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domenica 2 maggio 2021

Alice Urciuolo, "Adorazione", 66th a2nd

 
 Ad una considerazione un poco superficiale, viziata da pregiudizi contenutistici, il libro potrebbe sembrare banale e persino frivolo: il racconto delle turbolenze emotive di un gruppo di ragazzi e - soprattutto - di ragazze di una cittadina di provincia abbastanza caratterizzata, poco lontana da Roma, alle prese con gli azzardi, gli smarrimenti, le ansie, le incertezze identitarie dell'adolescenza all'ombra di un grande dolore che, appena un anno prima, ha colpito la comunità di cui fanno parte.
 In realtà, l'incursione nella facinorosa avventura della formazione emotiva dei protagonisti diventa uno strumento per avviare una riflessione sulla mentalità dominante nel nostro Paese e sui suoi aspetti critici, di cui gli adulti sono i custodi e i responsabili, e di cui i contraddittori comportamenti dei giovani finiscono per essere (magari anche nei loro aspetti contrastivi) lo specchio fedele. 
 Il romanzo è ambientato a Pontinia, comune in provincia di Latina nel mezzo delle distese dei campi bonificati dal fascismo (di cui nella zona si contano non pochi nostalgici), attraversati da un reticolo ortogonale formato dalle principali vie di comunicazione parallele alla costa e dalle migliare che tagliano verso l'interno. 
 L'anno scolastico è appena finito e sta per cominciare l'estate; la prima estate senza Elena, uccisa nell'agosto precedente, a soli diciassette anni, dal fidanzato Enrico, malato di gelosia e afflitto da un patologico bisogno di controllo su di lei. Per tutti i giovani della cittadina che conoscevano la ragazza, i lunghissimi mesi estivi e l'avvicinarsi del tragico anniversario della morte di Elena diventano un tempo di vuoto angoscioso su cui incombe la necessità di fare i conti con tutte le questioni che l'attonito, frastornato e ostinato silenzio degli adulti dopo il delitto ha lasciato in sospeso: lo spettro della precarietà che si stende come un'ala grigia sulla vita di ciascuno; il bisogno di non restare prigionieri delle proprie paure; l'obbligo di gestire i propri legami sentimentali con senso di responsabilità e consapevolezza, cercando di ignorare i pregiudizi della gente intorno; soprattutto, l'urgenza di capire come svincolare una volta per tutte la prepotenza delle emozioni che travolgono e obnubilano la mente dagli accessi di aggressività e di violenza istintiva che la pesante ipoteca di atavici preconcetti socialmente radicati sui ruoli di genere - e sull'interpretazione di valori quali la fedeltà, la lealtà e la correttezza in ambito sentimentale - sembrano, se non incoraggiare, certo giustificare. 
 Per ognuno dei protagonisti questi problemi assumono un aspetto diverso a seconda del punto in cui essi sono colti nel corso del loro percorso di crescita. C'è ad esempio Vanessa, che era la migliore amica di Elena, ha diciotto anni ed è la più bella ragazza di Pontinia. Fidanzata fin da quando era poco più di una bambina con Gianmarco Crociara, uno studente universitario figlio del più grande e ricco costruttore della zona, è considerata da tutti già destinata a un fastoso matrimonio. In realtà Gianmarco, che pure la venera, non è mai riuscito a capirla fino in fondo, non è in grado né di ascoltarla davvero né di soddisfarla a letto, e le dà spesso l'impressione di trattarla come un oggetto prezioso e delicato ma privo di volontà propria. 
 
Alice Urciuolo
 
 Ci sono Giorgio e Vera, cugini di Vanessa, che sentono terribilmente la mancanza di un padre, dato che il loro si è separato dalla moglie Enza per trasferirsi al nord con la sua nuova compagna. Giorgio è coetaneo di Vanessa e suo confidente privilegiato, era segretamente innamorato di Elena e, dopo la sua morte, ha sviluppato un atteggiamento iperprotettivo nei confronti della sorella. Vera, che ha sedici anni, dal canto suo passa per essere una ragazza forte ed estroversa, non sente certo il bisogno della tutela del fratello e crede di sapere sempre quello che vuole.
 Al contrario la sua amica del cuore, Diana, anch'essa sedicenne, nonostante sia una studentessa molto brillante (e coltivi con grande determinazione il sogno di diventare un giorno un medico, tanto da essersi già comprata un manuale di anatomia umana con i soldi messi da parte a poco a poco sulle mancette dei suoi genitori), soffre di un vero e proprio complesso di inferiorità rispetto a Vera; complesso di inferiorità che nasce dall'insicurezza dovuta a una grande voglia color fragola che le copre la parte alta di una coscia e una porzione di una natica, e fa sì che non si faccia mai vedere in costume dai propri coetanei, nemmeno al mare. L'insicurezza le impedisce anche di dichiararsi a Giorgio, di cui è da tempo disperatamente innamorata.
 Come succede agli adolescenti, i pochi mesi che separano il termine delle lezioni dall'anniversario dell'assassinio di Elena bastano a cambiare tutto: Vanessa, alla ricerca della propria indipendenza e - ancor di più - della propria identità, rifiuta di partire con Gianmarco per una costosa vacanza che lui le avrebbe offerto coi soldi di papà per mettersi a lavorare come cameriera a Sabaudia, nel ristorante sulla spiaggia di Massimo e Diletta, i genitori di Diana; qui conoscerà per caso Arianna, una ragazza di Firenze, con cui intreccerà una relazione capace di farla sentire finalmente e pienamente se stessa, e chiuderà quindi la sua storia con Gianmarco (con grande delusione di sua madre e una reazione decisamente cafonesca da parte della famiglia di lui).
 Vera, senza neppure accorgersene, diventerà preda di una travolgente passione per Christian, un amico di suo fratello, già fidanzato con Teresa, che del resto non ha nessuna intenzione di lasciare nonostante la sua tendenza a tradirla continuamente. L'appagamento fisico ed emotivo che il giovane le regala impedirà a Vera di vedere le cose come stanno, le toglierà tutti i suoi saldi punti di riferimento, la farà litigare con Diana e la condurrà a imprudenze capaci di renderla ridicola agli occhi degli amici e di scatenare infine la violenta reazione di Giorgio che, per difendere la sorella, aggredirà fisicamente Christian mostrandosi assai più fragile di quanto gli altri lo giudichino proprio per via del suo nervosismo e della sua mancanza di autocontrollo.
 Diana, dal canto suo, supererà tutti i complessi derivanti dalla voglia di cui si è sempre vergognata grazie a un film, Belle de jour, che un ragazzo più grande di lei conosciuto su Instagram le suggerisce di guardare. Da quel momento diventerà una vera e propria "mangiatrice di uomini", senza alcun riguardo per il buon senso e la prudenza; si concederà così nel giro di poche settimane - in un crescente, parossistico bisogno di ricevere conferme del proprio fascino e della propria ritrovata sicurezza - a Jacopo, a Marco, a Giorgio (con il quale non troverà però quel feeling a lungo agognato) e, infine, persino a un medico ultraquarantenne passato da Sabaudia senza moglie e figli per sistemare la casa per le vacanze. La sua incontenibile vitalità e la sua assoluta concentrazione su se stessa esaspereranno i suoi rapporti già tesi con Vera; con la quale ritroverà però la sintonia perduta quando l'una si renderà conto che Christian non è intenzionato a lasciare Teresa per lei, e l'altra si ritroverà costretta a fare un test di gravidanza per via di un consistente ritardo nel ciclo metruale, col terrore di essere incinta e di non essere neppure in grado di appurare l'identità del padre del bambino. Solo quando il rischio di una gravidanza indersiderata a sedici anni risulterà scongiurato, le due ragazze potranno cercare di riflettere più serenamente su quello che gli ultimi mesi di vita hanno insegnato loro; peraltro, senza la garanzia di evitare nuovi errori.
 Il romanzo si regge su una scrittura non troppo raffinata ma semplice e molto scorrevole, e si legge tutto d'un fiato. L'adozione del punto di vista interno (che, a rotazione, permette al lettore di entrare nella coscienza di quasi tutti i personaggi principali) consente di porre in evidenza problemi che spesso le cronache portano in primo piano nell'Italia di oggi, e che riguardano la violenza di genere, la conquista da parte delle donne di una nuova consapevolezza di sé, la fluidità sentimentale e sessuale di parecchi giovani, le profonde trasformazioni dell'istitutzione familiare, il rapporto tra i social network e la strutturazione dell'identità personale durante l'adolescenza, la crisi della mascolinità tradizionale.
 I maschi sono senz'altro coloro che escono peggio dalla vicenda raccontata: Christian è un traditore seriale della propria fidanzata, con la quale è incapace della benché minima sincerità, sebbene l'inquietudine in lui indotta dalla depressione della madre lo possa parzialmente scusare; Gianmarco è schiavo della propria ingombrante famiglia, la non arginata invadenza della quale contribuisce a fargli perdere Vanessa, cui pure vuole molto bene; Giorgio, in confusione totale, riesce a far disamorare di sé Diana, a perdere la confidenza della cugina Vanessa, ad allontanare l'ex fidanzata Melissa - nei confronti della quale sfiora la violenza carnale - e a compromettere la stima nutrita per lui dalla sorella Vera, che cerca maldestramente di difendere interferendo con la sua vita sentimentale e ricorrendo intollerabilmente ai pugni contro l'amico Christian, reo di farla soffrire; Claudio, stimato medico ultraquarantenne, cede per pura libidine alle lusinghe improvvise della sedicenne Diana, senza alcun riguardo per la propria famiglia e per la propria storia. 
 Il prevalente punto di vista femminile porta la voce narrante a essere invece un poco più indulgente con le ragazze che, se non altro, risultano tutte - se non più lucide - almeno più limpide nelle loro drastiche scelte, nei loro colpi di testa e perfino nei loro spropositi.
 
In poche parole: ad una considerazione un poco superficiale, viziata da pregiudizi contenutistici, Adorazione potrebbe sembrare un libro banale e persino frivolo: il racconto delle turbolenze emotive di un gruppo di ragazzi e - soprattutto - di ragazze di una cittadina di provincia poco lontana da Roma, alle prese con gli azzardi, gli smarrimenti, le ansie, le incertezze identitarie dell'adolescenza all'ombra di un "grande dolore" che, appena un anno prima, ha colpito la comunità di cui fanno parte.
 In realtà, l'incursione nella facinorosa avventura della formazione emotiva dei protagonisti diventa uno strumento per avviare una riflessione sulla mentalità dominante nel nostro Paese e sui suoi aspetti critici, di cui gli adulti sono i custodi e i responsabili, e di cui i contraddittori comportamenti dei giovani finiscono per essere (magari anche nei loro aspetti contrastivi) lo specchio fedele e, insieme, un'occasione di spietata denuncia. Così il romanzo, con la sua scrittura semplice e scorrevole, riesce a mettere in perfetta evidenza questioni che spesso le cronache portano in primo piano nell'Italia di oggi e che costituiscono nodi cruciali del dibattito pubblico: dalla violenza di genere alla conquista da parte delle donne di una nuova consapevolezza di sé, dalla fluidità sentimentale e sessuale di tanti giovani alla profonda trasformazione dell'istituzione familiare, dal rapporto tra i social network e la strutturazione dell'identità personale durante l'adolescenza alla crisi della mascolinità tradizionale.

Voto: 6,5

domenica 19 febbraio 2017

William Finnegan, "Giorni selvaggi", 66th a2nd


 Libro vincitore del Premio Pulitzer nel 2016, Giorni selvaggi. Una vita sulle onde è l'autobiografia - rivisitata sotto il segno della passione per il surf - di William Finnegan, scrittore, giornalista del "New Yorker" e surfista di livello assoluto.
 E' raro che un libro che non conquista il lettore fin dalle prime pagine riesca alla fine ad appassionare visceralmente; eppure è proprio quello che è accaduto a me leggendo Giorni selvaggi.
 Questo è dovuto a una serie di fattori diversi: in primo luogo alla necessità di acquisire famigliarità con la terminologia tecnica di una disciplina della quale non sapevo quasi nulla (se non quel poco appreso guardando i più celebri tra i film che trattano del surf: da Un mercoledì da leoni a Point Break a Riding Giants), laddove si parla continuamente di swell (l'insieme dei treni d'onda che, succedendosi a intervalli regolari, costituiscono una mareggiata), di spot (un tratto di costa dove il fondale favorisce il generarsi di onde adatte a praticare il surf), di line up (il punto in cui il surfista si deve posizionare per "prendere" l'onda), di  take off  (il "decollo", il movimento con cui il surfista si alza sulla tavola e "prende" l'onda), di closeout (il fenomeno per cui un'onda "rompe" tutta in una volta, rendendo difficilissima la surfata), e si danno spesso per scontate le differenze tra beach break (uno spot costituito da secche e fondale sabbioso), point break (uno spot con fondale roccioso, in prossimità di una scogliera o di un promontorio) e reef break (uno spot in cui le onde si rompono in prossimità della barriera corallina); o quelle tra long board (la tavola molto lunga, di foggia classica, in uso fino alla seconda metà degli anni sessanta, particolarmente adatta a movimenti come il noseriding) e short (la tavola più corta e agile, adatta ai repentini cambi di direzione e a entrare nel tubo dell'onda; una sua evoluzione è rappresentata dalla gun, più lunga e più larga nella parte anteriore, pensata per le onde giganti).
 C'è poi il fatto che bisogna abituarsi allo stile di Finnegan, che si struttura su ampie volute, è distesamente descrittivo e sovente anche digressivo, ma nello stesso tempo sa essere rapsodico, e procedere per squarci, illuminazioni, lampi e improvvisi cambiamenti di rotta.
 Infine occorre ricordare che le prime cento pagine del libro sono dedicate all'infanzia e all'adolescenza del protagonista; età che, essendo un po' per tutti - per definizione - "selvagge", danno luogo a una narrazione interessante e anche brillante, ma certo meno originale di quella in cui si sostanzia tutta la parte successiva del testo.

William Finnegan in un recente ritratto fotografico

 William Finnegan nacque nel 1952 e visse i primi anni della sua vita in California dove - pur non abitando sul mare - imparò a fare surf seguendo l'esempio di alcuni compagni di scuola e amici di famiglia (soprattutto i Becket, che abitavano a Newport Beach), nei weekend e nel tempo libero.
 L'esperienza decisiva che rese il surf il baricentro della sua vita, però, fu il biennio passato con la famiglia alle Hawaii, fra il 1966 e il 1967. A Honolulu, il giovane William frequentò la Kaimuki Intermediate School, la scuola dei nativi, fucina di "teppisti, tossicomani e sottoccupati", assai diversa dalle efficientissime scuole pubbliche californiane: quando, anni dopo, Finnegan confiderà durante un'intervista a Barack Obama (che, cresciuto alle Hawaii, frequentò la migliore delle scuole private dell'arcipelago, nonostante la sua famiglia non fosse particolarmente abbiente) di essere andato alla Kaimuki, questi sgranerà gli occhi incredulo. Se quei due anni non contribuirono in maniera particolare ad approfondire la competenza di William riguardo alla letteratura inglese, gli permisero comunque di entrare in contatto e di confrontarsi con alcuni dei migliori giovani surfisti delle Hawaii (dove il surf nacque e dove, un tempo, era trattato alla stregua di un rito religioso), di conoscere gli spot più celebri del surf di allora e di affinare la sua tecnica e il suo stile.
 Non a caso, in una narrazione che procede sempre in ordine cronologico, il periodo hawaiano viene anticipato, e proprio con esso si apre il libro, prima di tornare alla California e all'esistenza della famiglia Finnegan (di origine irlandese e, in quanto tale, cattolica) negli anni cinquanta - con il padre che produceva per l'esercito quei documentari che, successivamente, lo porteranno alla Hawaii -, e da lì proseguire con maggiore linearità.
 Il racconto delle diverse epoche che si succedono nella vita di William è caratterizzato dalla presenza di poche variabili - sempre le stesse - sul cui mutamento è imperniata la progressione narrativa. Ogni periodo finisce così per modellare la propria fisionomia sugli spot in cui il protagonista pratica il surf, sull'amico che lo accompagna nel corso delle sue scorribande surfistiche, e sulla donna - la fidanzata o la compagna - che costituisce per lui un punto di riferimento (spesso pur essendo fisicamente lontana) in quella stagione della vita.
 I barbarian days propriamente detti cominciano quando William, dopo aver conseguito la laurea e dopo aver lavorato per un breve periodo come frenatore per le ferrovie della Southern Pacific, parte all'avventura con l'amico Bryan Di Salvatore alla ricerca di tutte le onde migliori del Pacifico, con il segreto proposito di completare il giro del mondo procedendo sempre verso ovest. Con pochi soldi in tasca (i due si manterranno spesso facendo i lavori più disparati), una grande curiosità e uno spirito di adattamento fuori dal comune, Finnegan e Di Salvatore, dopo le Hawaii, toccheranno varie località a Guam, alle Samoa, a Tonga, alle Figi, in Australia (facendo il periplo della grande isola, dopo diversi mesi passati a Kirra, nel Queensland), in Indonesia, occupandosi per la maggior parte del tempo di surf e dei rispettivi progetti letterari. Alle Figi, presso l'isoletta di Tavarua, William e Bryan scopriranno "la migliore onda del mondo", stringendo poi un patto per tenere segreto quello spot ed evitare l'assalto dei turisti (non servirà: pochi anni dopo, a Tavarua verrà aperto un resort esclusivo per surfisti danarosi...).

Bryan Di Salvatore e William Finnegan a Kirra (Australia) nel 1979, nella fotografia riportata sulla copertina dell'edizione americana di Barbarian Days

 Il viaggio (una sorta di ricerca dell'inverno infinito - perché, come ci tiene a specificare l'autore, a dispetto dell'iconografia ufficiale, è l'inverno e non l'estate la stagione migliore per fare surf) durerà quasi tre anni, fino al 1980, e sarà interrotto solo dalla malattia di William, ridotto in fin di vita dalla malaria (ma finalmente con la fidanzata Sharon accanto).
 Rimessosi fortunatamente dal duro colpo alla sua salute, Finnegan riprenderà il viaggio (nonostante il ritorno in America di Bryan Di Salvatore), fermandosi però presto in Sudafrica dove, a Cape Town - in pieno regime di apartheid -, comincerà a insegnare in una scuola frequentata dai ragazzi di colore. Si può dire che in Sudafrica William Finnegan completi la sua maturazione politica e personale, senza però rinunciare al surf, che continuerà ad essere uno dei centri di gravità della sua esistenza.
 Dopo alcuni anni passati in Sudafrica, dedicati allo sport e all'insegnamento, in seguito alla fine della storia con Sharon, William tornerà in California e si stabilirà a San Francisco. Qui comincerà la nuova professione di giornalista, inizierà la sua relazione con Caroline (una giovane artista di origine rodhesiana, destinata a diventare un avvocato di successo e la moglie dell'autore) e, soprattutto, scoprirà nuovi fantastici spot per fare surf non lontano dalla città, e nuovi insostituibili compagni con cui esplorare la costa (in particolare Mark Renneker, medico bohémien e specialista nel cavalcare onde di dimensioni spropositate).
 Da San Francisco, Finnegan si trasferirà a New York nella seconda metà degli anni ottanta, diventerà inviato speciale del "New Yorker" nelle zone di guerra, e continuerà a fare surf ogni volta che gli sarà possibile, questa volta a fianco di Peter Spacek, con il quale, negli anni novanta, scoprirà Madeira (in particolare Jardim do Mar) destinata a diventare la nuova Mecca dei surfisti di tutto il mondo.
 L'ultimo inseparabile partner sportivo di Finnegan, negli anni Duemila, è John Selya, danzatore dell'Upper West Side, raffinato surfista e profondo conoscitore di tutti gli spot di Long Beach; in una stagione della vita in cui la prestanza atletica decade inesorabilmente, William comincia a vivere il surf con una consapevolezza nuova, assaporando ogni momento con un'intensità quasi mistica.
 A conti fatti, il bello di questo libro è che passione e disincanto razionale procedono di pari passo, e il secondo riesce a costituire la migliore cornice per esaltare la prima. Nel raccontare la storia del suo amore per un'attività capace spesso di reclamare le sue energie migliori, senza però per fortuna diventare mai davvero totalizzante, William Finnegan offre al lettore l'esempio più illuminante e la metafora meglio concepita per rappresentare la nostra inesauribile sete di vita, pur al cospetto di tutti i limiti che la vita palesa e di cui non possiamo non accorgerci.
 Tanto che la frase con cui si chiude il testo finisce per risultare assai più significativa di quanto possa sembrare a prima vista: "Volevo solo che non finisse mai".

Voto: 7,5  

domenica 17 gennaio 2016

Duncan Hamilton, "George Best, l'immortale", 66th a2nd


 George Best era emozione, velocità, stupore; la sua leggenda – e le fantasie di cui essa si sostanzia nell’immaginario popolare – si basano su questi elementi. Duncan Hamilton non trascura tutto questo, ma il suo approccio alla figura del campione di Belfast è più complesso e sfaccettato.
 Il titolo dell’originale inglese suona così: Immortal: The Definitive Biography of George Best.
 L’aspirazione è dunque quella di stabilire qualcosa di “definitivo” a proposito della vita di George Best, e uno dei pregi maggiori di questo libro, in effetti, è la completezza, ottenuta grazie a un eccezionale sforzo di documentazione, che l’autore si sobbarca in virtù della sua dichiarata passione per il personaggio. Del resto, come Hamilton stesso afferma, scrivere una biografia significa restare per mesi – e a volte per anni – in costante compagnia della medesima persona; difficile portare a termine il progetto se non si gradisce quella compagnia.
 Il fatto che Hamilton parteggi scopertamente per George Best, tuttavia, non gli impedisce di esplorare le molte zone d’ombra della tormentata parabola esistenziale di questo fuoriclasse, e nessuno sconto viene fatto quando occorre mettere a fuoco le precise responsabilità del calciatore nordirlandese nel suo precoce declino.
 Prima di tutto questo, però, c’è l’esaltazione del mito, rappresentata in maniera indimenticabile dalla straordinaria partecipazione popolare ai funerali di George Best, celebrati il 3 dicembre del 2005 e descritti da Hamilton con altissimi toni epici ed elegiaci, che fanno vibrare all’inverosimile la corda della commozione.
 Da qui si parte per cominciare a parlare delle origini di Best, della nascita in un’umile famiglia operaia, degli anni della sua formazione a Belfast, dell’amore per il calcio fin da ragazzo, della sua timidezza fuori dal campo, paradossalmente associata alla sua proverbiale sfrontatezza durante le partite.
 Poi George fu notato da Bob Bishop, romanzesco personaggio che faceva l’osservatore per conto del Manchester United in Irlanda del Nord; e per lui cominciò la vera avventura. In realtà non partì esattamente col piede giusto: appena giunse a Manchester, a quindici anni, Best si sentì tanto solo e disorientato da decidere immediatamente di tornare a Belfast. Soltanto la saggezza del padre e la pazienza dei responsabili della squadra gli consentirono di rivedere quella scelta e di avere l’abbrivio per una carriera senza eguali.

George Best al culmine della sua carriera

 Il racconto degli anni precedenti l’esordio in Prima Divisione (allora non esisteva la denominazione Premier League), passati fra allenamenti sempre più duri, le cure di Mary Fullaway – presso la quale alloggiava a Manchester, e che divenne per lui una sorta di seconda madre − e il crescente interesse per la giovane speranza del vivaio da parte di Matt Busby, costituisce senz’altro la parte più bella del libro.
 Busby, lo storico allenatore della squadra, era stato coinvolto nel 1958 nell’incidente aereo di Monaco, nel quale quasi tutti i migliori giocatori del Manchester erano morti di ritorno da una semifinale di Coppa dei Campioni. Da allora tutto il suo impegno era teso al tentativo di ricostruire un team capace di competere ai massimi livelli in Europa. In Best, Busby vedeva, da una parte, il genio calcistico intorno al quale poter organizzare una squadra vincente; d’altra parte, però, riversava su di lui un affetto simile a quello che si prova per un figlio, come se leggesse nell’arrivo del giovane una sorta di risarcimento per la perdita dei “suoi” ragazzi, che il fato gli aveva crudelmente strappato sulla pista dell’aeroporto di Monaco.
 Best, da parte sua, si sorprendeva sempre un po’ dell’attenzione che Busby dimostrava nei suoi confronti; nel suo candore adolescenziale, non si riteneva così bravo da meritarla. Si riteneva troppo minuto e fragile per poter competere con i migliori; non si rendeva perfettamente conto del suo talento.

George Best palleggia in mezzo a un gruppo di giovani calciatrici

 Il resto è noto, anche se qui viene narrato con una ricchezza di particolari altrove introvabile: la rapida ascesa, il folgorante successo che trasformano Best nella prima icona pop del calcio britannico, gli anni ruggenti in cui divenne uno dei migliori giocatori del mondo, il mito del “quinto Beatle”, l’apoteosi della conquista della Coppa dei Campioni e del Pallone d’oro nel 1968; da qui il denaro, le donne, gli eccessi, le prime difficoltà, la crisi, i tentativi di risollevarsi; e poi il tracollo professionale e la fine del rapporto col Manchester, senza che ne risultino compromessi né il fascino di Best al cospetto del pubblico, né la sua capacità di fare soldi. Con il passare degli anni arriveranno le battute folgoranti, in linea con il personaggio trasgressivo che i media gli hanno cucito addosso, e la definitiva compromissione della sua salute per via dei suoi problemi con l’alcol, dapprima negati con insistenza, e poi divenuti tanto evidenti da essere impossibili da nascondere. La morte giungerà, desolatamente, dopo un inutile trapianto di fegato.
 Cosa rimane della figura di Best dopo aver letto questo libro?
Senz’altro il senso della freschezza dei suoi primi anni a Manchester, in cui la sua passione per lo sport era autentica e praticamente esaustiva, e in cui maturò un amore per la maglia della propria storica squadra che non venne mai meno, neppure nei momenti più bui.
 Resta la consapevolezza che nessuno come lui, nel bene e nel male, seppe incarnare nel mondo del calcio la carica di novità e di informalità, capace di scompaginare i vecchi schemi, che investì a tutti i livelli la civiltà occidentale negli anni intorno al 1968.

Duncan Hamilton

 Resta poi l’intuizione di un’intelligenza assai più vivace di quanto taluni comportamenti e scelte di vita lascerebbero supporre; un’intelligenza evidente tanto nelle battute spaccone (“Se fossi stato brutto, nessuno avrebbe sentito parlare di Pelé”; “Dicono che sono uscito con sette miss mondo, ma erano solo quattro. Alle altre tre ho dato buca”) quanto in quelle autoironiche (“Ho speso gran parte dei miei soldi per alcol, donne e automobili sportive. Il resto l’ho sperperato”; “Nel 1969 ho dato un taglio ad alcol e donne. Sono stati i 20 minuti peggiori della mia vita”; “Ho smesso di bere… ma solo quando dormo”).
 Resta però anche l’impressione di un approccio un po’ troppo “istituzionale”, che pur senza nascondere nulla della vita di Best, tende a smorzare asperità e contrasti, e ad attenuare quello che potrebbe infastidire coloro presso i quali il mito soprattutto dura: i tifosi del Manchester United. Un esempio? Non viene riportato il suo celebre, tagliente giudizio su David Beckham, altra icona, a noi più vicina, del club: “Non sa calciare col piede sinistro, non sa colpire di testa, non sa contrastare e non segna molto. A parte ciò è un buon giocatore”.
 Così si rischia stranamente di tradire un po' proprio ciò che sarà sempre indissolubilmente legato al nome di George Best: emozione, velocità, stupore.

Voto: 5,5

domenica 22 novembre 2015

Gian Paolo Ormezzano, "I cantaglorie. Una storia calda e ribalda della stampa sportiva", 66th a2nd


 Piemontese, classe 1935, già direttore di Tuttosport, Gian Paolo Ormezzano è uno dei grandi vecchi del giornalismo sportivo italiano.
 Il suo ultimo libro rappresenta un tentativo di tracciare l’evoluzione dal secondo dopoguerra in avanti della professione che egli ha esercitato per più di 60 anni, e di mettere a fuoco i personaggi che più le hanno dato lustro.
 Il libro è interessante e a tratti anche appassionante, e si giova di una prosa molto efficace, precisa, fluida e piena di accenti personali (che scade solo quando Ormezzano – come talvolta gli capita – cerca di essere brillante a tutti i costi, e gigioneggia un po’); più perplesso mi lasciano i presupposti francamente antimodernisti da cui parte l’autore, convinto che l’avvento della televisione prima e di internet poi abbia completamente rovinato il giornalismo sportivo e, probabilmente, anche lo sport stesso (che un tempo − si lascia intendere – era sublimato dal suo racconto scritto, che più che l’appendice costituiva il compimento dell’evento sportivo, vissuto dagli appassionati innanzitutto proprio attraverso la lettura dei giornali).
 Il criterio seguito da Ormezzano per individuare le linee di sviluppo della stampa sportiva tiene dunque conto di questi presupposti, ed è basato sul progressivo mutamento dell’approccio da parte dei giornalisti alla materia da essi trattata.
 Si parte così da una prima fase, in cui i giornalisti amavano lo sport più di quanto lo conoscessero, e tendevano a raccontarne gli eventi con slanci lirici e fantastici più che sulla scorta di nozioni tecniche e della puntuale verifica dei dati di realtà; i protagonisti di questa fase erano dei veri e propri cantori, e quest’epoca si può appunto definire “epoca dell’amore”. Fra gli sport, protagonista assoluto fu il ciclismo, assai più popolare del calcio; non a caso, se si vuole individuare una data simbolica in cui questo periodo ha termine, si può prendere come punto di riferimento la morte di Fausto Coppi, il 2 gennaio 1960 (evento che vide casualmente Ormezzano, allora giovane inviato, al capezzale del Campionissimo).
 La seconda fase è quella che Ormezzano chiama “dell’erotismo”: i giornalisti continuano ad amare la propria professione e lo sport in generale, ma quest’ultimo diviene per loro soprattutto oggetto di studio, di attenta e a volte sottilissima analisi, di approfondimento in senso lato “culturale”; la stampa sportiva è chiamata a spiegare e a enfatizzare l’evento più che a provvedere a una sua mera descrizione a beneficio del lettore, e la sua funzione finisce per essere quella di un moltiplicatore della passione di tifosi e spettatori, che spesso già hanno potuto assistere alla competizione sportiva trattata negli articoli della stampa specializzata attraverso lo schermo del televisore. La data di passaggio da questa fase alla successiva si può forse fissare in corrispondenza della vittoria italiana ai Campionati del mondo di calcio nel 1982.
 La terza e ultima fase è quella definita “della pornografia” (senza dare necessariamente al termine pornografia una connotazione del tutto negativa, precisa Ormezzano, quasi che i giornalisti sportivi contemporanei fossero obbligati a ripiegare su questo approccio allo sport; ma non riesce a essere convincente fino in fondo). Qui i giornalisti sportivi si vedono trasformati in garanti della metamorfosi dell’evento sportivo in puro show.

Gian Paolo Ormezzano

 I retroscena e i relativi pettegolezzi, perciò, diventano importanti quanto la performance sportiva in sé; il gesto atletico viene visionato un’infinità di volte e praticamente “sezionato”, scomposto fotogramma per fotogramma ed esaminato in tutti i suoi particolari a beneficio degli spettatori; all’evento sportivo puro e semplice si sovrappone una serie di elementi (dai tifosi che fanno da cornice alla gara e finiscono per essere parte dello spettacolo, alle scommesse con cui l’appassionato si illude di conquistare una parte “attiva” nella dialettica agonistica…) volti a creare una sorta di “realtà aumentata”, che però tende in qualche modo a snaturare e a meccanizzare la percezione di quella che una volta era definita “realtà effettuale”.
 La “fase della pornografia” dura tuttora, e ha come numi tutelari una televisione il cui potere è cresciuto a dismisura e la sempre più invadente presenza dei multiformi contenuti veicolati dalla rete internet.
 I punti di riferimento cronologici che separano una fase dall’altra sono in realtà molto approssimativi, tanto da saltare spesso quando si tratta di riferire un protagonista a un periodo piuttosto che all’altro, all’interno della lunga galleria di ritratti con cui Ormezzano tratteggia il ricordo dei più grandi giornalisti sportivi dal dopoguerra in avanti. È questa, a mio parere, la parte di gran lunga più godibile e meglio riuscita del libro.
 Ad esempio, tra i “cantori” della fase amorosa viene annoverato un giornalista contemporaneo come Gianni Mura, mentre lo storico telecronista Rai delle gare ciclistiche Adriano De Zan viene inserito tra i “pornografi” (mentre forse entrambi starebbero meglio tra gli “erotisti”, per adottare il criterio di Ormezzano).
 Fra i ritratti più belli bisogna citare quello di Vittorio Pozzo (che, oltre a essere il commissario tecnico della nazionale italiana di calcio vincitrice per due volte di fila del Campionato del Mondo nel 1934 e nel 1938, fu a lungo uno stimato giornalista), impreziosito da alcuni personali ricordi dell’autore; quello di Carlin Bergoglio, torinese riservato, avarissimo, “onesto sino allo spasimo, al masochismo”, capace di tenere testa senza timore reverenziale agli Agnelli da direttore di Tuttosport e di cantare meglio di tutti le gesta di Coppi, nonostante tifasse per Bartali; quello di Gianni Brera, che ha soprattutto il pregio di non essere banalmente agiografico come quasi sempre sono i ritratti di Brera; quello di Gianni Minà, “l’italiano più conosciuto nel mondo da quasi mezzo secolo”, “classico esempio di talento disperso, sparpagliato” e “di simpatia espansa, a costo di sorridere anche ai fetenti”.
 E ancora, quello di Sergio Zavoli, quelli degli indimenticabili Ciotti e Ameri, quelli – per molti versi commoventi – di Maurizio Mosca (con Aldo Biscardi il re dei “pornografi”) e di Candido Cannavò, quello di Gianni Clerici e Rino Tommasi (trattati insieme e anch’essi coerentemente classificati tra i “pornografi”, seppur di un tipo del tutto diverso da quello di Biscardi e Mosca).
 Vi sono anche notevoli assenze, naturalmente; ma non potrebbe essere diversamente.
 Alla fine resta da chiedersi: in quale categoria Ormezzano porrebbe se stesso?
 Al lettore il compito di provare a darsi una risposta.

Voto: 6,5