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domenica 5 giugno 2022

Veronica Galletta, "Nina sull'argine", Minimum Fax

 

  Caterina Formica è una giovane donna che vive a Milano e lavora come ingegnere presso un ente pubblico che si occupa di contrastare il dissesto idrogeologico in tutto il Nord Italia. Per la sua ottima preparazione, la sua precisione e il suo rigore professionale e morale è sempre stata ritenuta idonea, dai dirigenti del suo ufficio, a occuparsi di questioni teoriche e dell'elaborazione di progetti di massima; meno alla pratica concreta della gestione sul campo dei cantieri che all'ufficio fanno capo.
 Quando però un'inchiesta della magistratura porta in carcere con l'accusa di corruzione gran parte dei suoi colleghi più considerati, Caterina si trova catapultata improvvisamente in prima linea, a seguire in qualità di Direttore dei lavori un'opera particolarmente difficile che nessuno vuole sobbarcarsi: la costruzione di un grande argine - e delle strutture annesse - lungo un fiume (verosimilmente la Dora Baltea) responsabile di alluvioni disastrose per la frazione di Spina, nel comune di Fulchré, nel canavese, non lontano dal lago di Viverone.
 I lavori  per la costruzione dell'argine abbracciano un anno intero - fra l'estate del 2005 e quella del 2006 - e coincidono con un periodo particolarmente delicato della vita di Caterina, che è stata  da poco abbandonata da Pietro, suo storico fidanzato, ed è spesso preda di quella sensazione di profondo disorientamento, al limite del disagio psichico, che già ha sperimentato durante alcune fasi della sua carriera universitaria.
 L'opera ingegneristica finisce così per diventare quasi una metafora di una necessaria ristrutturazione della personalità della protagonista, capace di regolare le piene impetuose della sua emotività e di convogliare e contenere le sue aspirazioni, i suoi sogni, i suoi progetti e i suoi sentimenti entro l'alveo di una consapevole fedeltà a se stessa e al suo modo di essere.
 Nello stesso tempo, concretamente, Nina (questo il diminutivo affettuoso con cui è sempre stata chiamata in famiglia Caterina) impiega nella direzione del cantiere tutte le proprie energie, aggrappandosi alle solide competenze accumulate negli anni degli studi, superando con pazienza e forza di volontà le sue paure, imparando a smussare gli spigoli del suo carattere a contatto diretto con tutti i professionisti, gli attivisti, i politici con cui è chiamata a collaborare, e anche con i fantasmi che le suggestioni della sua fervida fantasia le presentano di volta in volta.
 Così, la protagonista deve abituarsi ad avere a che fare con Bernini, geometra dall'apprezzabile professionalità e dalla dedizione quasi calvinista al lavoro, ma dalla mentalità vagamente misogina, che lo porta a sentirsi a disagio quando deve rendere conto del suo operato a un ingegnere donna; deve dare retta all'Assessore, persona gentile, dall'indole accomodante e dotata di una notevole conoscenza del proprio territorio, ma talvolta un po' troppo evasiva, tendente a stornare i problemi portando sempre il discorso sul suo amore per la buona cucina; è costretta a confrontarsi con il signor Musso, ex medico condotto, estremista dell'ambientalismo, che vede qualsiasi intervento sul letto del fiume come un'indebita interferenza dell'uomo in un contesto naturalistico di cui la flora e la fauna locali dovrebbero essere gli unici padroni; è chiamata a imparare a sopportare Lovecchio, funzionario della Provincia, incarnazione del grigiore burocratico; deve blandire la signora Bola, l'unica proprietaria che ostinatamente si rifiuta di vendere la porzione del proprio terreno necessaria al rafforzamento delle difese di sponda dell'argine.
 
Veronica Galletta
 
 Contemporaneamente, però, nei momenti in cui rimane sola a contemplare l'avanzamento dei lavori nella campagna eporediese, la sera, quando tutti se ne sono andati, Caterina intavola un dialogo segreto con un anziano operaio, che si palesa sempre laddove non dovrebbe essere, e indossa una vecchia felpa con il logo di Italia 90 e un gilet da pescatore pieno di tasche; un operaio singolarmente esperto, che forse è solo un fantasma, perché ricorda tanto Antonio Belfiore - siciliano come Nina - morto 15 anni prima proprio durante i precedenti lavori di sistemazione dell'argine, a pochi giorni di distanza dal suo amico Ferdinando Bola, marito della proprietaria riluttante alla vendita.
 Antonio - la fantasia di Antonio -, con la sua dolcezza e il suo buon senso fuori dal tempo, trasfigura magicamente la realtà della vita di cantiere, delle piccole gioie che sa regalare e dei suoi ordinari squallori, e aiuta Caterina a entrare in contatto con il proprio sentire più autentico, con le motivazioni profonde che l'hanno condotta a compiere studi ingegneristici, con l'amore per il proprio mestiere e per il lavoro ben fatto: la conduce a trovare il proprio equilibrio, insomma.
 E il sintomo dell'equilibrio ritrovato, dopo un anno di lavoro intenso - alla chiusura del cantiere dopo il collaudo dei manufatti - è per Caterina proprio la mancata apparizione di Antonio: la storia antica degli operai morti (numi tutelari dell'argine del fiume) le ha infine insegnato a fare pace coi vivi.
 Il libro è appassionante e davvero molto ben scritto: la scelta di sposare rigorosamente lungo tutto l'arco della narrazione il punto di vista della protagonista, quella di utilizzare la terza persona e quella di adottare il tempo presente concorrono nel modellare un racconto che riesce a indurre nel lettore una piena partecipazione alla storia narrata e a favorire nel contempo una presa di distanza critica dal personaggio di Caterina e dalle vicende che lo riguardano.
 Inoltre questo è un romanzo che non ha timore di parlare del lavoro - del lavoro manuale - con un linguaggio tecnicamente appropriato e una notevole originalità di approccio; ed è bello che più numerosi di un tempo siano i libri che, ponedosi nel solco del Primo Levi di La chiave a stella e del Paolo Volponi di Memoriale (esplicitamente citati nel libro, insieme ad altri scrittori di riferimento per l'autrice quali Italo Calvino e Michele Mari), lo sappiano fare offrendo narrazioni vere, sostanziose e appassionanti.
 Infine, assolutamente rimarchevole è il fatto che la protagonista del libro sia una donna che svolge un mestiere - nell'ambito delle discipline definite, con acronimo inglese, STEM - ancora oggi considerato da troppi, chissà perché, poco femminile.

In poche parole: Caterina Formica, giovane ingegnere alle prese con il complesso cantiere per la costruzione di un argine imponente lungo un corso d'acqua nel Canavese - volto a scongiurare le disastrose alluvioni che si fanno di anno in anno più frequenti nella zona - si rende conto a poco a poco di come l'opera che dirige, e che la mette a dura prova, sia in un certo senso l'emblema dell'impegno e della resistenza a lei necessari affinché il corso della sua stessa vita non abbandoni l'alveo naturale entro il quale ella ha cercato sempre di mantenerlo con tutta la sua buona volontà, a dispetto degli ostacoli e delle disavventure disseminate lungo il suo cammino, e dei fantasmi e delle paure che popolano la sua mente.
Il romanzo è appassionante e molto ben scritto: il fatto che il libro parli di lavoro, e che la protagonista sia una donna che svolge un mestiere di tipo tecnico (descritto con grande precisione e dovizia di particolari) basterebbero di per sé a farlo apparire notevole nel panorama della nostra letteratura contemporanea; a renderlo ancora più interessante è però la raffinata tessitura narrativa, che riesce a guidare con sicurezza il lettore entro un mondo che non necessariamente gli è familiare, senza rinunciare a stimolare di continuo la sua coscienza critica. 
 
Voto: 7,5

domenica 14 giugno 2020

Remo Rapino, "Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio", Minimum Fax


 Mi sembra che i modelli principali e gli antecedenti diretti nell'ambito della letteratura italiana di questo singolare romanzo di Remo Rapino siano due testi diversi, ma entrambi piuttosto importanti: Memoriale di Paolo Volponi e Terra matta di Vincenzo Rabito. 
 Il primo è il capolavoro della cosiddetta "letteratura industriale" e mette in scena un giovane operaio affetto da una severa psicosi, le cui condizioni mentali e fisiche sono aggravate dalla logica inumana sottesa all'impostazione del lavoro in fabbrica - nel quale egli aveva sperato inizialmente di trovare in realtà un'occasione di rigenerazione personale. Il secondo è lo straordinario libro di memorie di un cantoniere siciliano semianalfabeta, che racconta la propria vita con rara genuinità narrativa e con una densità comunicativa tale da rendere la rovinosa ruvidezza grammaticale non un ostacolo alla comprensione, bensì un tratto stilistico caratterizzante che pone il libro al di fuori di qualsiasi canone accademico o antiaccademico.
 Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio mutua da Volponi la critica radicale al modello sociale e produttivo sulla base del quale l'Italia si è sviluppata a partire dal secondo dopoguerra, portata attraverso il punto di vista, stravagante ma a suo modo acutissimo, di un "diverso", di uno spostato, di un eccentrico, di un isolato reso più sensibile proprio dalla sua solitudine e dalla sua eccentricità; di Terra matta, invece, fa propria l'indole picaresca della storia del protagonista e l'umiltà della sua voce, impastata di dialettismi e irta di solecismi, ma eccezionalmente espressiva, quasi espressionistica (resa tale, nel caso di Rabito, dal carattere grezzo della competenza linguistica dello scrittore, mentre per il colto Rapino si tratta di una precisa scelta formale).
 Liborio Bonfiglio, il protagonista-narratore del romanzo, viene al mondo nel 1926 in Abruzzo, in una imprecisata località tra la Majella e il mare. Al momento della sua nascita, la madre non viene assistita né dalla levatrice né dal medico, impegnato in una partita a carte nel circolo ricreativo comunale: è questo il primo dei numerosi "segni neri", i presagi di sfortuna che costelleranno la sua esistenza.
 Del resto, fin dall'inizio del suo percorso, Liborio non può contare sul supporto e sulla rassicurante presenza di un padre: il suo è partito da emigrante per l'America con la moglie incinta, e non farà più sapere nulla di sé. Pare che avesse gli stessi occhi del figlio, ma il protagonista non sarà mai in grado di appurarlo.
 Il bambino cresce così con accanto soltanto la madre e il nonno Peppe, un vecchio muratore socialista, seguace convinto di Pietro Nenni e fieramente antifascista, che però muore tragicamente cadendo da un'impalcatura. Invece la mamma, che per mantenersi fa le pulizie in casa d'altri, si ammala presto di tisi, e Liborio fa appena in tempo a finire le scuole elementari (durante le quali si dimostra uno studente curioso, diligente e di buon profitto, grazie anche agli incoraggiamenti del maestro Romeo Cianfarra, che rimarrà per il protagonista un ideale e quasi mitico punto di riferimento) e a trovare un lavoro presso un fabbricante di funi - che lo sfrutta e lo maltratta ma gli permette di mantenersi autonomamente -, prima di vedere spegnersi anche lei.
 Rimasto solo, Liborio lascia il fabbricante di funi e s'inventa garzone presso la bottega di barbiere di mastro Girolamo De Angelis, imparando a poco a poco un mestiere che gli piace. Rimane con mastro Girolamo anche dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, fino all'8 settembre e all'inizio dell'occupazione tedesca, quando la bottega chiude.  

 Remo Rapino

 Passato indenne attraverso le atrocità dell'ultima parte della guerra, durante la quale il giovane Bonfiglio parteggia con tutto se stesso per i giovani partigiani che cadono sotto i colpi dei nazisti, pur senza trovare modo di unirsi a loro, con il dopoguerra Liborio entra nell'età adulta, conosce l'amore con la bella Teresa Giordani (anzi, Giordani Teresa, come quasi burocraticamente la designa la voce narrante) - che però, dopo averlo illuso, sposa un altro più ricco di lui - e inizia le sue avventurose peregrinazioni su e giù per l'Italia. 
 A portarlo lontano è, prima, il servizio militare (prestato a Tauriano di Spilimbergo), poi la necessità di sostentarsi, che lo conduce nella Milano del boom economico, dove trova lavoro alla Borletti (famosa allora per la produzione delle macchine per cucire). Inserito in catena di montaggio (dove, fra l'altro, nella finzione narrativa, conosce anche Giorgio Scerbanenco, non ancora giallista famoso), Liborio non riesce ad adattarsi ai ritmi innaturali del lavoro, ai rumori assordanti, all'ambiente malsano, e sperimenta le prime manifestazioni di un disagio mentale che gli impedisce di continuare a fare l'operaio. 
 Si tratta in realtà non di un addio ma di un arrivederci alla fabbrica, perché il protagonista, trascinato dalla sorte in Emilia Romagna, si mette in un primo momento a fare il bracciante a Bagnocavallo (dove risiede un suo ex commilitone prostrato dalla sifilide, contratta durante le sue abituali scorribande nelle case di tolleranza), poi, trasferitosi a Bologna, entra alla Santa Rosa, fabbrica di confetture alla frutta. Nel mutato clima politico degli anni sessanta e settanta, Liborio si avvicina agli ambienti dell'estremismo militante di sinistra, con gli esponenti del quale, pur senza mai acquisire una vera coscienza di classe, sente una vaga affinità e intuisce una comunanza di interessi. Decisivo, in questo senso, sarà anche il suo ingresso alla Ducati di Borgo Panigale, in qualità di operaio specializzato.
 La Ducati diventa teatro di un'altra delle svolte della sua esistenza: colpito nel profondo dall'incidente occorso a un collega di lavoro, che ha perso un braccio sotto una pressa, tormentato dall'esigenza di rispettare tempi di lavoro sempre più serrati, rigorosamente scanditi dai cronometristi, Liborio finisce per aggredire e picchiare a sangue un caporeparto particolarmente oppressivo. Licenziato, arrestato e trascinato in tribunale, viene giudicato incapace di intendere e di volere, e rinchiuso in un ospedale psichiatrico a Imola.
 In manicomio avvengono altri due incontri decisivi per la vita del protagonista: quello con Alvise Mattolini, lo psichiatra che lo prende in cura e riconosce la sua schiettezza e la sua dolcezza di fondo, e quello con Teresa Balugani, una giovane paziente di cui Liborio si innamora ma che, affetta da una forma grave di depressione, si suicida gettandosi nel vuoto dall'ultimo piano dell'ospedale, prima che la loro relazione possa prendere davvero quota: un altro dei "segni neri" che inchiodano Liborio alla sua eterna infelicità.
 Dal manicomio l'ex operaio esce ormai sessantenne: non gli resta, a quel punto, che fare ritorno al paese natale per vivere, nella sua vecchia casa, della modesta pensione che ha maturato. Lì, sempre più solo, sempre più svagato, sempre più eccentrico - oggetto dello scherno dei ragazzi del posto -, Liborio diventa noto a tutti come cocciamatte, "testa pazza", gira per le strade con le tasche piene di sassi per non farsi trascinare via dal vento, legge e rilegge l'unico libro che abbia mai posseduto, Cuore di Edmondo De Amicis, si nutre della contemplazione della natura e di immaginarie visioni popolate di tutti coloro che ha incrociato durante la sua lunga esistenza e che hanno contato qualcosa per lui. 
 Giunto oltre gli ottant'anni, a ridosso della contemporaneità, il nostro protagonista-narratore comincerà a raccontare la sua storia turbolenta e commovente: ciò che rimarrà di lui dopo la sua morte, arrivata infine nel 2010.
 Il romanzo è bello, ma il lettore odierno è poco abituato ad avere a che fare con libri di matrice sperimentale come questo; e all'inizio, invero, la lettura può risultare piuttosto faticosa, fra l'idioma semi dialettale del narratore, la quasi totale assenza di punteggiatura, le frequenti sgrammaticature che sono parte integrante dell'impasto linguistico ideato da Remo Rapino. 
 Tuttavia, dopo che ci si è abituati a questo stile e al passo narrativo impetuoso, quasi torrentizio di queste pagine, la voce gentile di Liborio Bonfiglio e la sua storia riescono davvero a conquistare e a far innamorare di sé; e poi bisogna riconoscere che il protagonista risulta assolutamente memorabile nell'ambito della nostra letteratura recente. 
 Insomma, siamo di fronte a un libro che merita di essere letto e valorizzato più di tanti testi modellati sui gusti attuali del pubblico, e perciò sicuramente accattivanti, ma certo meno originali e autentici di questo.

Voto: 7  

domenica 16 febbraio 2020

Richard Yates, "Revolutionary Road", Minimum Fax


 Oggi voglio occuparmi di un romanzo che, dopo decenni di semi-oblio, è stato riscoperto nei primi anni del nuovo millennio, per arrivare a essere considerato da buona parte della critica uno dei classici americani del Novecento: Revolutionary Road di Richard Yates.
 La vicenda narrata ci porta negli Stati Uniti, a metà degli anni cinquanta, dove Frank ed April Wheeler - marito e moglie intorno alla trentina, con due figli - conducono un'esistenza apparentemente in tutto e per tutto simile a quella delle altre coppie giovani e meno giovani che vivono a Revolutionary Road, la strada appartata di un grazioso quartiere residenziale in un comune suburbano nella parte meridionale del Connecticut, non lontano dall'area metropolitana di New York. 
 Frank lavora nell'ufficio commerciale di una grande azienda che produce macchine calcolatrici - la stessa azienda in cui, per anni, ha lavorato suo padre, anche se il giovane vi è arrivato autonomamente e quasi per caso -, ma, con sprezzante noncuranza, considera il suo un impiego stupido e provvisorio, perché ha sempre dichiarato di avere altre aspirazioni.
 La bella April è colta e sa recitare ma, come la maggior parte delle mogli di Revolutionary Road, bada alla casa e ai figli.
 Fra Frank e April, che quando si sono conosciuti immaginavano un'esistenza meno ordinaria, i litigi sono frequenti: April è spesso insoddisfatta, e tende a scaricare sul marito il proprio malcontento, mentre Frank, sconcertato dalle ubbie della moglie e annoiato dalle incombenze in ufficio, non trova di meglio che cercare una via di fuga dalle sue frustrazioni nel rapporto adulterino con una giovane collega, Maureen Grube.
 L'idea che invece April concepisce per uscire dall'impasse in cui versa il suo rapporto con Frank è assolutamente radicale: abbandonare gli Stati Uniti e l'esistenza meschinamente borghese in cui è impegolata per trasferirsi in Europa - preferibilmente a Parigi - insieme al marito e ai figli. Una volta raggiunto il vecchio continente, lei cercherà un lavoro presso gli uffici di rappresentanza diplomatica degli Stati Uniti, e lascerà a Frank il tempo di trovare la strada giusta per realizzarsi.  
 L'uomo, sebbene intraveda delle difficoltà evidenti nel piano della moglie, viene dapprima contagiato dall'inedita vitalità da cui vede animata April; quando però, per via di una fortuita combinazione di eventi, l'azienda per cui lavora gli prospetta allettanti possibilità di carriera e, contemporaneamente, April rimane nuovamente incinta, l'idea di abbandonare gli Stati Uniti, ai suoi occhi, perde tutto il suo fascino.
 Da quel momento in avanti, tutti i suoi sforzi saranno volti a manipolare la volontà di April facendo leva sulle sue debolezze emotive, sulle remore derivanti dall'infanzia difficile che la donna ha vissuto e sui condizionamenti sociali che la fanno esitare di fronte all'eventualità dell'aborto a cui vorrebbe ricorrere per liberarsi delle pastoie della gravidanza e di una nuova maternità.

Richard Yates

 Frank riuscirà a scongiurare la partenza per l'Europa, ma pagherà un prezzo altissimo per la sua ipocrisia: perderà l'amore di April, la quale, sentendosi in trappola, tenterà di procurarsi da sola quell'aborto per cui i termini previsti dalla legge sono ormai scaduti; l'emorragia conseguente al maldestro intervento su di sé le sarà fatale.
 Revolutionary Road, a mio parere, è il romanzo della vacuità: l'incapacità dei personaggi di comprendere se stessi e chi sta loro accanto, e l'inconsistenza delle motivazioni coscienti che determinano il loro agire e li inducono a prendere decisioni sbagliate è pari solo alla profondità della loro intima sofferenza. 
 Helen Givings - l'agente immobiliare vicina di casa di Frank e April - è tormentata dalla pazzia del figlio, ma il suo tormento si trasforma nell'ossessione per il decoro che la provocatoria mancanza di discrezione del folle John inevitabilmente compromette.
 Shep Campbell - che insieme alla moglie Milly costituisce l'unica coppia davvero amica dei Wheeler a Revolutionary Road - è contrariato dal proprio matrimonio sbagliato e dallo struggente desiderio per la sensuale April ma, credendo di compiere un atto d'amore nei confronti della donna, finisce per approfittarsi di lei acuendo il suo malessere.
 Frank pensa di amare sinceramente sua moglie, ma la tradisce, la tratta come una sciocca e si rivela totalmente incapace di mettersi nei suoi panni, tanto da diventare il principale responsabile della crisi che la condurrà alla morte.
 April stessa accarezza vagamente il sogno di una vita diversa e migliore, ma coltivando un'immagine stereotipata e sostanzialmente bugiarda di sé e del marito finisce per non riconoscersi più nel proprio modo di pensare e per cadere in balia delle proprie disperate emozioni. 
 In un impianto narrativo forse un po' troppo schematico, quello che il libro riesce a rappresentare magnificamente è la capacità del conformismo di rendere banale - e, in una certa misura, falso - anche l'anticonformismo che ad esso si contrappone (è forse il caso di ricordare che, quando il testo fu pubblicato per la prima volta in Italia per i tipi di Garzanti nel 1964, uscì con il titolo I non conformisti). 
 Anche stilisticamente il romanzo non è superlativo, eppure contiene alcune pagine a mio avviso fra le più belle della letteratura americana dal dopoguerra in avanti: i passi che riportano la descrizione del ritorno a casa di Frank dopo la morte di April e dei momenti di incantata incredulità che l'uomo sperimenta mentre riordina la propria abitazione vuota e in disordine sotto la guida della voce della moglie che sembra persistere negli ambienti in cui è stata viva fino a poche ore prima sono eccezionalmente efficaci e straordinariamente commoventi. 
 Basterebbero questi, da soli, a giustificare l'inserimento di Revolutionary Road nel novero delle opere di cui è giusto serbare la memoria.   

Voto: 7,5 

giovedì 16 giugno 2016

Breece D'J Pancake, "Trilobiti", Minimum Fax


 Minimum Fax ripropone in Italia l’unico libro pubblicato in vita da Breece D’J Pancake, promettentissimo scrittore americano morto suicida nel 1979, prima ancora di compiere 27 anni.
 Si tratta di una raccolta di dodici racconti, tutti ambientati in West Virginia e tutti dominati dalle medesime atmosfere e da tematiche assimilabili. I protagonisti sono in genere relativamente giovani (a volte addirittura molto giovani), ma hanno vissuto abbastanza da aver visto disattesi i sogni e le speranze cullati anni prima; appaiono così quasi dei sopravvissuti, dei residui di un passato dissolto e appena immaginabile, la cui unica testimonianza è costituita dagli incancellabili ricordi che – come relitti di un naufragio – sono conservati nella coscienza di ciascuno di loro.
 Stato d’animo prevalente in ognuna di queste narrazioni è un lucido disincanto impastato di profonda malinconia: così accade nel racconto eponimo Trilobiti, dove il giovane erede dell’unica fattoria rimasta a Company Hill, incapace di rendere produttivi i suoi terreni, passa il tempo a pensare al padre scomparso, a rievocare gli anni vissuti con lui e a cercare nei campi i resti fossili di ere geologiche lontanissime, consapevole di essere destinato a perdere sia Ginny, la ragazza che ama fin dagli anni del liceo, sia la fattoria, che sua madre vorrebbe cedere all’avido e ambiguo signor Trent.
 Così accade in La mia salvezza, dove il protagonista ha passato l’adolescenza a sognare di diventare un dj radiofonico in un’emittente di Chicago, ma ormai adulto si trova inchiodato a Rock Camp e al suo mestiere di meccanico; mentre Chester, l’amico di sempre, forse meno capace e onesto ma certo più spregiudicato di lui, ha avuto il coraggio di lasciare il paese natio al momento giusto (“prima che cominciasse a piovere merda”), è riuscito a diventare un attore piuttosto famoso, e ora fa finta di non conoscerlo.
 Così accade in Legno secco, dove Ottie, un camionista, durante uno dei suoi viaggi si ferma nel luogo dove è cresciuto e rivede Sheila, la ragazza che forse un tempo amava, e la trova intristita e invecchiata; rivede il suo amico fraterno Bus ridotto su una sedia a rotelle in seguito all’incidente avuto proprio con Ottie, un incidente volontariamente provocato da Bus, che cercava la morte probabilmente perché geloso di Ottie e di Sheila.
 Così, ancora, accade in Primo giorno d’inverno, dove Hollis, lasciato solo dai fratelli – trasferitisi altrove e impegnati con le loro famiglie –, si trova ad avere a che fare con due genitori ormai anziani e sempre meno capaci di badare a se stessi, mentre la stagione fredda incombe, e su ogni cosa si distende un’atmosfera quasi cimiteriale.
 La conclusione del racconto – che è anche la conclusione del libro – è esemplarmente elegiaca: “La neve oscurò il sole e mormorando la valle si richiuse quieta, quieta come un’ora di preghiera”.
 Altrove, spesso, la profonda inquietudine esistenziale dei personaggi incrocia problematiche legate alle dinamiche socio-economiche proprie del West Virginia, e alla riduzione per ciascuno di loro delle prospettive di riscatto individuale: si pensi a Valle (dove i protagonisti sono dei minatori alle prese con la difficoltà di far tornare i conti a fine mese); si pensi a Una stanza per sempre (in cui un marinaio in attesa di un imbarco si imbatte in una ragazzina scappata di casa che si prostituisce per vivere), o a L’attaccabrighe (storia di un pugile dilettante che sia arrangia con piccoli lavoretti per sbarcare il lunario).

 Breece D'J Pancake

 A volte l’intreccio dei racconti fa propri i meccanismi del giallo e del noir, senza però adottarne i ritmi incalzanti, rimanendo bensì ancorato alla rappresentazione di una realtà caratterizzata da quella desolazione morale e materiale che costituisce la cifra specifica di tutti i brani della raccolta: è il caso del già citato Una stanza per sempre, del notevole Cacciatori di volpi, di Quante volte (dove dietro il profilo dimesso di un piccolo allevatore di maiali si cela la sagoma spaventosa di un serial killer), di Come deve essere (che vede profilarsi l’ombra di un omicidio passionale).
 In una circostanza (in Il marchio) ci si addentra addirittura a esplorare la labirintica coscienza di una donna ingenua e disturbata, Reva, che è stata traumatizzata dalla perdita dei genitori anni prima, è segretamente innamorata del fratello e gelosa di tutte le donne che potrebbero avvicinarlo, ha un rapporto in generale morboso con tutto ciò che riguarda il sesso, e porta in grembo il figlio del marito Tyler senza riuscire a impedirsi di sentirlo terribilmente lontano. Alla fine Reva perderà il bambino e, in un accesso di follia, darà alle fiamme la casa dove un tempo era solita stare sola col fratello, e che costituisce l’unico ricordo concreto dei suoi genitori.
 Il più riuscito di questi racconti, quello che meglio riesce a contemplare e a lasciar convivere in maniera equilibrata quasi tutti gli elementi presi in considerazione, tuttavia, è per me Onore ai morti: scritto tutto in prima persona singolare, vede il protagonista, un giovane uomo con sangue pellerossa nelle vene, uscire di casa la mattina presto e percorrere a piedi la strada verso la città, mentre ricorda il suo amico Eddie, morto combattendo in Vietnam. Rievocando tanti episodi di vita quotidiana vissuti insieme, l'uomo finisce per chiedersi se Eddie non sia per caso andato a letto con Ellen, che in seguito sarebbe divenuta sua moglie, e se la loro bambina, la piccola Lundy, non sia in realtà figlia di Eddie ed Ellen.
 La tranquilla disperazione e il profondo disincanto che si respirano in tutte le pagine della raccolta, e l'aperto rimpianto per un passato irrecuperabile sono qui ipostatizzati in uno stile tanto asciutto, "onesto" e funzionale alla vicenda narrata da individuare un modo di fare letteratura che possiamo arrivare a definire "tipico di Pancake".

Voto: 7-

domenica 20 marzo 2016

Fabio Stassi, "Il libro dei personaggi letterari", Minimum Fax


 Nel suo Dizionario dei personaggi di romanzo, Gesualdo Bufalino si era fermato prima della Seconda guerra mondiale; dal termine del conflitto riprende l’opera Fabio Stassi, dando vita a una singolare, affascinante Spoon River letteraria in cui ciascuno dei personaggi prende la parola e si racconta in prima persona, cercando di spiegare il carattere della propria umanità.
 Ma un personaggio, si sa, non è un uomo − anche se dell’uomo pretende talvolta di essere la quintessenza; viene alla luce solo nel momento in cui, congedato dal suo autore, incontra il lettore, e non muore mai davvero, anche se trova la morte nelle pagine di un libro. Così, ben lungi dall’essere epitaffi sepolcrali, queste vitali auto-presentazioni (o micro-autobiografie) riportano, accanto al nome del personaggio, soltanto la sua “data di nascita”, vale a dire l’anno di pubblicazione del romanzo che gli ha dato forma.
 Trecento sono le figure letterarie che vengono prese in considerazione, dal commissario Francesco Ingravallo del Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda (1946) al Turambo di Gli angeli muoiono delle nostre ferite di Yasmina Khandra (2013). Ogni personaggio tende a parlare di sé usando il proprio specifico linguaggio, l’idioletto che lo connota più di ogni altra cosa; quasi sempre si riecheggiano interi passi del romanzo in cui il personaggio vive, e di frequente Stassi riesce con notevole abilità a ricrearne anche la particolare atmosfera.
 Pensiamo, tanto per fare qualche nome, ai brani dedicati ad Anguilla (de La luna e i falò di Cesare Pavese), al capitano Bellodi (de Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia), all’Ivan Denisovič di Alexandr Solženicyn, a quel naufrago della Storia che è 'Ndrja Cambrìa (di Horcynus Orca di Stefano D'Arrigo), a Pedro Camacho (di La zia Julia e lo scribacchino di Mario Vargas Llosa) al Don Sebastiano de Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, al Red di un racconto della raccolta Stagioni diverse di Stephen King (sublimato cinematograficamente da Morgan Freeman nel film Le ali della libertà), alla protagonista di Sorgo rosso di Mo Yan, all’indimenticabile Long John Silver di Bjorn Larsson (La vera storia del pirata Long John Silver), al Barney Panofsky della famosa Versione di Mordecai Richler, a Ulises Lima e Arturo Belano, i detective selvaggi di Roberto Bolaño, a Jacques Austerlitz di W.G.Sebald, a Patty Berglund di Libertà di Jonathan Franzen, al fantastico Eduard Limonov raccontato da Emmanuel Carrère…
 Il libro si può leggere in molti modi diversi: si possono andare a cercare i personaggi dei romanzi che si ricordano con maggiore affetto o, al contrario, individuare i protagonisti delle opere che non si sono lette per lasciarsene incuriosire e imparare qualcosa di nuovo; si possono leggere le auto-presentazioni una dopo l’altra, nel loro ordine naturale, gustandole come se si trattasse di poemi in prosa aventi vita propria, oppure lasciarsi distrarre da questo testo andando a ricercare le pagine originali in cui un determinato personaggio ha preso vita; si può sfogliare il libro casualmente (o spingere avanti le schermate dell’e-book reader) fermandosi quando si incrocia un nome particolarmente evocativo, oppure procedere con metodo, soffermandosi specificamente sui libri pubblicati in un’annata determinata.

Fabio Stassi

 Io ho cercato soprattutto di ritrovare il sapore dei libri già letti, e ho preso nota dei titoli dei molti romanzi che ancora mi restano da leggere, specialmente se gli autoritratti dei loro personaggi risultavano particolarmente intriganti.
 Naturalmente, di fronte a un’opera di questo tipo, si innesca un meccanismo per cui si è tentati di mettere sotto esame le scelte dell’autore: perché mancano totalmente i protagonisti di alcuni romanzi? Perché, per un certo romanzo, si è scelto un personaggio anziché un altro che ci pare più significativo? Ad esempio, perché mancano i protagonisti di Il nudo e il morto di Norman Mailer, il Donnarumma di Ottiero Ottieri, il Duca Lamberti di Scerbanenco, il Gerolamo Aspri di Corporale di Paolo Volponi o il Fedro di Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig? Perché, per un libro immenso come Infinite Jest di David Foster Wallace, si è scelto di soffermarsi su Joelle Van Dyne, anziché su altri, più singolari personaggi che compaiono nel medesimo romanzo?
 È però questa una tentazione a cui occorre resistere: è chiaro, infatti, che quando si opera una selezione fra un gran numero di libri (e un numero ancora più grande di personaggi), in una certa misura l’incidenza dell’arbitrarietà diventa inevitabile, ed è forse persino salutare che i criteri discriminanti siano dettati anche dalle personali idiosincrasie dell’autore.
 Risulta allora meno ozioso, invece di pensare ai personaggi che non compaiono, concentrarsi su quelli che ci sono, e può essere magari divertente fare il gioco di stabilire quali, fra di essi, sono i propri preferiti.
 Personalmente voglio fare solo tre nomi, in rigoroso ordine cronologico: Zelinda Icci, in Casa d'altri di Silvio D'Arzo; Momò, in La vita davanti a sé di Romain Gary; e Seymour Levov, lo Svedese, in Pastorale americana di Philip Roth.

Voto: 7