della sua influenza sull’Italia contemporanea, c’è
da registrare l’assenza ingiustificata di una riflessione vera sulle idee che
di quella ideologia sono alla base, e sulla loro traduzione politica nella
temperie della contemporaneità. Tutt’al più ci si accontenta di citazioni
generiche degli autori di riferimento del fascismo “classico” e del
neofascismo, da Robert Brasillach a Drieu la Rochelle, da Julius Evola a Ernst
Jünger.
Nulla, insomma, che possa indurre chi la pensa esattamente
come gli estimatori degli autori sopra elencati o – tantomeno – chi la pensa in
maniera diversa a mettersi in gioco con tutta la propria visione del mondo,
aprendosi a un confronto serio con “l’altro”.
In definitiva, la cifra caratteristica di quest'opera narrativa rimane quella dell'onanismo identitario.
Voto: 5
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