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domenica 18 ottobre 2020

Rocco Carbone, "L'apparizione", Castelvecchi

 Alcune settimane ho fa ho recensito un libro di Emanuele Trevi che ricordava le figure di due scrittori contemporanei molto diversi fra loro, scomparsi da pochi anni e meritevoli entrambi di continuare a essere letti: Pia Pera e Rocco Carbone. 
 Di Rocco Carbone prendo oggi in considerazione il romanzo forse più rappresentativo, un testo del 1992 di grande intensità espressiva, intitolato L'apparizione. Si tratta della breve storia di un delirio emotivo portato dal protagonista - che ne è vittima - fino alle sue estreme conseguenze, vale a dire fino alla propria autodistruzione.
 Nell'antichità classica, e nelle culture che ne sono in qualche modo derivazione, l'invasamento era un fenomeno paradossale, che portava l'invasato, ispirato da un dio, a svincolarsi dalle logiche utilitaristiche che governano questo mondo per attingere a una verità più profonda, capace di donare per un breve periodo un senso di pienezza esistenziale simile all'estasi, sovvertendo però le strutture stesse intorno alle quali si era costruita nel tempo la propria personalità. La più comune e la più potente delle forme di invasamento era quella determinata dal dio Amore.
 Carbone immagina qualcosa di simile nel suo romanzo: Iano, un insegnante quarantenne attivamente impegnato a combattere la dispersione scolastica andando in soccorso degli studenti in difficoltà, sposato con Rosa, una donna graziosa e amorevole, in un weekend di pioggia, mentre è ospite nella grande casa di campagna di una coppia di amici in attesa che la moglie lo raggiunga, incontra rientrando nella propria stanza un giovane malvestito accompagnato da un cane, con cui scambia poche parole. Lo stato di lieve alterazione dovuto a una modesta febbre da influenza e alle due aspirine che ha assunto circonfonde l'incontro di un'aura vagamente surreale. 
 Subito dopo Iano trova nella propria stanza uno stiletto acuminato, e contemporaneamente Sara, la padrona di casa, scopre nella sua camera da letto uno strumento analogo, ma con la punta piegata. Comprensibile spavento della donna. Tanto che, quando Iano riferisce l'episodio della misteriosa apparizione, tutti pensano ad un ladro o peggio; un ladro, però, sparito senza toccare nulla e senza lasciare traccia. Anche i carabinieri - chiamati e prontamente accorsi - ipotizzano che si tratti di uno sbandato o di un topo da appartamento, e promettono di fare ricerche fra i delinquenti comuni della zona. Ricerche che non portano a nulla.
 In seguito a questo misterioso episodio, giorno dopo giorno, nella mente del protagonista - che progressivamente realizza di essere preda di un sentimento nuovo - si fa strada una strana convinzione: quel giovane era un dio che voleva farsi latore di un messaggio. Iano, infatti, si è innamorato di Sara e crede di capire di essere destinato a intraprendere con lei una vita nuova.
 Un viaggio compiuto casualmente insieme all'amica diventa l'occasione per dichiararsi; la donna appare lievemente sconcertata di fronte all'atteggiamento di Iano, ma non si mostra scandalizzata, non prende drasticamente le distanze dall'amico e presume che tutto possa rientrare presto nella normalità.
 Invece Iano lascia la moglie - alla quale rifiuta qualsiasi spiegazione - prende congedo dal lavoro e, in preda a una strana euforia, comincia a riempire Sara di regali e a tempestarla di chiamate, che solo per fortuna sfuggono all'attenzione di suo marito Dario. 
 
Rocco Carbone
 
 Isolatosi sempre di più, divenuto irriconoscibile persino per gli amici di antica data, respinto definitivamente da Sara, Iano scivola a poco a poco dall'euforia alla depressione, senza però rinnegare la sua scelta e senza venire meno alla sua convinzione di essere stato eletto da un dio per compiere un'esperienza eccezionale.
 Devono intervenire coloro che gli sono più affezionati - che, anche su sollecitazione della moglie Rosa, gli stanno vicini - per convincere Iano a rivolgersi a uno psichiatra e ad accettare di farsi curare.
 Ma fra il protagonista e lo psichiatra (un luminare di nome Redondo) l'antipatia è immediata: la cura prescritta, a base di antidepressivi, non dà gli effetti sperati (probabilmente anche perché Iano continua a bere alcolici e a fumare moltissimo), la salute mentale e l'aspetto fisico di Iano continuano a peggiorare, e la sua esasperazione arriva fino a spingerlo, nell'ambulatorio di Redondo, ad aggredire il professore con un pesante portacenere, lasciandolo sul pavimento esanime e forse morto.
 Iano, a questo punto, è un latitante; sfuggendo alla polizia cerca prima rifugio presso un amico, poi fa un'ultima visita al preside della scuola nella quale lavorava, infine si reca brevemente dalla moglie Rosa - che lo tratta con delicatezza. 
 Prima di lasciare la propria città incontra anche Nino, un bambino rimasto orfano di genitori che egli è riuscito a convincere a tornare a scuola, e sua sorella diciottenne Cata, che forse è innamorata di lui. Dopo di che si mette in macchina e raggiunge l'anziano padre che vive in una località di mare nel sud Italia (i riferimenti geografici sono sempre piuttosto vaghi nel libro, ma si può facilmente dedurre che la città nella quale Iano risiede è Roma, mentre la città del padre è forse Reggio Calabria).
 L'incontro con il padre è pieno di calore e quasi commovente; ma l'incalzare delle forze dell'ordine costringe nuovamente Iano a mettersi in macchina e a fuggire. 
 A questo punto all'uomo, che sembra non avere più vie d'uscita, durante una sosta, appare ancora il giovane malvestito accompagnato da un cane che egli crede un dio, e la cui originaria comparsa in casa di Sara ha dato inizio a tutta la sua avventura. La visione conforta Iano, che crede una volta di più di avere fatto bene a seguire il suo sogno d'amore e a vivere i suoi ultimi giorni con una pienezza prima sconosciuta.
 Il suicidio - compiuto lanciandosi con l'auto in mare giù dalla scogliera a una curva delle strada - sarà il sigillo a una esperienza umana che egli percepisce come straordinaria.
 Sotto l'aspetto stilistico il libro è ammirevole: attraverso una scrittura estremamente pulita e precisa, minuziosa come quella di un verbale, ma filtrata attraverso il punto di vista necessariamente straniato di Iano, si raggiungono effetti di eccezionale trasparenza e, insieme, di notevole concretezza, che conferiscono al romanzo l'ideale fisionomia di un cristallo. 
 E' solo attraverso la sapiente gestione dei tempi narrativi - che ci consente di mettere a confronto lo Iano dopo il delitto per il quale è ricercato con quello di prima del delitto - che riusciamo a ricostruire il delirante percorso del protagonista e, in qualche modo, a oggettivare la sua condizione, che nella sua stravaganza egli vive con assoluta naturalezza. 
 Tale impostazione si traduce in un profondo rispetto delle facoltà interpretative del lettore, che è messo di fronte al resoconto dettagliato e assolutamente neutro di un'esperienza umana assai singolare, senza che gli sia data una chiave di decodifica di questa particolare vicenda diversa da quella - invero bizzarra - proposta dell'inaffidabile protagonista.
 Così, il piano della razionalità e quello dell'irrazionalità slittano l'uno sull'altro chiamando chi legge, sulla base della propria sensibilità e delle propria apertura alle più varie suggestioni, a inserire nella giusta prospettiva quanto viene raccontato.
 
In poche parole: il romanzo, avvalendosi di una scrittura di assoluto rigore e di grande precisione, capace di creare geometrie stilistiche di cristallina purezza, racconta la storia di un uomo - Iano - che, in seguito alla strana e inspiegabile apparizione di un ragazzo sconosciuto accompagnato da un cane a cui gli capita di assistere, si convince di essere destinato a perseguire una vita nuova, coltivando l'amore per una donna diversa da sua moglie. 
Questo "invasamento", simile a quello di coloro che, nei miti classici, venivano scelti da un dio per compiere un'esperienza fuori dal comune, si trasforma presto in vero e proprio delirio autodistruttivo che né la vicinanza degli amici, né l'intervento di uno psichiatra consentono al protagonista di arrestare. Anzi, con l'aggressione fisica dello psichiatra che lo ha in cura, il protagonista imbocca una strada senza ritorno, che lo porterà al definitivo rifiuto di tutto ciò che umanamente è stato fino a quel momento e, infine, all'inevitabile suicidio.
 
Voto: 7  

domenica 27 settembre 2020

Marieke Lucas Rijneveld, "Il disagio della sera", Nutrimenti

 Il romanzo è assimilabile a un lungo, lirico, macabro capogiro, che si conclude con una tragica caduta nel vuoto.
 Il punto di vista dal quale la storia viene narrata è quello placidamente allucinato di Jas Mulder, una ragazzina di neppure dodici anni che si trova ad affrontare come peggio non potrebbe la morte del fratello maggiore Matthies, inghiottito alla vigilia di Natale, durante una gara di pattinaggio sul ghiaccio, dalle acque gelide del lago che si stende in un polder presso la fattoria nella quale ella vive all'inizio degli anni Duemila con la sua famiglia.
 Tre sono le circostanze che rendono impossibile per Jas elaborare il lutto della perdita che ha subito e superare il dolore inatteso che l'ha investita. In primo luogo la ragazza si sente superstiziosamente responsabile della fine di Matthies, poiché dentro di sé aveva immaginato di barattare la vita del fratello con la salvezza del suo coniglio da compagnia, che temeva il padre avesse intenzione di uccidere destinandolo al pranzo natalizio. 
 In secondo luogo, la protagonista rimane intrappolata nel cortocircuito logico che la morte del fratello ha provocato in seno alla sua famiglia: i genitori di Jas, infatti, sono portatori di una mentalità quantomai bigotta, frutto di una religiosità fanatica e morbosamente sessuofobica (al punto che diventa un problema anche solo pronunciare la parola "nudo"); una religiosità in cui domina l'idea di un Dio sinistramente vendicativo, di matrice veterotestamentaria, che proibisce e punisce, e a cui la misericordia sembra sconosciuta. Non sorprende dunque che la madre e il padre vivano la scomparsa del primogenito come una misteriosa, atroce condanna, per la quale non sanno trovare una spiegazione, della quale non sanno darsi pace e dalla quale non sanno riprendersi: la madre scivola nella depressione, si fa più distratta nei confrionti dei figli superstiti, sembra coltivare pensieri suicidi; il padre diventa sempre più cupo e collerico, a tratti culla il sogno di lasciare tutto e andarsene lontano. 
 A tutto questo si aggiunge poi il carattere assai particolare di Jas che - forse per reazione all'oppressiva educazione ricevuta - è afflitta da una morbosa tendenza alla fantasticheria bizzarra (che la porta, ad esempio, a immaginare di calarsi nei panni di Adolf Hitler, con il quale condivide il giorno del compleanno), con sfumature di natura coprofila e una spiccata propensione per l'erotomania, che innesca in lei un circolo vizioso fatto di trasgressivi esperimenti sadomasochistici, brucianti sensi di colpa, desideri frustrati. In tale prospettiva, anche la continua rievocazione del dolore per la morte di Matthies diventa una sofisticata forma di perversione in cui crogiolarsi per fuggire da una quotidianità deprimente.
 
Marieke Lucas Rijneveld
 
  Del resto, nella grande fattoria, in cui le 180 mucche contenute dalle stalle sono la cosa più importante e regolano con le loro esigenze i ritmi di tutti i membri della famiglia, in cui l'odore di letame e quello di formaggio sono onnipresenti, in cui dal fango del cortile si alzano le sagome sgraziate dei silos dei mangimi, la vita può effettivamente trasformarsi in un incubo, soprattutto per una ragazzina che fatica a percepire l'amore dei genitori.
 Jas si chiude così in uno stinto giaccone rosso e decide di non toglierselo più; non solo, come farebbero altri preadoloscenti, per nascondere agli occhi del mondo le incipienti trasformazioni subite dal suo fisico o per dimenticarsi di esse, ma anche - da una parte - per proteggere un corpo di cui, dal momento della morte di Matthies, sente tutta la fragilità, e - dall'altra - per innalzare una barriera tra sé e la fattoria, tra sé e il mondo in cui è costretta a vivere: per tenere lontane, insomma, persone e cose che le risultano sgradite. 
 Nel frattempo, ella coltiva in segreto il desiderio di fuggire dalla fattoria e dal polder, di raggiungere l'altra riva del lago, quella in prossimità della quale Matthies è sprofondato nel ghiaccio, quella dove, forse, una vita diversa sarebbe possibile. Quella che a poco a poco diventa il simbolo di ogni altrove e, in un certo senso, anche dell'Aldilà, della dimensione nella quale Matthies si è trasferito; nell'ottica stravolta di Jas, infatti, persino la morte può trasformarsi in una condizione da vagheggiare e da corteggiare.
 Il principale sintomo del disagio esistenziale della protagonista è individuabile nel fatto che con il corpo - suo e degli altri -, Jas non riesce proprio a relazionarsi in maniera serena: quando esce dal giaccone, il suo corpo diventa un pezzo di carne da sottoporre a ogni sorta di strano esperimento, che si tratti di atti autolesionistici (piantarsi una puntina nella pancia poco sotto l'ombelico e lasciarla lì fino a quando non fa infezione) o di pratiche che rimagono a metà tra la tortura e la libidine (come quando, con la scusa della stitichezza, chiede al fratello maggiore Obbe di infilarle un dito dentro l'ano e, notando la sua erezione sotto i pantaloni, si domanda che effetto farebbe il pene di Obbe dentro di sé). Il corpo dei genitori, osservato con apprensione (per la patologica magrezza della madre o perché Jas sospetta che la madre e il padre "non si accoppino più") e con repulsione, diventa emblema della schiavitù dell'uomo ai meccanismi inesorabili di una natura cieca e spietata. I corpi del fratello Obbe e della sorella Hanna, in cui vede i segni di quello sviluppo sessuale in virtù del quale ella stessa verrà sputata fuori dall'infanzia, costituiscono per Jas una sorta di enigma che bisogna risolvere per capire come liberarsi dalla morsa emotiva che la tiene prigioniera.
 Da questo singolare labirinto di sofferenza psicologica, purtroppo, Jas non saprà individuare l'uscita; imboccando la strada sbagliata giungerà, per volontà o per errore, a porre fine alla propria storia nella maniera più tragica: tentando l'ennesimo strambo esperimento, si chiuderà nel grande congelatore presente nella cantina della propria casa, forse nell'illusione di seguire Matthies per il freddo sentiero infero lungo il quale il fratello si è suo malgrado incamminato.
 Il romanzo si avvale di una scrittura sussultante e lampeggiante, ipnotica e magnetica - quasi psichedelica - che ha sicuramente una sua efficacia, ma che appare a conti fatti un po' manierata nella ricerca insistita, quasi sistematica, di effetti sgradevoli, di una rappresentazione disturbante della realtà, che è il vero tratto distintivo della poetica dell'autrice, e ha la pretesa di essere utilizzata come strumento conoscitivo e scandaglio critico.
 Il personaggio di Jas - detentore unico del punto di vista narrativo -, nella psicosi ossessiva in cui degenera il suo affanno, è il principale punto di forza di questa strategia letteraria, in virtù della quale l'immagine della protagonista viene ingigantita tanto da risultare assolutamente memorabile; contemporaneamente, però, nel suo specchio deformante, il riflesso del mondo che la circonda - che è la causa prima del suo profondo disagio - rischia di risultare un po' appannata, rendendone più difficile l'analisi e menomando in qualche modo l'esperienza del lettore.
 
In poche parole: il libro, caratterizzato da una prospettiva allucinata, da una scrittura strategicamente disordinata e dalla ricorrenza di situazioni disturbanti, consta della storia drammatica, raccontata in prima persona, di Jas Mulder, una ragazzina olandese che, nella deprimente atmosfera della fattoria in cui vive, tenta di elaborare il lutto per la morte del fratello maggiore. Il disagio psichico da cui Jas è afflitta, aggravato dalla mentalità bigotta e sessuofobica in cui l'hanno cresciuta i suoi genitori - portatori di una religiosità rigida e fanatica - renderanno questo tentativo impossibile e condurranno la ricerca della ragazzina di una via d'uscita dalla situazione di cui si sente prigioniera a un esito tragico.
 
Voto: 6,5    

domenica 17 maggio 2020

Daniele Mencarelli, "Tutto chiede salvezza", Mondadori


 Con questo romanzo di matrice autobiografica, Daniele Mencarelli accompagna il lettore nell'universo della malattia mentale. Nel farlo, si spoglia di qualsiasi libidine letteraria, lasciando da parte ogni riferimento alla tradizionale, suggestiva correlazione tra arte e follia, per proporre una narrazione scabra e dura, in cui la pazzia è presentata come nuda sofferenza.
 Pochi i personaggi, essenziale l'ambientazione, povera e popolarmente incandescente la lingua che viene scelta per descrivere uomini, sentimenti e situazioni.
 L'incipit è quasi dantesco: Daniele, ancora intontito dai sedativi, viene ridestato dalle urla dei suoi compagni di stanza nel reparto di psichiatria di un ospedale nella zona dei Castelli Romani mentre uno di loro, munito di un accendino trovato chissà dove, tenta di appiccare il fuoco ai suoi capelli.
 E in effetti non è molto diverso da un girone infernale il luogo in cui - dopo un accesso di collera durante il quale ha devastato la casa dei suoi genitori e ha provocato in suo padre un malore che l'ha quasi ucciso - il protagonista-narratore viene confinato per una settimana in Trattamento Sanitario Obbligatorio: una stanza immersa in un caldo soffocante, condivisa con altri cinque malati vittime di gravi disturbi; un solo bagno maleodorante per tutti i degenti; un corridoio cieco lungo appena dieci metri; un minuscolo locale ricreativo, con una finestra e un vecchio televisore; infermieri scorbutici e sgarbati, impauriti dai pazienti, abbrutiti da anni e anni di servizio in un reparto difficile; medici distanti, incapaci di empatia, inclini a trattare le persone che hanno in cura come meri casi clinici, macchine biologiche dagli ingranaggi difettosi ai quali va innanzitutto impedito di fare danni.
 Siamo nel giugno del 1994, stanno per iniziare i Mondiali di calcio negli Stati Uniti a cui parteciperà anche la nazionale italiana allenata da Arrigo Sacchi e Daniele, che ha da poco compiuto vent'anni, vorrebbe poter fuggire da quella specie di prigione per andare a vedere le partite con gli amici, cercare di farsi perdonare dai suoi familiari per tutto ciò che hanno dovuto subire a causa sua, tornare come un tempo al lago di Albano per trovare un po' di refrigerio da quel clima torrido.
 Del resto, la consuetudine che ha sviluppato con psichiatri e psicofarmaci lo induce a riporre ben poche speranze nella possibilità che quel ricovero possa in qualche modo migliorare il quadro complesso dei suoi squilibri.
 Eppure, contemporaneamente, guardando i derelitti che sono suoi compagni di sventura e nella cui condizione, come in uno specchio, riesce a vedere riflessa l'immagine del suo stesso disagio di fronte al mondo, Daniele comprende di aver bisogno di un aiuto; alla sua età non può rassegnarsi a una vita da alienato.
 E poi, di tanto in tanto, a ondate, sente ritornare ad assillarlo l'ansia che l'ha portato lì, e che forse fuori dall'ospedale tornerebbe a sommergerlo del tutto; un'ansia simile a quella di cui ha sempre sofferto sua madre, ma in qualche modo moltiplicata, acuita, resa incontrollabile dalla sua particolare sensibilità, o dalla sua conclamata debolezza; un'ansia che lo espone a tutto il male che vede intorno a sé, al senso della spaventosa fragilità e della precarietà della condizione umana, all'incubo persistente della morte, e lo spinge a chiedersi come facciano gli altri, i "normali", a non farsi schiacciare da tutte queste cose, e gli fa febbrilmente anelare con tutto il suo essere a un bene che solo una parola può efficacemente compendiare, una parola che gli sembra debba gridare l'universo intero: salvezza

Daniele Mencarelli

 A ben vedere, tutti i suoi compagni di degenza - a cui il protagonista si accosta gradualmente e nei confronti dei quali matura affetto e pietà - non sono altro che degli afflitti senza speranza che chiedono salvezza, che desiderano solo essere soccorsi, essere aiutati a liberarsi dall'angoscia che in modo diverso, per cause diverse e con diversi gradi di intensità attanaglia ciascuno di loro.
 C'è Gianluca, un gay quarantenne che parla di sé al femminile, si veste da donna e pensa sempre al sesso, afflitto da una psicosi maniaco-depressiva forse originata - fra le altre cose - dall'incapacità di una madre opprimente di accettare il modo di essere del figlio.
 C'è Giorgio, un gigante di circa trent'anni che invece la mamma l'ha persa improvvisamente da bambino - e non è più riuscito a riprendersi dal trauma della sua morte e dal fatto che i medici, all'epoca della tragedia, gli impedirono di vederla per un'ultima volta - e il cui sviluppo psicologico si è fermato alla preadolescenza.
 C'è Mario, un sessantenne che assomiglia come una goccia d'acqua a Brian May, il chitarrista dei Queen: un ex maestro elementare colto e gentile, mite e capace di ascolto (anche se Daniele viene a sapere che, incredibilmente, in preda alla depressione, in passato ha cercato di uccidere la moglie e la figlia), che passa le sue giornate a contemplare serenamente un uccellino che ha fatto il nido sull'albero davanti alla sua finestra.
 C'è Madonnina, un giovane uomo secco, allucinato e sporco; nessuno sa chi sia o da dove venga, egli non riesce a dire nulla di sé ed è eternamente in balia di una specie di disperazione cosmica che gli fa ripetere all'infinito la stessa invocazione pronunciata con parossistico sgomento: "Maria ho perso l'anima! Aiutami Madonnina mia!".
 C'è Alessandro, un manovale misteriosamente precipitato in un assoluto stato di catatonia dall'incapacità di erigere a regola d'arte il tramezzo di cui il padre muratore gli aveva affidato la costruzione, che seduto nel letto di fronte a Daniele fissa costantemente un punto indefinito mezzo metro sopra la sua testa.
 E, nel contiguo reparto femminile - vietato a Daniele e ai suoi compagni, cui viene fatto credere che dietro la porta sempre chiusa in fondo al corridoio siano confinati i "cattivi", i malati intrattabili - c'è Valentina, che a quattordici anni è stata sedotta e abbandonata da un ragazzo più grande e, da allora, ripudiata dalla famiglia, vive nell'attesa folle e ossessiva del ritorno impossibile di un amore che in realtà non è mai stato tale. 
 Ma la stessa pietà meritano anche gli infermieri e i medici: Lorenzo "Pallesecche", che viene tiranneggiato dalla fidanzata; Rossana, che lavora di notte perché durante il giorno assiste il marito disabile; Pino, che dietro la sua malacreanza nasconde un ventennale amore non corrisposto per la collega, la stanchezza per un lavoro che non gli piace, il sogno sempre rimandato di aprire una bottega di fruttivendolo, riprendendo la professione dei propri genitori.
 E poi il dottor Mancino, che non sembra un medico ma un rugbista, e forse avrebbe davvero voluto fare altro nella vita, vista la scarsa attenzione che presta ai malati; e il dottor Cimaroli, all'apparenza più empatico e cortese, ma alla prova dei fatti anch'egli approssimativo e incapace di dare davvero ascolto ai suoi pazienti.
 Tutti costoro vivono sotto lo stesso cielo, tutti, in qualche modo, impostano il proprio rapporto con il reale su un gioco sottile di rimozioni, elusioni, precari compromessi atti a stabilire un equilibrio provvisorio tra paure, bisogni e desideri; tanto che viene il sospetto che la differenza tra sani e malati sia in fondo molto meno marcata di quanto comunemente si creda.
 Il libro è potente: la scansione in sette capitoli, basata sulla successione dei sette giorni della durata del TSO, è quasi purgatoriale; la secchezza e la semplicità con cui vengono descritte le dinamiche sentimentali che si sviluppano all'interno del reparto di psichiatria e determinano lo stato d'animo dei personaggi e l'evoluzione della loro condizione mentale sono efficacissime dal punto di vista espressivo. In più, l'uso del romanesco, con la sua perspicuità, col suo intimo calore e a volte con la sua grossolanità è semplicemente commovente.
 Assolutamente da leggere, secondo me.

Voto: 7,5

giovedì 20 luglio 2017

Robert M.Pirsig, "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta", Adelphi


 Dopo la morte dell'autore, avvenuta durante la scorsa primavera, mi è venuta voglia di riprendere in mano questo storico libro, notevolmente impegnativo, che tratta di come l’impostazione filosofica di base di ognuno di noi possa influenzare il nostro rapporto con la realtà effettuale. Visto che si tratta di un libro di viaggio, quale momento migliore di un periodo di vacanza per ripercorrerne la lettura?
 Il protagonista, infatti, è in viaggio on the road attraverso il cuore degli Stati Uniti in motocicletta insieme al figlio bambino e a una coppia di amici. Il viaggio ha una valenza triplice: serve a rinsaldare il rapporto tra padre e figlio; rappresenta un’occasione per mettere alla prova l’approccio zen alla realtà moderna – incarnata dalla motocicletta e dalla tecnologia che governa le sue parti meccaniche – che il protagonista ha maturato; consente al protagonista stesso di ripercorrere il suo passato, inseguendo il se stesso di un tempo come se si trattasse di un'altra persona, o meglio di un fantasma. La netta separazione fra oggi e ieri è determinata dall’esperienza sconvolgente della malattia mentale a cui ha condotto Fedro (così il protagonista chiama il se stesso di un tempo, con riferimento a Platone) il tentativo di sottrarsi alle logiche della fredda razionalità che fin dai tempi dei greci ha dominato la vita dell’uomo occidentale, per cercare di scoprire se esiste una via alternativa per intraprendere la “ricerca della Qualità”.
 Grazie a queste tre componenti il rumore di fondo del viaggio diventa una lunga, minuziosa, originale, analitica esplorazione dei recessi della coscienza collettiva dell’uomo occidentale: nel suo monologo il protagonista lo chiama un “Chautauqua”.

 Robert M.Pirsig
O
 Ma cos’è la “Qualità” di cui tanto diffusamente parla Fedro nel suo difficile corpo a corpo con i classici della filosofia? Io direi che è la possibilità di “sentire” il pensiero senza subirlo come un implacabile processo deterministico, ovvero la capacità di sintonizzare il pensiero con il proprio rapporto con le cose, in maniera tale da vivere di pienezza emotiva e di consapevolezza logica, e non di un rigorismo psico-razionale apatico o destabilizzante.
 Lo Zen è la soluzione al Komehinismo della razionalità? È sicuramente una possibile soluzione, anche se l’equilibrio psicologico necessario a percorrere questa via non è facile da mantenere, e anzi la sua accanita ricerca rischia a tratti di compromettere il rapporto del protagonista col figlio, colui che più ha subito il trauma determinato dalla caduta nella follia del padre.
 La lettura è sicuramente interessante, ma non certo fluidissima; l’argomentazione esplicata nel serratissimo monologo del protagonista narratore si suddivide in tanti rivoli e a tratti si impaluda, tanto che le pause descrittivo-narrative paiono spesso troppo brevi anche solo per riprendere fiato.
 L'enorme successo avuto dal libro negli anni settanta appare oggi piuttosto sorprendente. Forse erano semplicemente altri tempi dal punto di vista letterario. 

Voto: 7