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domenica 7 febbraio 2021

Carlo Rovelli, "Che cos'è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro", Mondadori



 Prima dei saggi divulgativi sui paradigmi della fisica moderna, sul concetto di tempo alla luce della Teoria della Relatività e degli assunti della scienza contemporanea o sulla Meccanica Quantistica, pubblicati in anni recenti con Adelphi, Carlo Rovelli aveva provato ad uscire dall'ambito ristretto dei lavori specialistici con questo originale testo scientifico-filosofico dedicato ad Anassimandro di Mileto, pensatore greco del VI secolo a.C. (o a.e.v., ante eram vulgarem, come ama dire l'autore).
 Il libro è interessante almeno per due motivi. Innanzitutto perché consente di animare e di problematizzare lo studio di quei filosofi presocratici che nella manualistica scolastica sono spesso presentati in modo quantomai astratto, riduttivo e in definitiva banalizzante, come se le idee da essi espresse avessero senso solo in funzione di quelle dei grandi pensatori che nacquero nei secoli successivi, senza preoccuparsi minimamente di cogliere la complessità delle loro teorie in sé e per sé, e di comprendere l'impatto che esse ebbero sulla visione del mondo degli uomini del loro tempo, nel contesto culturale ben determinato che le vide nascere. 
 In secondo luogo perché, con serrata argomentazione, nel testo si riesce a individuare il momento in cui, nella storia del pensiero, si sviluppa il primo embrione di un approccio scientifico al problema della conoscenza del mondo intorno a noi, e ad analizzare in maniera convincente l'atteggiamento psicologico sottoso a questo approccio. 
 Affrontare in modo scientifico il problema della conoscenza del mondo non vuol dire adottare il metodo scientifico - per vedere nascere il quale si dovrà attendere l'avvento di Galileo e aspettare altri 2000 anni dopo Anassimandro -; significa immaginare che le cose possano essere diverse da come appaiono, significa cercare spiegazioni ai fenomeni naturali che, nel tentativo di andare oltre ciò che già sappiamo, siano disposte a mettere in discussione ciò che diamo per scontato (proponendo una visione delle cose internamente coerente ma diversa da quella a cui siamo abituati), significa esercitare il dubbio sistematico, mettendo continuamente in discussione gli assunti dei nostri maestri, significa provare a capire il mondo prescindendo dagli dei e mettendo da parte qualsiasi elemento ricollegabile a pregiudizi di matrice magico-religiosa.  
 Il poco che conosciamo di Anassimandro e delle sue idee ci consente - secondo Rovelli - di ipotizzare che egli fu il primo intellettuale della Storia ad accostarsi al problema della conoscenza del mondo con atteggiamento scientifico. Nato intorno al 610 a.C. a Mileto, nella Ionia - allora una sorta di "ponte" commerciale e culturale fra la Grecia e l'Oriente -, fu allievo di Talete, considerato il primo filosofo del mondo occidentale, famoso per aver individuato nell'umido (o nell'acqua) il principio fondamentale di tutte le cose, per le sue osservazioni astronomiche e per aver precorso la formulazione di alcuni teoremi propri della geometria euclidea.
 
Carlo Rovelli
 
 Anassimandro, dal canto suo, non si limitò ad assimilare e a sviluppare gli insegnamenti di Talete; li mise invece in discussione, li sottopose a una critica radicale fino a stravolgere la visione del mondo del maestro a beneficio di un modello interpretativo dell'universo assai più complesso. Egli non accettò l'idea che un elemento semplice come l'acqua potesse essere all'origine di tutte le cose, e preferì immaginare un principio "indefinito e illimitato", una sorta di forza invisibile da cui tutto deriva, a cui diede il nome di apeiron (Rovelli si abbandona alla suggestione dell'accostamento di questo misterioso principio alle forze invisibili che la fisica moderna ha dimostrato essere alla base del comportamento della materia: il campo elettromagnetico e il campo gravitazionale...).
 Soprattutto, però, Anassimandro approfondì le osservazioni astronomiche e cosmologiche di Talete, e arrivò a formulare la rivoluzionaria teoria secondo la quale la Terra non è un disco piatto circondato dall'oceano e sovrastato dal cielo, bensì un sasso (o meglio, una sorta di cilindro con le due facce circolari di forma accentuatamente convessa) che galleggia nello spazio. Con ogni probabilità, ciò che permise ad Anassimandro di pervenire a questa idea fu la constatazione che le stelle sorgono e tramontano da parti diverse dell'orizzonte; quando "spariscono" dalla nostra vista, devono necessariamente passare sotto la terra su cui i nostri piedi poggiano, la quale deve perciò prevedere che ci sia cielo non solo sopra, ma anche tutto intorno a sé. La conferma venne poi da ulteriori osservazioni e dall'integrazione di questo spunto logico in una coerente visione del cosmo capace di dare conto in maniera convincente dei movimenti degli astri.
 E' difficile esagerare la poratata innovativa di una simile idea rispetto a tutto quello che si credeva vero nel VI secolo a.C., anche se a noi contemporanei - che diamo per scontato che la Terra sia un pianeta di forma ellissoidale in orbita intorno al sole all'interno di una galassia che, insieme a miliardi di altri simili agglomerati di stelle, viaggia nell'universo a folle velocità - può sfuggire la carica eversiva dell'ipotesi di Anassimandro per i suoi contemporanei. 
 Si badi che questo modello implica il superamento dei concetti tradizionali di alto e di basso: se la terra galleggia nello spazio è perché non esiste un basso assoluto verso cui possa cadere; il basso diventa relativo, definibile esclusivamente dalla relazione che si stabilisce fra due "oggetti" (e non sfuggirà che da questo deriva non solo il fatto che ciò che è alto o basso per me non potrà essere tale per chi abita sull'altra faccia della terra, ma anche il suggerimento visionario che un corpo cade perché c'è un altro corpo verso cui può cadere).
 Secondo Rovelli, il salto concettuale che comporta la "rivoluzione di Anassimandro" per gli uomini del suo tempo è ancora più drastico di quello a cui costringe noi contemporanei il superamento del sincronismo universale introdotto da Einstein con la Teoria della Relatività Ristretta (anche perché, ai tempi di Anassimandro, era semplicemente inconcepibile ragionare in termini scientifici e accettare che la natura delle cose fosse intrinsecamente diversa da come i nostri sensi la percepiscono). 
 Basta questo, nonostante quasi tutti i suoi scritti siano andati perduti e le sue idee siano conosciute grazie a citazioni riportate da storici successivi, a fare di Anassimandro una personalità gigantesca, un pensatore capace di segnare un passaggio decisivo nella storia dei tentativi della nostra specie di acquistare sempre maggiore consapevolezza di sé e dell'Universo in cui vive; un uomo in grado di cambiare realmente i paradigmi attraverso i quali concepiamo il mondo intorno a noi.
 
In poche parole: avventurandosi al di fuori dei territori delle pubblicazioni per specialisti e della divulgazione scientifica, Carlo Rovelli si cimenta per la prima volta, con questo storico libro, nella riflessione epistemologica, attribuendo alla figura di Anassimandro di Mileto - filosofo presocratico vissuto nel VI secolo a.C. - il merito di aver fatto compiere un formidabile salto in avanti al nostro modo di affrontare il problema della conoscenza del mondo, accostandosi alla realtà con un "atteggiamento scientifico". L'atteggiamento scientifico contempla la propensione a esercitare il dubbio sistematico, cioè la disponibilità a mettere in discussione ciò che già sappiamo o diamo per scontato, l'esercizio della critica del pensiero dei maestri come strumento privilegiato di progresso della conoscenza, la determinazione a cercare spiegazioni dei fenomeni naturali che prescindano da qualsiasi riferimento magico-religioso. Fu sulla scorta di questi capisaldi metodologici che Anassimandro per primo riuscì a formulare la teoria secondo la quale la Terra non è un disco piatto circondato dall'Oceano e sovrastato dalla volta celeste, bensì un sasso che galleggia nell'Universo. La Teoria, implicando l'idea che la Terra non cade semplicemente perché non ha un luogo verso il quale cadere, e l'introduzione del concetto per cui le nozioni di alto e basso non sono assolute ma relative, determina un'autentica rivoluzione della percezione da parte dell'uomo del mondo in cui vive: un vertiginoso shock culturale, paragonabile a quello che un centinaio di anni fa investì l'umanità quando Einstein mise in discussione l'assolutezza del parametro del Tempo.  
 
Voto: 7,5

domenica 2 febbraio 2020

John M.Hull, "Il dono oscuro", Adelphi


 Il dono oscuro è una traduzione libera, e forse arbitrariamente romantica, del titolo originale del libro di John M.Hull, Notes on Blindness. 
 Il testo, in sé e per sé, si presenta come un "diario della cecità", tenuto dall'autore fra il 1983 e il 1986, quando la perdita della vista - avvenuta per Hull a 45 anni di età, nel 1980, a seguito di una lunga malattia agli occhi e di una serie di inefficaci interventi chirurgici - si era ormai palesata una condizione irreversibile. E tuttavia, per la straordinaria lucidità e precisione nella descrizione dell'esperienza quotidianamente vissuta, per la felicità della vena narrativa che lo percorre, per le riflessioni che innesca e per le questioni che pone, questo scritto va ben oltre il piano della pura testimonianza personale e diventa un viaggio oltre i confini del senso comune, problematico e affascinante in modo assai originale.
 Hull, australiano d'origine e inglese d'adozione, era professore universitario di teologia e scienze religiose a Birmingham, marito di una giovane donna e padre di due bambini (Imogen, nata nel 1973 dalla relazione con la prima moglie, e Thomas, nato nel 1980) quando la cecità gli piombò addosso; la seconda moglie Marilyn gli avrebbe dato in seguito altri tre figli. 
 Le sue osservazioni insistono via via sulle difficoltà concrete che egli incontra nella vita di tutti giorni (per esempio su come orientarsi per recarsi da solo al lavoro), sul rapporto con la moglie, con i figli e con gli amici, sulle modificazioni che subisce la sua percezione del mondo, sui sogni che lo visitano mentre dorme e sulla persistenza in essi di elementi vivacemente visivi, sull'evoluzione nel tempo della propria cecità, sul significato della propria condizione dal punto di vista pratico, affettivo, identitario, psicologico, antropologico, filosofico, religioso.
 Le sue riflessioni sono sempre acute e oneste. Da uomo attivo, Hull ci parla dei limiti della propria indipendenza, delle tecniche sviluppate per orientarsi quando si muove da solo nelle strade della propria città, dell'imbarazzo che provano alcune persone nell'avere a che fare con un cieco e della loro totale incapacità di capire quale tipo di aiuto possa servirgli e in quali circostanze: dell'incapacità, in sostanza, di mettersi nei suoi panni. 
 Da marito innamorato, si sofferma sui cambiamenti che subisce il proprio rapporto con la moglie, dal punto di vista della condivisione della quotidianità domestica, della coltivazione della complicità reciproca e della gestione della sessualità che, basandosi non più sulla vista ma sul tatto e sull'olfatto, diventa nello stesso tempo più tenera e più primitiva.
 Da padre amorevole, cerca di capire come reimpostare il proprio rapporto con i figli: si rende conto con grande rammarico di non poterne apprezzare il mutamento di aspetto durante la crescita, di non riuscire a sorvegliarli come vorrebbe, di non avere i mezzi per giocare sempre con loro come desidererebbero, e prova a inventarsi nuovi modi di interazione. Nel contempo si sforza di comprendere come essi percepiscono la sua cecità (si sorprende, ad esempio, quando il piccolo Tom gli rivela di avere capito come egli non possa "sorridere con lui", dimostrando così di cogliere alla perfezione la valenza sociale e affettiva di un sorriso) per sviluppare su questa base le virtù del suo ruolo paterno.

John M.Hull al tempo della stesura di Notes on Blindness

 Da accademico, studia e classifica le tappe successive del suo "viaggio" nella cecità e le loro implicazioni antropologiche, neurologiche ed estetiche: diventare ciechi è come addentrarsi in un tunnel senza uscita e senza ritorno; mano a mano che ci si allontana dall'ingresso, il concetto stesso della luce e della "visibilità" degli oggetti tende a sbiadire, finché è come se il tunnel curvasse, e a quel punto svanissero persino il ricordo dei volti delle persone e la memoria delle forme del paesaggio. 
 Solo nei sogni forme e colori si ripresentano in una veste particolarmente vivida. A poco a poco, il mondo del cieco si riplasma così sulla base di nuove immagini non più visive, ma uditive, olfattive e tattili. I parametri a tutti noti su cui si basa il senso comune perdono di senso, si sgretolano e lasciano il posto a criteri totalmente nuovi di definizione della realtà: per il cieco, ad esempio, una bella giornata non è una giornata di sole, bensì una giornata di vento o di pioggia, quando il mondo vibra e risuona, e l'esperienza del paesaggio si arricchisce di mille particolari altrimenti impercepibili. 
 Il risarcimento per lo smarrimento provato dal cieco verso ciò che un tempo gli era ben noto (uno smarrimento che talvolta può essere drammatico, come quello provato da John Hull durante la vacanza che lo vede tornare dopo anni di assenza nella natia Australia conosciuta solo da vedente) è infine una nuova capacità di "vedere" con tutto il proprio corpo, di entrare in contatto con il carattere fondamentale di ciò che è sensibile superando i limiti della propria disabilità.
 Da credente e da teologo, infine, Hull deve fare i conti con il senso religioso della propria cecità. Scartate le interpretazioni più rozze, retrive e oscurantiste, che vedono nella disabilità la punizione per qualche oscura colpa, l'autore rifiuta anche di accettare passivamente la propria condizione come l'esito della misteriosa volontà di Dio, o di una onnipotente e onniveggente Provvidenza. 
 Al contrario, con spirito positivamente scientifico, Hull riconosce semplicemente nella cecità la conseguenza di una serie di malanni, di trascuratezze e di errori medici che il caso ha voluto che si sommassero determinando per lui la perdita della vista: perché molto di ciò che avviene in questo mondo è determinato dal caso e non direttamente dalla volontà divina. Dio e la Provvidenza, piuttosto, sono riconoscibili in noi e nel modo in cui siamo chiamati a dare un senso alla nostra vita reagendo di fronte a ciò che la sorte ci apparecchia. 
 La conclusione è che in sé e per sé la cecità non è un dono, sebbene possa essere suggestiva l'idea di considerarla come tale; sta a noi, semmai, trasformarla in un dono, vale a dire volgerla nell'occasione di conoscere il mondo in un modo in cui altri non lo potranno mai comprendere, cogliendo alcuni dei suoi caratteri basilari.
 Il libro, oltre ad essere assai interessante per la peculiarità della sua scrittura, assume una valenza conoscitiva unica secondo la prospettiva di parecchie discipline diverse (come sottolinea Oliver Sacks nella prefazione all'edizione italiana): costituisce insomma un esempio perfetto di "realtà aumentata", capace di esporre pienamente ed efficacemente il lettore a un'esperienza altrimenti per lui inattingibile. Che, in fondo, è ciò in cui risiede il cuore pulsante stesso della letteratura.

Voto: 7   

domenica 19 maggio 2019

Fabio Bacà, "Benevolenza cosmica", Adelphi


 Libro assai curioso.
 Kurt O'Reilly, a poco più di trent'anni, occupa già un posto da dirigente all'Ufficio nazionale di statistica, a Londra. Ricco, brillante, cinico quanto basta per svolgere il suo lavoro con il necessario distacco e per guardare alle risultanze delle sue ricerche con un pizzico di scetticismo, ha lavorato sodo per arrivare dove si trova, anche se non si direbbe, vista la neghittosa disinvoltura con cui tende a passare le sue giornate tenendosi lontano dai doveri d'ufficio.
 Anche sul versante famigliare - pur essendo sposato già da tempo con una donna bella, affascinante e originale, che si interessa di psicologia utilizzando per le proprie indagini metodi molto poco ortodossi, e che ha appena scritto un libro di grande successo -, Kurt tutto sembra tranne che un uomo capace di gestire i propri affetti con un minimo di autodisciplina e di senso di responsabilità: lui ed Elizabeth, preso atto delle difficoltà incontrate nel conciliare le rispettive abitudini, vivono ora in appartamenti distinti dello stesso stabile, di cui il padre di lei è proprietario. Non che per questo l'affetto reciproco sia venuto meno; anzi, dal punto di vista dell'intesa sessuale, il loro rapporto non è mai stato così appagante come ora, almeno quando riescono a incontrarsi!
 Del resto, l'esperienza ha insegnato a Kurt a diffidare di quanto di rassicurante pare esserci nell'adozione di uno stile di vita in tutto e per tutto "normale". L'incidenza dell'imponderabile è costantemente in agguato nella vita di ciascuno di noi, come ben dimostra il bizzarro incidente in cui, alcuni anni prima, sono morti suo fratello e uno dei suoi migliori amici; quest'ultimo ucciso da uno pneumatico staccatosi dal carrello dell'aereo da turismo pilotato dal fratello di Kurt, poi schiantatosi a sua volta sulla piatta superficie di un laghetto nel maldestro tentativo di effettuare un atterraggio di emergenza.
 E tuttavia la coscienza di statistico del protagonista è oltremodo turbata quando egli si rende conto che, da qualche mese, la fortuna letteralmente lo perseguita, dando luogo a una serie di occorrenze positive che, nel loro accumularsi, eccedono a tal punto qualsiasi legge probabilistica da risultare inquietanti: più le donne che incontra sono belle, più appaiono eroticamente disponibili nei suoi confronti; più sono strampalati i suoi investimenti in borsa, maggiore sembra la probabilità che si risolvano in guadagni clamorosi; più Kurt si comporta svogliatamente sul lavoro, maggiori sono gli elogi e le proposte di promozione che riceve.
 Perfino gli incidenti si tramutano in situazioni insensatamente positive; ad esempio, quando si ritrova in balia di un folle che, dopo aver sequestrato una ragazza, lo minaccia con un coltello, e uno dei tiratori scelti mobilitati dalla polizia, tentando di colpire il sequestratore, lo ferisce di striscio a un braccio, Kurt finisce per ricevere, oltre alle scuse ufficiali di Scotland Yard, un risarcimento di centinaia di migliaia di sterline.

Fabio Bacà

 Gli amici a cui Kurt confessa il suo "problema" sospettano dapprima che sia in preda a una crisi da stress dovuta al superlavoro, poi cominciano a preoccuparsi seriamente per la sua salute mentale. Ma anche gli psichiatri che si lascia convincere a consultare non hanno rimedi da proporgli per guarire dal suo male.
 L'ultima risorsa a cui infine ricorre - una ex modella, proprietaria di un'importante casa di moda ed esperta di discipline filosofiche orientali - gli offre una chiave di lettura della sua situazione che sembra a tutta prima la più strampalata: se si ragiona non in termini di destino o di volontà divina come farebbe un occidentale, bensì di karma, e dunque di considerazione della propria sorte come risultanza dell'interazione del proprio agire con la somma dei debiti e dei crediti "contratti" col mondo, si deve ipotizzare che alla straordinaria fortuna che ha baciato Kurt corrisponda la straordinaria sfortuna che ha colpito uno degli individui con i quali il protagonista si trova a interagire nella sua quotidianità. Per sanare l'anomalia basterebbe riconoscere e incontrare questo individuo per concedergli il proprio aiuto e saldare così il debito contratto con la sorte.
 Ma chi è costui? Dopo aver provato a seguire un paio di false piste, Kurt, ormai scoraggiato, viene a capo del suo problema quando, tornando a casa, scopre che la moglie Elizabeth si è sentita male ed è stata trasportata in ospedale da un'ambulanza. Precipitatosi al Pronto Soccorso, Kurt riceve la sconvolgente notizia che la moglie è incinta ormai da quindici settimane, e che la gestazione della bambina che porta in grembo si presenta incredibilmente problematica, tormentata dall'accumulo di una serie di sfortunate anomalie. Dunque è la figlia nascitura la "gemella karmica" del protagonista? E' lei l'occasione per saldare il debito straordinario che Kurt ha contratto con la sorte?
 La risposta è implicita nel finale: uscito dall'ospedale dopo la visita ginecologica, Kurt viene colpito dallo specchietto retrovisore della sua Porsche, schizzato verso la sua testa dopo che un drone di Amazon è precipitato sul tettuccio dell'automobile distruggendola. Finito in coma, il protagonista si risveglierà solo cinque mesi dopo, in coincidenza con la nascita della sua bambina, vivaddio perfettamente sana. L'incidente a lieto fine lo dispone a qualsiasi sacrificio a favore della figlia appena conosciuta, eppure già amatissima.
 Il libro si presenta come una sorta di divertissement filosofico che si cerca di vivacizzare con uno sviluppo narrativo piuttosto singolare, di rendere interessante mettendo in scena personaggi bizzarri e anticonformisti, di impreziosire con l'utilizzo di uno stile ricercato - specie dal punto di vista lessicale - ai limiti dell'autocompiacimento erudito.
 L'effetto complessivo non è sgradevole, anche se, dal punto di vista letterario, qualche perplessità permane per via del netto scollamento - nei toni e nei modi - tra la parte finale e il resto del romanzo, per l'artificiosa inverosimiglianza con cui sono risolti alcuni passaggi, per la repentina conversione della Weltanschauung del protagonista dallo scetticismo allo spiritualismo, dal nonsense agnostico al sentimentalismo esistenzialistico.
 Su ogni altra considerazione sembra prevalere la volontà di stupire e di piacere.

Voto: 6 -

giovedì 20 luglio 2017

Robert M.Pirsig, "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta", Adelphi


 Dopo la morte dell'autore, avvenuta durante la scorsa primavera, mi è venuta voglia di riprendere in mano questo storico libro, notevolmente impegnativo, che tratta di come l’impostazione filosofica di base di ognuno di noi possa influenzare il nostro rapporto con la realtà effettuale. Visto che si tratta di un libro di viaggio, quale momento migliore di un periodo di vacanza per ripercorrerne la lettura?
 Il protagonista, infatti, è in viaggio on the road attraverso il cuore degli Stati Uniti in motocicletta insieme al figlio bambino e a una coppia di amici. Il viaggio ha una valenza triplice: serve a rinsaldare il rapporto tra padre e figlio; rappresenta un’occasione per mettere alla prova l’approccio zen alla realtà moderna – incarnata dalla motocicletta e dalla tecnologia che governa le sue parti meccaniche – che il protagonista ha maturato; consente al protagonista stesso di ripercorrere il suo passato, inseguendo il se stesso di un tempo come se si trattasse di un'altra persona, o meglio di un fantasma. La netta separazione fra oggi e ieri è determinata dall’esperienza sconvolgente della malattia mentale a cui ha condotto Fedro (così il protagonista chiama il se stesso di un tempo, con riferimento a Platone) il tentativo di sottrarsi alle logiche della fredda razionalità che fin dai tempi dei greci ha dominato la vita dell’uomo occidentale, per cercare di scoprire se esiste una via alternativa per intraprendere la “ricerca della Qualità”.
 Grazie a queste tre componenti il rumore di fondo del viaggio diventa una lunga, minuziosa, originale, analitica esplorazione dei recessi della coscienza collettiva dell’uomo occidentale: nel suo monologo il protagonista lo chiama un “Chautauqua”.

 Robert M.Pirsig
O
 Ma cos’è la “Qualità” di cui tanto diffusamente parla Fedro nel suo difficile corpo a corpo con i classici della filosofia? Io direi che è la possibilità di “sentire” il pensiero senza subirlo come un implacabile processo deterministico, ovvero la capacità di sintonizzare il pensiero con il proprio rapporto con le cose, in maniera tale da vivere di pienezza emotiva e di consapevolezza logica, e non di un rigorismo psico-razionale apatico o destabilizzante.
 Lo Zen è la soluzione al Komehinismo della razionalità? È sicuramente una possibile soluzione, anche se l’equilibrio psicologico necessario a percorrere questa via non è facile da mantenere, e anzi la sua accanita ricerca rischia a tratti di compromettere il rapporto del protagonista col figlio, colui che più ha subito il trauma determinato dalla caduta nella follia del padre.
 La lettura è sicuramente interessante, ma non certo fluidissima; l’argomentazione esplicata nel serratissimo monologo del protagonista narratore si suddivide in tanti rivoli e a tratti si impaluda, tanto che le pause descrittivo-narrative paiono spesso troppo brevi anche solo per riprendere fiato.
 L'enorme successo avuto dal libro negli anni settanta appare oggi piuttosto sorprendente. Forse erano semplicemente altri tempi dal punto di vista letterario. 

Voto: 7

domenica 10 aprile 2016

Giuliano L'Apostata, "L'odiatore della barba", Archinto


 Mi è capitato fra le mani questo libro pubblicato da Archinto alcuni anni fa, e mi ha fatto venire in mente certi politici di oggi, che portano avanti idee magari anche giuste, ma sono privi del necessario pragmatismo e della capacità di declinare l’ideologia di fondo che ispira il loro pensiero calandola nei tempi che stanno vivendo; si condannano così all’autoemarginazione.
 L’imperatore Giuliano (331-363 d.C.), nipote di Costantino il Grande, passato alla storia come l’Apostata per via del suo tentativo di ripristinare fuori tempo massimo il culto degli dei tradizionali per erigere un argine difensivo all’autorità del Princeps contro la marea montante del Cristianesimo (la cui sostanza era allora implicitamente “democratica”), scrisse questo pamphlet nel 362 per reagire alle critiche e agli sfottò rivoltigli dagli abitanti di Antiochia.
 Uomo isolato, scontroso e forse permaloso, colto di una cultura tutta libresca, Giuliano visse nel mito degli antichi filosofi e della severità dei loro costumi; la folta barba che si era fatto crescere proprio a imitazione dei pensatori che tanto ammirava, divenne presto oggetto delle battute tutt’altro che bonarie degli antiocheni, che disprezzavano l’imperatore per via delle sue dissennate scelte in campo sociale ed economico.

Giuliano l'Apostata raffigurato su una moneta dell'epoca

 Probabilmente impossibilitato a reagire con violenza per via della propria contingente debolezza politica e dello scarso consenso di cui godeva, Giuliano non trovò nulla di meglio che controbattere alle provocazioni verbali con questo libello, che mostra in maniera lampante tutti i suoi limiti.
 L’odiatore della barba vorrebbe essere una replica tagliente e sarcastica alle pasquinate che esprimono il malcontento popolare; in realtà finisce per rivelare una personalità bizzosa e goffamente risentita, discretamente snobistica, implacabilmente moralistica e maniacalmente utopica.
 L’interesse del libro sta tutto nel rivelare la complessa articolazione che potevano assumere i rapporti tra un imperatore romano e i suoi sudditi.

Voto: 6