domenica 29 aprile 2018

Luca Ricci, "Gli autunnali", La nave di Teseo


 Gli autunnali è la storia di una stramba ossessione erotica che si innesta sull'abulica stanchezza di uno scrittore di mezza età, prigioniero di una sorta narcisismo decadente, di uno stato d'animo incline a un autocompiacimento insieme cinico e malinconico, che gli rende difficile continuare a scrivere romanzi, e indirizza su un binario morto il suo rapporto con la moglie Sandra.
 Tutto comincia all'inizio del mese di settembre quando, in una Roma immersa nell'atmosfera tiepida e voluttuosa di fine estate, il protagonista-narratore - che ha un figlio già grande che studia all'estero, e vive di collaborazioni giornalistiche ed editoriali e comparsate televisive, grazie alla fama ottenuta con i libri pubblicati in passato - si accorge che il suo matrimonio si è ridotto a un noioso ménage ormai incapace di dargli gli stimoli e le soddisfazioni di cui è in cerca; questo, nonostante Sandra sia ancora decisamente una bella donna.
 Glielo fa notare anche Gittani, l'amico di sempre, anche lui scrittore, anche lui in crisi espressiva ed esistenziale, che tradisce la moglie Carla, ricoverata in un hospice per malati terminali, con Maria, la piacente infermiera che quotidianamente l'assiste. Del resto Gittani è la persona meno indicata per dare al nostro consigli improntati a un pragmatico buon senso: ad accomunare i due amici, infatti, sono lo snobismo e l'ostentato disprezzo per tutto quanto possa apparire ordinario, esteticamente poco rilevante, o semplicemente "normale". Un edonismo del tutto autoreferenziale e un sarcasmo onnipervasivo sembrano le uniche modalità di rapportarsi con il reale che i due ritengano degne di considerazione; tanto che nell'antico sodale il protagonista finisce per trovare soltanto un uditore curioso e divertito delle proprie disavventure sentimentali e una morbida sponda per le proprie stravaganze.  
 Gittani non batte ciglio di fronte alla deriva psicologica che si innesca quando l'amico, un giorno, scopre su una bancarella di libri usati una monografia di Amedeo Modigliani, e sfogliandola viene letteralmente folgorato da una fotografia di Jeanne Hébuterne, la ragazza ritratta in numerosissimi quadri dal pittore, che ne fece la sua musa e la sua compagna di vita. Il legame fra i due era così stretto che, quando Modigliani morì di Spagnola, Jeanne si suicidò, nonostante fosse incinta al nono mese, gettandosi da una finestra del quinto piano dell'appartamento dei genitori.
 Sulla base di quella sola fotografia, il protagonista concepisce per Jeanne Hébuterne un amore ardente e impossibile, capace di superare il secolo che li separa, e in grado di riaccendere, grazie a una specie di bizzarro transfert, i suoi appetiti nei confronti del corpo di Sandra, che ha smesso da tempo di toccare. Il problema è che mentre fanno l'amore, a lui sembra di sentire sul letto, accanto a loro, il piede nudo di Jeanne Hébuterne; e non importa che con ogni probabilità si tratti del gatto entrato di soppiatto in camera dalla porta che dà sul terrazzo...
 Superata questa prima fase di originale eccitazione, il protagonista si riallontana da Sandra, e con una scusa (sostiene di avere bisogno di isolamento e concentrazione per concepire il suo prossimo romanzo) si ritira a passare le notti nella stanza lasciata libera dal figlio Maurizio, solo con la foto di Jeanne, a coltivare le sue complicate fantasie.
 La situazione cambia decisamente quando, una sera, Sandra invita a cena la cugina Gemma, assai più giovane di lei, con cui un tempo passava lunghe estati al mare. Incredibilmente, Gemma non solo risulta essere il ritratto perfetto di Jeanne Hébuterne, ma intrattiene anche una tormentata relazione con Clemente, un pittore dallo stile di vita decisamente bohémien dal quale ha scoperto da poco di aspettare un bambino. 
  
 Luca Ricci

Con la scusa di farsi fare un ritratto da Clemente - novello Modigliani - il protagonista entra in casa della coppia e, appena intuisce l'esistenza di qualche attrito fra Gemma e il suo compagno, ne approfitta per sedurre la donna di cui, a dispetto della parentela con Sandra, diviene l'amante; nemmeno in questo caso si tratta di un legame semplice però, perché Gemma, alle prese con la gravidanza, è riluttante al cospetto degli assalti amorosi del suo nuovo, imbarazzante partner, e finisce per imporgli una specie di castità forzata.   
 Così, il protagonista si ritrova a restare accanto a Gemma per adorarla, per accarezzarla, per annusarla, per accompagnarla alle visite ginecologiche che monitorano lo sviluppo intrauterino di un figlio non suo. A permettergli di sfogare i suoi istinti sessuali più impellenti e aggressivi ci penserà Kainene, una prostituta nigeriana che vive non lontano dall'abbaino di Sandra. Su Kainene egli si accanirà con una violenza sadica che finirà per andare ben oltre il furioso spirito di rivalsa e la ricerca di nuove emozioni, sconfinando nella brutalità incontrollata; costretta a sottostare in lunghe sedute alla frusta, la ragazza, che dapprima aveva pure apprezzato le perversioni del suo raffinato cliente, finirà per prendere paura, ribellandosi e scomparendo dalla circolazione.
 A questo punto, l'ossessione d'amore del protagonista-narratore si è spinta tanto in là da rasentare la follia e da essere quasi ingestibile: perfino al Gittani egli fatica a raccontare quanto gli sta succedendo.
 Quando Gemma viene a sapere che Clemente è sparito dalla circolazione, gli chiede infatti di provare a rintracciarlo. Ma nel momento in cui egli lo trova in casa di altri artisti, il pittore è tanto stordito dalle droghe che ha assunto che il protagonista crede che sia morto; e, tornando a casa dalla sua donna, concepisce una malsana fantasia: si convince che Gemma sia destinata a ripercorrere realmente le orme di Jeanne Hébuterne, e a uccidersi - incinta - una volta venuta a sapere della morte di Clemente. Addirittura le apre la finestra e la invita a buttarsi di sotto dal quinto piano! A questo punto Gemma, resasi pienamente conto della sua instabilità mentale, non può che cacciarlo di casa.
 Il protagonista decide allora di sposare in tutto e per tutto la causa di Jeanne Hébuterne, quella vera; tanto più che la moglie Sandra pare essersi raffreddata nei suoi confronti, per via dell'infatuazione che la sospinge verso un nuovo condomino, un uomo misterioso che ha l'abitudine di spiarla da una delle finestre del suo appartamento che danno sul cortile interno del condominio. 
 Vendicare Jeanne significa punire Amedeo Modigliani, colpendo ciò che è rimasto di lui nel mondo: le sue opere d'arte. Il protagonista arriva così a concepire e a pianificare un attentato nello spazio espositivo in cui è organizzata una mostra monografica dedicata al pittore; solo la prontezza di Nadia - una fedele lettrice dei suoi romanzi che, con la complicità di Gittani, aveva tentato di intrecciare una relazione con lui e ne era stata respinta - consente ai servizi di sicurezza presenti sul posto di individuarlo e di neutralizzarlo. 
 Per il protagonista si aprono allora le porte del carcere di Regina Coeli, dove Gittani - che nel frattempo ha perso la moglie Carla, e ha lasciato l'infermiera Maria, nelle braccia della quale, si scopre, Carla stessa l'aveva spinto - si reca a visitarlo; ma la follia sembra ormai essersi completamente impadronita di lui, portandolo a credere che tutto il suo complicato delirio sia stato indotto grazie a un piano ben architettato dall'amico, intenzionato a sottrargli la moglie Sandra, di cui sarebbe stato segretamente innamorato. 
 Il libro vorrebbe essere una raffinata messa in scena in chiave postmoderna della sempiterna capacità della passione d'amore di volgersi repentinamente dall'agonia all'euforia, dalla tragedia alla commedia, dalla doppiezza all'autenticità. 
 Ma l'esperimento assolutamente non riesce: l'autore non dà mai l'impressione di governare con disinvoltura la sostanza del racconto, gigioneggia con i tempi narrativi e con il parallelismo fra il degenerare della passione del protagonista e l'avanzare dell'autunno, costruisce personaggi tanto poco credibili quanto irritanti, fatica a conquistare il lettore e finisce per lasciare che tutta la vicenda diventi schiava di un simbolismo abbastanza schematico e superficiale.
 La correttezza - e, a tratti, la ricercatezza - della scrittura potrebbe sembrare la maggiore virtù del testo, se la sua pulizia non desse l'impressione di nascondere l'incapacità di modulare davvero stile e tono della narrazione. 
 Ne viene fuori un romanzo banale, pretenzioso, insopportabilmente estetizzante, la cui lettura non viene aiutata da qualche sciatteria redazionale di troppo, insolita per la casa editrice responsabile della pubblicazione.

Voto: 5 -

sabato 21 aprile 2018

Siri Ranva Hjelm Jacobsen, "Isola", Iperborea


 In un'epoca come la nostra - di migrazioni massicce e talvolta dolorose, che però spesso non portano il migrante a troncare del tutto i rapporti col suo Paese d'origine (come per lo più avveniva nei secoli passati) -, mettere a fuoco la psicologia di chi si sposta da un angolo all'altro del mondo, e analizzare i legami suoi e dei suoi discendenti con le proprie radici remote e con la propria nuova patria è quasi un dovere per chiunque voglia cercare di capire il mondo in cui vive.
 Isola di Siri Ranva Hjelm Jacobsen fa anche di più: declina liricamente la sopravvivenza nella psiche del migrante dell'universo che si è lasciato alle spalle, e ne esplora tutte le implicazioni; solo che il contesto migratorio che viene descritto è affatto diverso a quelli a cui siamo abituati.
 Infatti il nonno e la nonna materni dell'autrice - abbi e omma, Fritz e Marita - si trasferiscono sul finire degli anni Trenta del Novecento dalle remote isole Faroe (le diciotto "Isole delle pecore") alla Danimarca, a cui pure amministrativamente l'arcipelago appartiene.
 Fritz parte perché vuole andare in cerca di una vita diversa, che non lo costringa alla scelta tra fare l'allevatore o fare il pescatore: gli piacerebbe studiare per diventare ingegnere elettronico, ma le circostanze lo condurranno a diventare insegnante.
 Marita parte più tardi per raggiungere il fidanzato, ma la sua partenza è legata a un segreto: quando si imbarca, la ragazza ha ancora il ventre dolorante per via dell'aborto che si è procurata per eliminare le tracce della gravidanza conseguente alla sua relazione clandestina con il fratello di Fritz, Ragnar il Rosso, l'unico comunista del suo villaggio, amante dei libri, della filosofia, della tecnologia.
 Fritz e Marita si ritroveranno a Copenaghen, si sposeranno, avranno una figlia, vivranno una vita lunga e felice, ma non dimenticheranno mai la propria terra: la lingua faroese resterà per sempre il loro intimo codice espressivo, un mondo da cui la figlia - la madre dell'autrice - si sentirà costantemente esclusa; gli amici e i parenti rimasti in patria conserveranno un posto privilegiato nella loro geografia degli affetti; il fiero spirito indipendentista faroese resterà parte integrante del loro modo di pensare e di sentire, e li aiuterà a superare gli anni bui della Seconda guerra mondiale, quando la Danimarca sarà occupata dalle truppe tedesche (nonostante si fosse proclamata neutrale), mentre le Faroe fungeranno da base per la marina inglese nel nord dell'Oceano Atlantico.

 Siri Ranva Hjelm Jacobsen

 Il cuore del libro è costituito dalla riscoperta e dal recupero di tutte queste cose da parte dell'autrice stessa, rappresentante della terza generazione dei migranti, quella che "è una coperta troppo corta: totalmente disinvolta e libera da condizionamenti culturali, oppure a casa solo per metà".
 Così, dopo la morte della nonna, la protagonista-narratrice sente l'esigenza di ritrovare il legame con la terra dei suoi antenati, con i suoi paesaggi, con il suo clima, con le sue leggende, grazie alla mediazione dei genitori - laddove possibile - e ai ricordi d'infanzia, e alla memoria dei racconti dei nonni, e a vecchi parenti ancora in vita.
 Il suo viaggio a Vagar è un'immersione in un'atmosfera senza tempo, in cui la storia della centrale di ricezione radio che, ai tempi della guerra fredda, serviva ad ascoltare le comunicazioni scambiate fra loro dai sovietici convive con la leggenda antichissima secondo cui alcune delle isole dell'arcipelago un tempo sarebbero state isole galleggianti; il ricordo dell'epica difesa di un medico del locale ospedale, accusato di essere stato un nazista, da parte di tutti gli abitanti dell'arcipelago, in nome della propria indipendenza e autonomia di giudizio sopravvive insieme alla memoria del tentativo fallito da parte di Ragnar il Rosso di sradicare con l'esplosivo un masso dal terreno sul retro della propria casa, che si diceva custodire creature soprannaturali; la vicenda della costruzione della vecchia centrale elettrica si incrocia con il racconto delle gesta del "gabbiano di Beate", che stabilì il proprio nido sul tetto della casa della moglie di Ragnar il Rosso, negli ultimi anni della sua vita.
 Il libro è bello, perché dà la sensazione di essere l'espressione di una necessità profonda, di un anelito identitario che nella sua estrema peculiarità appare veramente universale, alieno dal particolarismo gretto ed egoistico delle rivendicazioni identitarie figlie del nazionalismo a cui siamo abituati.
 Il linguaggio utilizzato dalla Jacobsen è uno dei caratteri più originali del libro: evocativo, immaginifico, stilizzato, fluttuante, riesce a passare repentinamente da una descrittività estremamente precisa e concreta a una vaghezza assolutamente onirica, dall'ironia scanzonata alla numinosità narcotica. Tutto questo è talvolta molto efficace; altre volte appare forse un po' troppo lontano dalla nostra sensibilità letteraria.

Voto: 6+

domenica 15 aprile 2018

Andrej Longo, "Dieci", Adelphi


 Oggi voglio proporre un libro pubblicato alcuni anni fa come rimedio ideale contro i cliché diffusi e consolidatisi nel tempo sulla "napoletanità deteriore", cioè sugli atavici problemi che affliggono la Campania più di altre regioni italiane (problemi quali criminalità, disoccupazione, miseria, ignoranza, mancanza di senso civico), che vengono quasi sempre rappresentati sotto le specie di modelli senz'altro icastici, ma spesso schematici e, in definitiva, un po' troppo superficiali e più inclini a mitizzare il male che utili per studiare - da un punto di vista socio-culturale - dei rimedi veri a quello che non va.
 Il libro si intitola Dieci; Dieci, come i dieci comandamenti. Andrej Longo costruisce il suo personale decalogo mettendo in scena peccati e peccatori: solo che siamo appunto a Napoli, nei quartieri dove a dettare legge è la camorra, dove a regnare sono la povertà e il degrado, dove lo stato di diritto non esiste; e qui anche la Bibbia e le norme che definiscono la rettitudine agli occhi di Dio assumono un significato diverso, sinistramente ironico.
 Nei dieci racconti che compongono il libro, i dieci protagonisti-narratori espongono la loro esperienza della vita, che è un’esperienza sempre amara, segnata dall’urto con una realtà dura, subita come una condanna dai più consapevoli, accettata come un destino ineluttabile da tutti gli altri: così, se Papilù (“Non avrai altro dio all’infuori di me”) è costretto ad asservirsi al boss Gigetto Mezzanotte, anche se la cosa gli ripugna, per evitare che la fidanzata Vanessa venga insidiata da tre prepotenti, Rosa (“Non commettere atti impuri”), che a quattordici anni è stata violentata e messa incinta dal padre, non possiede alcun mezzo per sfuggire al suo male; e la mite Ciuciù (“Ricordati di santificare le feste”) non può fare nulla per tenersi vicino il marito, costretto a passare l’intera settimana a Roma per lavorare e far fronte onestamente alle spese che comporta il mantenimento di una famiglia.

Andrej Longo

 Ciò che rende ancora più amara l’ironia di questi racconti non è solo il fatto che i comandamenti che vengono via via enunciati sembrano essere validi non in relazione al principio di giustizia costituito dalla divinità, bensì alle ingiuste gerarchie di potere che vigono fra gli uomini; ad accrescere l’amarezza è anche la constatazione che non sempre il peccato su cui si focalizza l’attenzione è il più grave che viene commesso. Pensiamo all’ottavo racconto, “Non dire falsa testimonianza”: Nicola probabilmente non dice la verità a Riccardo, che torna a casa dopo tanto tempo, su com’è la vita a Napoli (senza mentirgli del tutto consapevolmente, peraltro); ma lo sconosciuto che ruba l’auto di Nicola, addirittura uccide Riccardo che tenta di impedirglielo.
 L’alta qualità letteraria di questo libro è determinata anche dallo stile: Andrej Longo scrive come i suoi personaggi parlano, e questo crea un efficacissimo effetto-verità favorendo l’immersione totale del lettore nella “napoletanità”, però tutto ciò avviene senza compromettere mai la facilità di lettura. La lingua adottata, infatti, non è il dialetto napoletano, ma l’italiano che si parla a Napoli, ricco di inflessioni e di espressioni napoletane, diretto, incisivo, vivace.
 Possiamo dire che Longo arriva dove a Saviano non riesce di arrivare. Laddove Gomorra era una notevole inchiesta giornalistica, che dal punto di vista narrativo esprimeva valori piuttosto modesti, Dieci traduce in componimenti letterari di alta qualità tutti i problemi della Campania di oggi, scongiurando la trappola più insidiosa: quella del luogo comune.

Voto: 7

domenica 8 aprile 2018

Matsumoto Seicho, "Tokyo Express", Adelphi


 A sessant'anni dalla sua prima uscita, Adelphi propone al pubblico italiano uno dei libri più famosi di Matsumoto Seicho, autore di centinaia di romanzi e racconti gialli, considerato una sorta di Simenon giapponese.
 Tokyo Express (il cui titolo originale è Ten to sen) è un romanzo poliziesco che nulla concede alla moda del thriller, e anziché stimolare il lettore con un'azione dal ritmo incalzante e con il continuo ricorso a contenuti adrenalinici, tiene alta la tensione giocando sulle geometrie intellettuali che consentono, attraverso la pervicacia della logica, la tenacia del pensiero, la costanza della ragione, l'individuazione dei colpevoli del crimine che è stato consumato.
 La trama induce a una vera e propria immersione totale nella cultura e nella mentalità tradizionale giapponese, con la sua particolare concezione del ruolo della donna, con il suo spiccato senso dell'onore, con il suo assoluto rispetto delle gerarchie.
 Una mattina d'inverno, un operaio che si reca al lavoro scopre sulla spiaggia rocciosa che si affaccia sulla baia di Hakata - sull'isola di Kyushu, nei pressi di un vecchio santuario Kanpei - i corpi di un uomo e di una donna. L'uomo è vestito all'occidentale, la donna indossa un kimono da viaggio color ruggine sotto un soprabito; composti e perfettamente in ordine, sembra quasi che i due dormano tranquillamente.
 Basta poco alla polizia per scoprire che si tratta di Sayama Ken'ichi, Vicecapo di Sezione presso un Ministero recentemente investito da uno scandalo che vede i suoi dirigenti fortemente indiziati di corruzione, e di Otoki, una ragazza che lavora presso un prestigioso ristorante di Tokyo, il Koyuki, come cameriera e accompagnatrice dei clienti. Il ruolo di Otoki (il cui vero nome è Kuwayama Hideko, e che si è trasferita a Tokyo dalle campagne di Akita per cercare lavoro dopo la separazione dal marito) è simile a quello di una geisha: è chiamata a servire e a intrattenere raffinatamente gli uomini ai quali è assegnata, senza che questo intrattenimento abbia necessariamente implicazioni erotiche.
 Tutto lascia pensare che Sayama e Otoki si siano suicidati insieme, utilizzando una bibita avvelenata contenuta in una bottiglia trovata vicino ai loro corpi: la polizia ipotizza che Sayama - uno dei testimoni chiave nell'inchiesta sulla corruzione di alcuni alti funzionari del Ministero nel quale è impiegato - si sia tolto la vita per non essere costretto ad accusare i suoi capi, tradendoli e coprendosi così di disonore; la donna, con ogni probabilità la sua amante, avrebbe deciso di uccidersi con lui, assecondando una tradizione assai radicata nel Paese del Sol Levante.
 Il problema è che nessuno era a conoscenza di un legame tra Sayama e Otoki, che nonostante la sua proverbiale riservatezza avrebbe verosimilmente rivelato alle amiche l'esistenza di un amante. Solo pochi giorni prima del ritrovamento dei cadaveri, due colleghe della ragazza, Yaeko e Tomiko, avevano scorto con grande sorpresa Otoki alla stazione di Tokyo in compagnia di un uomo - quasi sicuramente Sayama - mentre si accingeva a salire sull'Asakaze, l'espresso che collega Tokyo all'isola di Kyushu. Le due ragazze si trovavano alla stazione per accompagnarvi il signor Yasuda, un imprenditore cliente abituale del Koyuki, che doveva recarsi in treno a Kamakura a far visita alla moglie malata di tubercolosi; era stato proprio Yasuda, che conosceva molto bene Otoki, a far notare la sua presenza sul binario 15 a Yaeko e Tomiko.

 Matsumoto Seicho

 Il caso verrebbe senz'altro archiviato come un duplice suicidio, se non fosse per l'intuito di un vecchio poliziotto di Hakata, magro, grigio, quasi stropicciato: Torigai Jutaro. Nella tasca del cappotto di Sayama, infatti, è stata ritrovata una ricevuta relativa a un pranzo consumato da una sola persona sul vagone ristorante dell'Asakaze; e a Torigai sembra semplicemente inverosimile che una donna tanto innamorata del proprio uomo da decidere di suicidarsi con lui lo lasciasse mangiare senza compagnia mentre viaggiava sul suo stesso treno verso la morte. Il suo sospetto, dunque, è che Sayama viaggiasse da solo verso Hakata, e che Otoki fosse in realtà scesa dal treno prima della sua destinazione finale. Ma allora, dove è scesa dal treno Otoki, e dove è stata per tutto il tempo che separa la sua partenza dal ritrovamento del suo cadavere, mentre Sayama soggiornava in un ryokan (una specie di pensione tradizionale) nei pressi di Hakata?
 Torigai prova a raccogliere qualche indizio che avvalori il dubbio che ha concepito: si reca alla stazione dove Sayama e Otoki devono essere scesi per raggiungere la spiaggia sulla quale - cinque giorni dopo la loro partenza da Tokyo - si sarebbero suicidati; va alla ricerca di testimoni capaci di riconoscere e ricordare una coppia corrispondente alla descrizione dei due giovani; soprattutto, comincia a studiare l'orario ferroviario per ricostruire nel dettaglio i possibili spostamenti dei due sventurati amanti.
 Per la verità l'indagine personale di Torigai non sembra fare significativi passi avanti; se non che il suo testimone viene raccolto da un agente della polizia di Tokyo, Mihara Kiichi, il quale, ben conoscendo l'importanza della figura di Sayama come possibile teste dell'accusa nel processo che prometteva di sconvolgere il Ministero nel quale il Vicecapo sezione lavorava, non può convincersi fino in fondo della volontarietà del suo gesto: troppi e troppo importanti sono coloro che hanno tratto beneficio dalla scomparsa di Sayama!
 Mihara, con grande acume e incomparabile tenacia, riesce a scoprire che il signor Yasuda - l'imprenditore cliente del ristorante Koyuki che ha creato le condizioni affinché vi fossero testimoni del legame tra Sayama e Otoki, indispensabile per avvalorare l'ipotesi del doppio suicidio - è uno dei fornitori più importanti del Ministero coinvolto nello scandalo; che il diretto Asakaze si può vedere fermo sul binario 15 della stazione di Tokyo solo per un breve intervallo di 4 minuti, perché in qualsiasi altro momento la visuale è coperta dalla presenza in stazione di altri convogli fermi sui binari adiacenti, e che proprio in quel breve intervallo di tempo Yasuda si è fatto accompagnare dalle due ragazze del Koyuki al proprio treno, che però sarebbe partito solo diversi minuti dopo; che Yasuda conosce alla perfezione l'orario ferroviario, vista la frequenza delle sue visite alla moglie malata a Kamakura; che la moglie di Yasuda, la delicata Ryoko, che si diletta di letteratura, ha addirittura scritto un racconto il cui bizzarro tema è l'orario delle ferrovie, e la sua facoltà di evocare luoghi lontani e per lei irraggiungibili.
 Yasuda diventa dunque agli occhi di Mihara il principale sospettato di quello che potrebbe rivelarsi non un suicidio di coppia, bensì un duplice omicidio.
 Sfortunatamente Yasuda possiede un alibi di ferro: il giorno della morte di Sayama e di Otoki si trovava non in Kyushu, e neppure a Tokyo, ma addirittura a Sapporo, nell'isola di Hokkaido, nel nord del Giappone, dove si era recato per affari, come sono in grado di confermare non solo testimoni diretti, ma anche le carte di imbarco firmate dallo stesso Yasuda al momento di prendere il traghetto.
 Solo in virtù della sua straordinaria pazienza, della sua incrollabile acribia analitica e di molti caffè, Mihara riuscirà a smontare l'alibi di Yasuda e a incastrare l'imprenditore, portando avanti un'indagine molto simile a una partita a scacchi tutta giocata con quel codice particolarissimo e assai complesso costituito dall'orario ferroviario e dai finissimi ricami da esso intessuti sul filo dei minuti.
 La soluzione del caso ci riserverà anche un colpo di scena finale, che darà al lettore la possibilità di rileggere i rapporti fra i personaggi alla luce della declinazione tutta giapponese di concetti quali amore, sessualità, affetto, gelosia, onestà, rispetto.
 Il libro è bello e piuttosto originale: lo allontanano dalla tradizione del romanzo poliziesco occidentale non solo la diversa contestualizzazione, le differenti "categorie dello spirito" che vengono prese in considerazione e il ritmo un po' meno incalzante rispetto a quello dei gialli a cui siamo abituati, ma anche la presenza non di uno ma di due investigatori (Torigai e Mihara), che si passano il testimone dell'indagine (e del punto di vista prevalente adottato nel corso della narrazione) facendola quasi assomigliare a un'inchiesta collettiva. 
 Occorre inoltre sottolineare il carattere totalmente incruento della storia raccontata, laddove l'intreccio si presenta simile a un intricato labirinto, pieno di falsi passaggi e di muri ciechi, per uscire dal quale è indispensabile operare con logica sottile e con invincibile forza di volontà.
 E mai come in questo caso, la sostanza del racconto è più importante del suo esito finale.

Voto: 6,5

domenica 25 marzo 2018

Marco Balzano, "Resto qui", Einaudi


 Resto qui è una storia di resistenza di fronte all'identità negata, ai soprusi del potere, ai tradimenti degli affetti, alle offese degli anni che passano, alla disperazione dei sogni crollati: ai dolori del tempo che ci è dato in sorte e a quelli che la vita comporta in sé. 
 Trina, la protagonista, è la figlia di un falegname di Curon - ultimo comune della Val Venosta prima del confine con l'Austria - che, alla presa del potere da parte di Mussolini, si accinge a conseguire il diploma per poi diventare maestra elementare.
 L'avvento del fascismo, però, stravolge i suoi piani: il programma di "italianizzazione" delle valli popolate da cittadini di lingua tedesca impedisce alla ragazza di accedere all'insegnamento; solo attraverso i corsi clandestini che, grazie alla copertura del parroco, si tengono in gran segreto in scantinati o abitazioni private per insegnare il tedesco ai bambini del paese, Trina può dar seguito alla propria vocazione.
 Le scuole clandestine comportano però grossi rischi per le famiglie degli studenti e per gli insegnanti che, se colti in flagrante dai carabinieri o dai fascisti, rischiano l'arresto e il confino. E' quello che succede a Barbara, un'amica di Trina, fermata nel corso di un'irruzione della polizia fascista nella sua "classe", che viene sradicata dalla sua valle e confinata a Lipari.
  Privata della possibilità di realizzare il suo sogno di diventare maestra, Trina accetta di sposare l'unico uomo che abbia mai guardato, Erich Hauser, un giovane contadino che frequenta la bottega di suo padre e gli è amico. Erich è biondo, serio, forte, gentile, ma parco di parole e di sorrisi: la ragazza ne è incuriosita, attratta, rassicurata. Dall'unione di Trina ed Erich nasceranno presto due bambini, Michael e Marika; Trina si sentirà fin da subito legatissima soprattutto a quest'ultima.
 Le gioie e le fatiche della maternità, però, non bastano ad attenuare l'indignazione al cospetto dei soprusi perpetrati dai fascisti nei confronti dei valligiani; l'ultimo e il più grave è costituito dal progetto di costruzione di una grande diga a valle del paese, per creare un bacino artificiale capace di alimentare le centrali idroelettriche destinate a fornire alle fabbriche sorte in Sud Tirolo l'energia necessaria alla loro operatività. Il problema è che l'invaso sommergerà gran parte dell'abitato di Curon e di Resia, senza alcun riguardo per i contadini che vi risiedono e per la loro storia.
 Solo le tumultuose vicende che investono l'Europa negli anni trenta del Novecento rallentano e poi bloccano del tutto i lavori già iniziati nel cantiere stabilito dove sorgono i verdi pascoli sui quali sono abituate a brucare l'erba mucche, pecore e capre.
 Paradossalmente, a ridare una speranza agli altoatesini di lingua tedesca contro la spocchiosa invadenza dei fascisti è la conquista del potere da parte di Adolf Hitler e la prospettiva della costituzione di un Grande Reich germanico in funzione "antitaliana".
 Ma quando, dopo l'Anschluss dell'Austria alla Germania, Hitler e Mussolini stringeranno un accordo per risolvere l'annosa questione dell'Alto Adige attraverso le cosiddette opzioni (per cui, alle popolazioni di lingua tedesca e ladina, fu data la possibilità di scegliere se restare cittadini italiani continuando a risiedere nei propri luoghi d'origine, ovvero optare per il trasferimento nei territori del Reich con un indennizzo e la concessione di un'abitazione e di un appezzamento di terreno), Erich e Trina sceglieranno di rimanere a Curon, attirando su di sé la riprovazione e persino il disprezzo di amici e parenti"opzionisti"; troppo forte, del resto, è il loro attaccamento al borgo natio.
 Alla vicenda delle opzioni finisce per legarsi il dolore più grande della vita di Trina: i suoi cognati - la sorella di Erich e suo marito, fervente nazista - decideranno di partire e, senza dire nulla a nessuno, forse con il consenso della bambina, porteranno con sé Marika, la figlia di Trina, sottraendola nottetempo alla madre.

Marco Balzano

Trina non vedrà più Marika, e la ferita del furto della bambina non si rimarginerà mai nell'animo della protagonista, rimanendo la più profonda e bruciante, nonostante tutte quelle, terribili, che le vicende degli anni successivi le riserveranno. Tanto che Trina passerà la vita a pensare a Marika e a sognare di rivolgersi a lei; la storia stessa raccontata nel libro si immagina narrata da Trina in prima persona alla figlia, come una lunga missiva mai spedita.
 A confronto del dolore irrimediabile provocato dalla sparizione di Marika, persino quello dato a Trina dallo scoppio della guerra e della partenza, insieme a tutti gli altri uomini abili, del marito Erich sembra passare in secondo piano.
 Nel clima di angustie e ristrettezze del periodo bellico, Trina - ridotta a occuparsi da sola della casa e del bestiame - finisce per indurirsi e per inselvatichirsi; intorno a lei, la desolazione delle famiglie, sempre più numerose, che al fronte hanno perso un congiunto.
 Miglior sorte tocca a Erich che, ferito a una gamba in Grecia, viene rispedito a casa affinché si ristabilisca. E tuttavia anche il ritorno di Erich è amaro: prostrato dagli orrori a cui è stato costretto ad assistere, l'uomo deve prendere atto con costernazione che suo figlio Michael è diventato un fanatico nazista, che guarda al Fuhrer come a una specie di divinità, del tutto ignaro dei crimini e delle angherie perpetrate in guerra dai seguaci di Hitler.
 Così, dopo l'armistizio dell'8 settembre, quando le truppe tedesche occupano in forze l'Alto Adige, Michael prende la decisione di arruolarsi volontario nella Wehrmacht per lavare l'onta della mancata adesione della sua famiglia al Reich ai tempi delle opzioni, mentre Erich diserta e, insieme a Trina, si rifugia con altri sbandati in uno dei masi più alti, presso le cime innevate delle montagne, verso il confine con la Svizzera.
 Sono mesi di fame, di stenti, di angoscia; i frequenti rastrellamenti dei tedeschi, che bruciano i rifugi dei disertori e fucilano chiunque dia loro ospitalità, costituiscono un costante motivo di preoccupazione. Ed è solo per caso che, proprio quando la guerra si avvia alla sua conclusione, Erich e Trina riescono a sfuggire a una di queste incursioni, nel corso della quale viene interamente sterminata la famiglia che ha accettato di accoglierli.
 Passata l'euforia per la conclusione del conflitto, neppure il dopoguerra porta davvero la pace: da una parte persistono i motivi di discordia tra Erich e Michael, tornato anch'egli incolume dalla guerra, e dura nei genitori il doloroso ricordo di Marika, di cui più nulla si è saputo; dall'altra, come se nulla fosse cambiato dai tempi del fascismo, le istituzioni della nuova Italia repubblicana riprendono e assecondano il vecchio progetto della Montecatini che prevede la costruzione in valle della diga, a dispetto delle stalle, delle case, della vita dei contadini.
 Di fronte all'avanzare sempre più rapido dei lavori (per i quali le imprese di costruzione utilizzano veri e propri eserciti di manovali reclutati nelle regioni più povere dell'Italia meridionale e stipati in misere baracche, del tutto analoghe a quelle destinate durante la guerra alla custodia dei prigionieri), Erich si trasforma in un vero e proprio attivista: si mette a studiare l'italiano per meglio comprendere documenti e carte bollate, mobilita il parroco, il Vescovo, i Sindaci dei comuni vicini, riesce persino a ottenere che una delegazione di valligiani sia ricevuta in udienza privata da Pio XII. Eppure tutto questo non basta a fermare il passo di un progresso crudele di cui solo i poveri devono pagare il prezzo, e di cui solo altri godranno i benefici.
 Curon e Resia verranno demoliti e sommersi; solo il campanile della vecchia chiesa resterà in piedi, spuntando - scenograficamente malinconico - dalla superficie dell'acqua dopo l'allagamento del bacino artificiale.
 Erich non sopravviverà all'ultima, definitiva sconfitta, e morirà di notte, nel suo letto, nel 1953. Invece Trina, imperterrita, continuerà a vivere nel bilocale a lei assegnato dalla Montecatini, tornando al suo originario mestiere di maestra, fedele per sempre alle sue radici, alla memoria dei suoi cari, alla storia dei suoi luoghi, ostinata a resistere, a prendersi cura di sé fino alla fine, a lottare a prescindere da tutto.
 Marco Balzano con questo bel romanzo, esemplarmente incastonato nella storia tormentosa del Novecento, di un'Italia fatta di schegge di antiche contese, di rancori localistici, di contrasti mai sopiti - e nel contempo pieno di echi e di richiami all'attualità -, dimostra di aver raggiunto la piena maturità artistica.
 La voce femminile di Trina, originale protagonista-narratrice, è sobria, limpida, misurata, intima, credibile. Come gli altri protagonisti dei romanzi di Balzano, è un essere umano che vive il suo tempo e che, con mite ostinazione, a partire dalla sostanza autentica dei propri affetti, cerca di mantenere intatto il legame le proprie radici, e di comprenderle fino in fondo per ricavarne la forza - magari anche staccandosene - di andare avanti e di ritagliarsi il proprio posto nel mondo.
 Davvero bella la copertina, con un'immagine assolutamente riconoscibile ma non convenzionale del lago di Resia.

Voto: 7  

domenica 18 marzo 2018

Andrew O'Hagan, "La vita segreta. Tre storie vere dell'era digitale", Adelphi

 

 Quali sono le caratteristiche precipue della socialità digitale, quel vasto campo di relazioni che costituisce l'ingombrante portato emotivo, culturale e politico della realtà virtuale, e che - negli ultimi anni - ha assunto sempre maggiore peso nella vita di ciascuno di noi, fino a incidere in maniera significativa sulla definizione della nostra percezione del mondo esterno e persino della nostra identità personale?
 Io ne isolerei fondamentalmente tre: la prima e più evidente è l'isteria, derivante dall'oscillazione tra il puntuale senso di onnipotenza che l'utilizzo degli strumenti informatici infondono nel singolo utente, e la ricorrente impressione dell'inconsistenza e dell'irrilevanza dell'individuo - costantemente esposto al confronto con la comunità degli utenti e con il loro punto di vista prevalente - al cospetto della collettività digitale; del resto, dove non esiste uno spazio privato e protetto di libera sperimentazione e di graduale maturazione della personalità individuale, la tendenza non può che essere quella di annichilire qualsiasi deviazione dalla norma stabilita dalla maggioranza.
 La seconda è costituita dal manicheismo, per cui ogni posizione tende a radicalizzarsi eliminando qualsiasi sfumatura e incorporando un giudizio morale.
 La terza è l'autonomia delle dinamiche che sostanziano il mondo digitale rispetto a quelle del mondo reale, di cui la socialità digitale tende a ricalcare le logiche, obliterandone però categorie e significati.
 Tutte queste caratteristiche sono perfettamente rappresentate in questo interessantissimo libro di Andrew O'Hagan, costituito da tre storie che sono a tutti gli effetti dei reportage da una terra che tutti frequentiamo e che, in qualche modo, crediamo di conoscere, ma della quale non è stata ancora concretamente tracciata una dettagliata carta geografica.
 Il primo racconto prova a mettere a fuoco la controversa figura di Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, del quale O'Hagan alcuni anni fa fu incaricato da un grosso editore di scrivere l'autobiografia in qualità di ghost writer.
 L'incarico portò lo scrittore scozzese a vivere e lavorare per alcuni mesi gomito a gomito con Assange (che allora non si era ancora rifugiato nell'ambasciata ecuadoregna a Londra, ma risiedeva nel Regno Unito in libertà vigilata), allo scopo di conoscerlo a fondo, di entrare in sintonia con lui per interpretarne nella maniera più fedele pensieri e intenzioni, per dar voce a beneficio del pubblico a tutti i suoi ricordi, per farsi specchio della sua personalità. 
 Nonostante i buoni propositi manifestati da Assange e i lauti anticipi a lui versati dall'editore, il progetto non andò in porto: il celebre programmatore australiano si mostrò insopportabilmente instabile dal punto di vista emotivo, recalcitrante di fronte agli impegni che aveva consapevolmente assunto, indicibilmente egocentrico, irresponsabile verso chiunque lo circondava, sostanzialmente inaffidabile. 
 L'immagine che viene fuori dell'uomo capace di mettere in scacco con le sue rivelazioni i servizi segreti di mezzo mondo, di imbarazzare i capi delle Forze armate e lo stesso Presidente degli Stati Uniti, di far credere che la trasparenza fosse il principale portato etico dell'era di Internet, è tutt'altro che positiva: drogato di celebrità, ossessionato dai suoi nemici, forse schiacciato dal compito di cui si sente investito (quello di denunciare le malefatte dei Governi, di riportare alla luce la polvere nascosta sotto il tappeto dai detentori del potere), Assange appare un bambino capriccioso, un logorroico, un maleducato, un superficiale, un individuo semi-autistico preoccupato unicamente di stupire continuamente i suoi interlocutori per nutrire il suo mito, ma in sostanza incapace di fare i conti con se stesso e i propri limiti. 
 Per O'Hagan questo complesso di atteggiamenti è in parte consustanziale alla personalità di Assange, in parte derivante dalle manie di persecuzione introiettate da un individuo che in effetti è uno degli uomini al mondo più odiati e più esposti a possibili persecuzioni giudiziarie.
 Un ritratto certo significativo e forse emblematico del personaggio è perfettamente compendiato da queste poche righe dell'autore: "Non avevo mai incontrato un uomo con una così buona causa e una così cattiva predisposizione all'ascolto, e neppure il capo di un'organizzazione con una tale, inesauribile capacità di preoccuparsi dei suoi nemici e di sbadigliare in faccia alla gente". 
 La seconda storia proposta è in realtà il resoconto di un esperimento: adottando le modalità operative di quegli agenti di polizia o dei servizi segreti che conducono lunghe operazioni sotto copertura - che assumono l'identità di bambini realmente esistenti ma morti precocemente, sviluppandone con assoluto realismo la biografia fittizia per infiltrarsi senza destare sospetti nel tessuto di grosse organizzazioni criminali, o nelle strutture di Stati stranieri -, Andrew O'Hagan prova a prendere a prestito l'identità di un certo Ronnie Pinn, deceduto nel 1984 a soli 20 anni, per dare vita a un personaggio capace di possedere uno statuto di realtà perfettamente autonomo e assolutamente credibile nel mondo digitale. Il redivivo Ronnie Pinn assume così la facoltà di inoltrarsi nei meandri del cosiddetto "deep web" o "dark web", quel livello della Rete in cui, senza temere troppo intrusioni delle autorità di polizia, ci si può procurare armi, sostanze proibite o si può trovare occasione di dare sfogo alle proprie perversioni sessuali senza preoccuparsi di ciò che è legale e ciò che non lo è.  

 Andrew O'Hagan

 L'operazione riesce perfettamente: Ronnie Pinn si procura un passaporto, un conto in banca, e ricostruisce una biografia che va oltre quella mattina di un giorno d'estate in cui fu trovato morto per overdose nel suo appartamento; Pinn assume anche una personalità sua, intervenendo sui social media, esprimendo le proprie opinioni, maturando i propri gusti personali. E poi, immergendosi nelle profondità del Web, riesce a procurarsi senza troppi problemi della droga e persino un'arma che gli viene recapitata a casa da un corriere un pezzo alla volta.
 Al termine dell'esperimento, O'Hagan fatica addirittura a cancellare le tracce del passaggio di Ronnie Pinn nell'era digitale; qualche frammento dei suoi interventi continuerà a lungo a galleggiare nel mare magnum di Internet. Così, la visita dell'autore, una mattina del dicembre 2014, alla madre del vero Ronnie Pinn, fortunosamente rintracciata dopo mesi di ricerche, appare quasi un risarcimento per l'abuso compiuto, e un omaggio - venato però di ironia - al "vecchio" mondo reale.
 L'ultimo racconto è forse quello più intrigante, e narra il tentativo di dare finalmente un volto e un nome a Satoshi Nakamoto, lo pseudonimo dietro il quale si nasconde l'inventore di Bitcoin, la tecnologia che sta alla base della più famosa criptovaluta al mondo. 
 Tutto ha inizio nel 2015, quando Craig Wrigth, un brillante e poliedrico informatico australiano, è costretto a una rocambolesca fuga dal suo Paese natale (prima verso la Nuova Zelanda, poi verso Londra) dopo l'irruzione delle autorità fiscali negli uffici di una sua società a Sydney. L'Australian Taxation Office sospetta Wright di aver compiuto imponenti operazioni finanziarie in criptovaluta eludendo la tassazione vigente.
 Alcune riviste specializzate cominciano allora a ventilare l'ipotesi che le transazioni sospette rilevate dalle autorità siano avvenute utilizzando una chiave di accesso alla bolckchain identificabile con la "firma digitale" usata da Satoshi Nakamoto per il primo spostamento di valore in criptovaluta risalente al 3 gennaio del 2009.
 A questo punto intervengono grosse società e facoltosi uomini d'affari che, dando credito all'ipotesi che Craig Wright sia in effetti Satoshi Nakamoto, rilevano tutte le sue società cariche di debiti, riempiono di soldi il programmatore australiano, e si incaricano di gestire e promuovere tutti i brevetti che egli tiene nel cassetto in cambio della pubblica dimostrazione di incarnare il mitico Nakamoto. A raccontare la lucrosa operazione (Matthew e McGregor, i principali investitori, che si propongono di mettere in contatto Wright con colossi come Uber e Google, stimano il valore del giro d'affari che la rivelazione metterebbe in moto in 1 miliardo di dollari...) viene chiamato proprio Andrew O'Hagan.
 O'Hagan comincia dunque a frequentare Wrigth per raccogliere informazioni dettagliate sull'uomo che promette di diventare un mito assoluto dell'era digitale, al pari di Tim Berners-Lee o di Robert Calliau. 
 Craig Wright appare nelle descrizioni dell'autore un personaggio estremamente brillante e pieno di energia: incapace di comunicare - se non attraverso excursus matematici e serie di algoritmi incomprensibili ai più -, pieno di quei complessi che spesso attanagliano i nerds, Wright è però un vulcano di idee e un mostro di cultura, capace di spaziare dall'informatica alla fisica alla filosofia alla storia delle religioni.
 Parlando con lui, confrontando le sue affermazioni con quelle di altri esperti, lo scrittore si convince che Wrigth sia realmente Satoshi, sebbene la sua ricorrente reticenza su talune questioni lo metta talvolta in allarme.
 Del resto, nessuno di coloro che sono intorno a lui sembra nutrire il benché minimo dubbio sul fatto che Craig Wright e Satoshi Nakamoto siano la stessa persona: persino una prima dimostrazione avvenuta in privato sembra andare a buon fine.
 Così, appare semplicemente catastrofico il fallimento da parte di Wright della prova decisiva effettuata davanti ai giornalisti di mezzo mondo: catastrofico per Wright, e catastrofico per chi ha investito su di lui svariati milioni di dollari. 
 Pretendendo di firmare un movimento di criptovaluta con la chiave digitale utilizzata da Satoshi Nakamoto nel 2009, infatti, Craig Wright commette un errore così marchiano da lasciare il sospetto che la sua, più che una truffa, possa essere un consapevole rifiuto di palesarsi per quello che è.
 Forse, l'ossessione per l'anonimato, così radicata nel mondo pseudo-anarchico dei maghi del web, ha fatto premio in lui su qualsiasi altra considerazione; molti indizi suggerirebbero che egli ha fatto realmente parte del gruppo di persone celate dietro il nome di Satoshi Nakamoto; il problema è che per le logiche del Web, un fallimento è definitivo e non si può riscattare: Craig Wright, agli occhi della comunità digitale, è ormai bollato come un impostore, anche se forse non lo è realmente o non lo è fino in fondo (nell'ipotesi che dietro Satoshi non si celi una sola persona ma un complesso di programmatori capaci di collaborare a distanza tra loro).
 Il libro è sicuramente godibile, scritto in uno spigliato stile giornalistico, seppur con qualche impuntatura dovuta all'inevitabile utilizzo, in alcuni passaggi, di qualche tecnicismo del gergo informatico.
 Se un difetto si può trovare, esso sta nel fatto che la scrittura di O'Hagan dia a tratti l'impressione di incorporare quell'aria di presunzione tipica degli hacker e, in generale, dei protagonisti della rivoluzione informatica; ma questo non sporca lo sforzo dell'autore di mettersi al servizio dell'onestà intellettuale per illustrare fedelmente al lettore quanto ha potuto scoprire nel corso della sua affascinante esplorazione del mondo digitale e dei suoi protagonisti.
 Bruttino e poco significativo, devo dire, soltanto il titolo.

Voto: 6,5

sabato 10 marzo 2018

Aurélie Fleschen-Portuese, "Psicobiotici", Red Edizioni


(recensione di Laura Uva, neurobiologa)

 La naturopatia, quando non si traduce in pratiche alternative alla medicina ufficiale, ma integra dati scientifici fondati su evidenze sperimentali con abitudini dettate da un assoluto buon senso, allo scopo di definire uno stile di vita sano ed equilibrato, può produrre a beneficio del grande pubblico osservazioni degne del massimo interesse.
 E' il caso di questo piccolo testo opera di Aurélie Fleschen-Portuese, naturopata diplomata presso l’istituto Superiore di Naturopatia a Parigi, e membro della Federazione Francese delle Scuole di Naturopatia e delle associazioni professionali di Omnes e Aphn.
 Con un linguaggio semplice, l’autrice fornisce delle nozioni di base utili per introdurre al lettore il mondo del microbiota (definito anche "flora intestinale"), ovvero l’insieme dei microrganismi (soprattutto batteri) che sono presenti nel nostro intestino e che vivono in simbiosi con il nostro organismo.
 Ogni essere umano ospita almeno 160-200 tipi tra le 1000 diverse specie batteriche. 
 Il microbiota di ciascuno di noi inizia a formarsi al momento della nascita, si modifica attraverso l’allattamento e lo svezzamento, per poi completare il suo sviluppo verso i due anni di età.
 Naturalmente, esso potrà ulteriormente modificarsi in base all’alimentazione e allo stile di vita.
 La salute del microbiota è importante perché esso svolge un ruolo essenziale nella digestione, nell’assorbimento e nell’eliminazione degli alimenti, per la produzione di vitamina D, per un buon funzionamento del sistema immunitario e per numerosi altri processi da cui dipende il nostro benessere.
 Dal microbiota, Fleschen-Portuese parte per elaborare il concetto di psicobiotici. Cosa si intende per psicobiotici? Da tempo ormai si parla dell'intestino come di un secondo cervello, e dell’esistenza di un asse microbiota-intestino-cervello. Gli psicobiotici sono quei batteri intestinali che svolgono un ruolo benefico sulla nostra salute mentale, e la psicomicrobiotica è lo studio dell’interazione tra il microbiota intestinale e il cervello. Per fare un esempio, il 95% della sintesi di serotonina, il cosiddetto ormone della felicità, è sostenuto dal microbiota. Quindi, un microbiota in salute fa sentire bene il suo ospite.
 L’alimentazione, ovviamente, è fondamentale per la salute del microbiota e l’autrice fornisce un elenco di alimenti utili al suo benessere. Tra questi alimenti, vi sono i prebiotici, ovvero le fibre vegetali solubili, non digeribili dall’uomo, di cui i batteri benefici del microbiota intestinale (i cosiddetti “probiotici”) si nutrono.
 La scoperta del primo probiotico va attribuita al biologo russo premio Nobel per la Medicina Mecnikov, che nel 1907 scoprì i benefici dovuti al Lactobacillus bulgaricus contenuto nel latte fermentato assunto da una popolazione bulgara rurale, caratterizzata da un’aspettativa di vita insolitamente alta per quei tempi.
 Lo yogurt fu il primo alimento probiotico commercializzato in Francia dalla Danone. Molto interessante è il paragrafo sui latticini, in particolare sullo yogurt, con informazioni curiose proprio sulla sua storia e la sua produzione.

Aurélie Fleschen-Portuese

 Tra gli alimenti che invece alterano la flora intestinale vi è lo zucchero raffinato. Si stima che in Italia il consumo pro capite di zucchero raffinato sia di 27 Kg/anno, cioè 3 volte la quantità consigliata dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Il consumo di zucchero raffinato, affaticando il pancreas - che deve contrastare l'aumento della glicemia mediante la produzione di insulina e aumentando il grado di acidità nell’organismo - crea stress fisiologico e mentale. Gli sbalzi di glicemia e la sensazione di malessere che ne conseguono determinano uno stato di nervosismo e di dipendenza dallo zucchero bianco.
 Tra i tipi di grassi da evitare vi sono quelli saturi e i trans; mentre utili sono gli omega 3, presenti ad esempio nel pesce.
 Vi sono terapie farmacologiche che possono avere effetti negativi sulla flora intestinale: ovviamente, le terapie antibiotiche, ma anche gli antiinfiammatori non steroidei (FANS) e le chemioterapie.
 Gli antibiotici sono i nemici dei batteri per eccellenza. Il problema, però, non sta tanto negli antibiotici assunti (correttamente) in caso di infezione (a cui si può affiancare l’assunzione di probiotici), quanto negli antibiotici nascosti negli alimenti di origine animale. Anche per tale via, fra l'altro, si è generato il serio problema dell’antibiotico-resistenza.
 La soluzione proposta dall’autrice è quella di rinforzare il nostro organismo allo scopo di “essere soggetti il meno possibile alle infezioni, di potenziare le difese immunitarie, di sviluppare al massimo la vitalità, di permettere all’innata intelligenza del nostro corpo di esprimersi in tutto il suo potenziale, ancora in parte sconosciuto”.
 Anche l’attività fisica è importante per l’equilibrio del microbiota, poiché favorisce la crescita dei batteri utili e la diversificazione dei ceppi presenti nella flora intestinale.
 L’autrice conclude sottolineando il ruolo della naturopatia (che significa "sentiero della natura"), che consiste nell'educare gli individui a seguire le leggi naturali per assecondare e favorire il loro stato di salute.
 Il libro ha un'impostazione tutta divulgativa, e si legge molto velocemente. La trattazione discorsiva viene completata da schede per l’approfondimento di alcuni argomenti, da qualche ricetta, da consigli pratici e da un breve glossario. Il testo è corredato anche da piccoli disegni efficaci e divertenti, che rappresentano icasticamente i batteri e alcuni degli alimenti consigliati.

Voto: 6