domenica 23 agosto 2020
Emanuele Trevi, "Due vite", Neri Pozza
domenica 16 agosto 2020
Piero Trellini, "La partita", Mondadori
domenica 9 agosto 2020
Juan Rodolfo Wilcock, "Il libro dei mostri", Adelphi
lunedì 27 luglio 2020
Carson McCullers, "Invito a nozze", Einaudi
Berenice e John Henry non riescono neppure a tenere Frankie lontana dai pericoli: come quando un soldato, forse ubriaco, credendola più grande dei suoi dodici anni, la invita in una taverna malfamata, si apparta con lei e poi tenta di usarle violenza, tanto che la ragazza per respingerlo deve rompergli sul capo una brocca di vetro con una forza tale da arrivare a credere di averlo ucciso.
L’episodio serve comunque a palesare la sostanziale impreparazione della pretenziosa Frankie di fronte alla prepotenza dell’attrazione sessuale (che aleggia per tutto il libro come qualcosa di molesto alla periferia dei suoi pensieri, filtrata attraverso il ricordo non piacevole del primo, parziale “incontro” con un coetaneo) come pure al cospetto di tanti altri aspetti dell’età adulta.
Eppure nelle fantasticherie di Frankie, nei suoi interminabili soliloqui c’è una poesia che di primo acchito pare assurda, ma poi sembra rivelarsi come l’unica illuminazione possibile di un mondo dipinto a tinte fosche. Perché spesso la realtà è sopportabile solo quando è trapunta dai ricami dei nostri singolari desideri, mentre la concretezza dei fatti oggettivi è bene che perda consistenza, anche se si tratta di eventi non ignorabili: tali sono non solo il crollo del castello di carte costruito da Frankie sul matrimonio del fratello, ma anche, nell’autunno successivo al matrimonio, il trasferimento della protagonista e di suo padre in una nuova casa, la partenza definitiva di Berenice – che trova un nuovo marito – e, soprattutto, la morte del piccolo John Henry a causa di una meningite fulminante; tutte cose che ci vengono rivelate alla fine del romanzo.
Così il punto di vista di Frankie Jasmine – “errante” nelle due accezioni di questa parola − assume uno spessore lirico fuori dal comune; e tutte le descrizioni di oggetti, personaggi e situazioni su cui la ragazza proietta la sua emotività si trasformano in un caleidoscopio di sentimenti di incredibile intensità: qualcosa che sta fra il correlativo oggettivo di Thomas Stearns Eliot e quella personalissima declinazione del jazz che si riconosce nei testi e nella musica di Paolo Conte.
Basta leggere qualche frase presa qui e là dal libro per comprendere quanto dico:
“l’estate non era che un sogno verde e languido o una giungla silenziosa e pazza come in una campana di vetro”.
“Il matrimonio era splendente e bello come la neve, ma il cuore era come distrutto”.
“Il firmamento era color lavanda e si andava lentamente oscurando. Nelle vicinanze, udì delle voci e percepì un profumo leggero e fresco di erba annaffiata”.
“Frankie aspettava la notte. Proprio in quell’istante un corno cominciò a suonare. In un punto non molto distante, il corno aveva attaccato un blues, una melodia dolente e sommessa. Era il canto triste di un ragazzo nero”.
La vibrazione che da tutto ciò deriva ha il sapore autentico delle cose che appartengono alla sconnessa concretezza del vissuto individuale e non alle simmetrie artificiali di una morale senza sbavature.
Voto: 7
giovedì 16 luglio 2020
Kent Haruf, "La strada di casa", NN Editore
Voto: 7
domenica 12 luglio 2020
Paolo Volponi, "Poesie giovanili", Einaudi
Non sono rari, nelle opere narrative di Paolo Volponi - l'autore che a mio parere meglio di chiunque altro ha saputo rappresentare nei suoi romanzi le contraddizioni e i difetti presenti nel tessuto socio economico dell'Italia del secondo Novecento, e i loro riflessi sulla cultura e la mentalità dominanti nel nostro Paese -, i passi ispirati a un intenso lirismo e caratterizzati da una profonda compenetrazione tra lo stato d'animo o i pensieri dei personaggi e la descrizione del paesaggio (urbano o rurale) che fa da sfondo al loro agire.
Paradossalmente meno frequenti sono brani di questo tenore nelle poesie di Volponi, specie quelle delle prime raccolte; nelle esperienze in versi precedenti l'esordio narrativo, infatti, lo scrittore osserva, sente, ragiona in astratto, e poi - spesso con visibile sforzo, senza riuscire materialmente ad amalgamare riflessione e osservazione - traduce i concetti sui quali vuole insistere in espressioni e immagini icastiche, di notevole rilievo simbolico ma di limitata risonanza emotiva.
La densità del pensiero, così, non trascorre nella scioltezza stilistica come nelle prose migliori, ma dà luogo a una esibizione di complessità, a una solipsistica ostentazione dei problemi logico-esistenziali individuati e messi a fuoco ma non risolti, che avvicina senz'altro la poesia del primo Volponi a quella dei poeti ermetici.
Il libro uscito ora per i tipi di Einaudi rafforza questa impressione, mettendo a disposizione del pubblico le prime prove giovanili di Volponi, quelle che precedono e preparano la pubblicazione dei componimenti confluiti ne Il ramarro (del 1948) e quelli andati a costituire il corpus de L'antica moneta (del 1955), recentemente recuperate nella casa urbinate dell'autore - suddivise in tre agili fascicoli (le 90 carte, Immagini e Altre) in parte manoscritti, in parte dattiloscritti - e criticamente curate da Salvatore Ritrovato e Sara Serenelli.
Queste prove risalgono tutte agli anni quaranta e ai primissimi anni cinquanta e testimoniano, con le frequenti correzioni e riscritture di cui è rimasta traccia sulle carte, l'intenso lavoro di elaborazione a cui Paolo Volponi si sottopose per pervenire a determinati risultati espressivi.
Opportunamente i curatori hanno suddiviso per la pubblicazione i componimenti recuperati in due sezioni: "Verso Il ramarro" e "Verso L'antica moneta", per denunciare fin da subito la temperie culturale e la fase evolutiva all'interno della produzione dell'autore a cui sono ascrivibili.
Colpiscono il lettore la violenza di certe immagini ("Hai riso, / ed io avrei sputato / dentro la tua gola / aperta."; "Nel taglio della ferita / garza gengivosa. / L'acutissimo vetro / t'ha aperta / con una naturalezza spaventosa"; "Ti slarghi come un frutto maturo, / ed io sento lo schifo / di vederti dentro."), spesso riferite alla donna inutilmente amata, la frequenza di enigmatici riferimenti a oggetti simbolici riconducibili a una classicità oracolare ("Nell'osso spolpato / cerca / il profilo degli Dei."; "Prese una smorfia / fissa / come un pupazzo di terracotta."), la febbrile ricerca da parte del personaggio che dice io di una propria, definita identità nella vagabonda ricognizione degli innumerevoli modi d'essere che si danno nel mondo degli uomini e nella natura ("Io sono un cantore d'osteria / che canta canzoni di terra. // Porto le scarpe di un negro, / e l'anima di un muratore / che fu ucciso sul tetto / da un ufficiale a cavallo. // Io sono un'anitra gialla / un garofano sul fiume, / colui che fischia / e aspetta sotto un ponte.").
Nella resa della femminilità, la cruda rappresentazione dell'erotismo (un erotismo spesso collegato a un pervasivo senso di morte) agisce come uno schiaffo che risveglia, trattiene da languidi abbandoni, scongiura il rischio del romanticismo insito nella bellezza del paesaggio, richiama a un lucido confronto con una realtà che in sé e per sé non è né buona, né riposante, ma difficile, problematica, ruvida, spigolosa, misteriosa ("Le donne si lavano il ventre / ancora ansante, / come i cani / che vegliano il mio sonno. / Ora i vogliosi cavalli / calpestano i fuochi spenti / e l'alba è già nelle mani / che pettinano uccelli."; "Tu priva d'amore / o pastora, / dalle voglie del gregge / e femmina del cane. / Solo le violenze anonime / dei viandanti / hanno soddisfatto il tuo corpo / indurito.").
sabato 4 luglio 2020
Marta Barone, "Città sommersa", Bompiani
Per Marta Barone, l'impulso a ricostruire i momenti salienti della vita di suo padre Leonardo nasce dopo la morte di quest'ultimo, avvenuta a causa di un tumore al fegato, e il ritrovamento di una memoria difensiva redatta negli anni ottanta, per il terzo grado di giudizio del processo che - dopo diversi mesi di detenzione - lo avrebbe assolto definitivamente dall'accusa di essere stato un fiancheggiatore del gruppo terroristico di Prima Linea.
L'arresto di Leonardo Barone, medico ed esponente di spicco della sinistra extraparlamentare, era stato provocato dalla falsa testimonianza di un "dissociato", che aveva fatto il suo nome forse per acquistare credito presso gli inquirenti (peraltro, ritrattando in seguito le proprie dichiarazioni senza essere creduto) e aveva sostenuto che l'uomo era stato scelto per medicare due terroristi feriti durante un'azione di sangue in quanto parte integrante dell'organizzazione. Il soccorso, in realtà, era stato prestato per puro spirito umanitario, e Leonardo Barone non era mai stato un terrorista; aveva anzi criticato più volte pubblicamente l'opzione della lotta armata e preso le distanze da conoscenti ed ex compagni che, invece, fra le braccia del terrorismo erano finiti davvero.
I rapporti di Marta col padre non erano mai stati idilliaci, anzi, a tratti erano stati decisamente difficili, connotati da un'insofferenza di fondo per la quale la figlia (come succede) tendeva a vedere soprattutto i difetti di quel genitore che si era presto separato dalla madre della scrittrice, Margherita, e aveva spesso fatto scelte di vita che sembravano strambe, ed era sempre senza un soldo; che era sicuramente carismatico ma tendeva a raccontare bugie inutili e, a volte, quando era in mezzo agli altri, mostrava un'allegria che sapeva un po' di affettazione.
Marta, fra l'altro, era a conoscenza del suo arresto del 1982 e della sua incriminazione, ma non aveva mai mostrato particolare interesse per la cosa, non aveva mai sentito l'esigenza di approfondire quanto accaduto (tutte cose che avevano preceduto la sua nascita), né di indagare su altri episodi della vita invero assai movimentata di Leonardo.
Il ritrovamento postumo di quel vecchio documento giudiziario, però, fa scattare qualcosa; fa nascere nell'autrice la consapevolezza che le vicende che hanno coinvolto il padre sono state più complesse e sofferte di quanto avesse mai sospettato e che, nel tempo da lui vissuto in qualche modo da protagonista - un'epoca aspra e confusa, che aspetta ancora un'analisi storica equanime, quale sarebbe fondamentale per capire meglio l'Italia di oggi -, la sua parabola esistenziale aveva costituito un'avventura eccezionale e, nello stesso tempo, esemplare di un'età di sogni, di utopie, di generosità, di impegno, di rabbia, di violenza sconosciuti alle generazioni successive.
Sulla base di quella consapevolezza nasce la voglia e il bisogno di indagare su ciò che è stato; indagare attraverso le testimonianze dirette di chi è ancora in vita, attraverso gli archivi, attraverso le fotografie superstiti e le memorie familiari. E' da questa indagine e dai suoi risultati in parte inattesi e sorprendenti che prende forma il libro.
I motivi di interesse del testo sono molteplici: in primo luogo la ricostruzione della vita stessa di Leonardo Barone (nel rigore della ricerca oggettivizzato dall'autrice nella sigla L.B., come se fosse un'altra persona rispetto al padre che ha conosciuto), che fu una vita assolutamente fuori dal comune: nato in Puglia, a Monte Sant'Angelo, a metà degli anni quaranta e lì cresciuto, si allontanò dalla famiglia d'origine durante la giovinezza, segnata prima dagli studi di Medicina a Roma (con la partecipazione all'occupazione de La Sapienza e ai disordini di Valle Giulia) e poi dall'adesione a Servire il Popolo, il Partito Comunista Marxista-Leninista, il movimento ultra-radicale guidato da Aldo Brandirali.
Nell'estrema frammentazione della sinistra extra-parlamentare di allora, Servire il Popolo costituiva l'opzione maoisticamente più estrema: il sentimento antiborghese si traduceva per i militanti nella pretesa di adeguare i propri costumi a una frugalità autopunitiva che portava a privarsi innaturalmente e insensatamente di qualunque cosa; nel fervore ideologico, il rifiuto dell'intellettualismo frivolo si spingeva fino a combinare "matrimoni comunisti" fra studenti - o professori, o avvocati, o medici - e operai che non tenevano minimamente conto di quanto la coppia potesse essere ben assortita.
L.B. aveva navigato fra questi eccessi senza perdere il lume della ragione, mantenendo salda la propria stella polare, la volontà di aiutare i più deboli, di stare accanto a loro: a Torino, dove era stato mandato dal partito per presidiare la piazza operaia più importante d'Italia, era stato l'anima di manifestazioni pubbliche, convegni, comizi davanti alle fabbriche, proteste e occupazioni per garantire un alloggio decente a immigrati costretti ad ammassarsi in baracche e tuguri malsani.
Poi due eventi avevano segnato l'esistenza di Leonardo determinandone una svolta: i fatti tragici di via degli Artisti, dove un militante del Pcil-m - un minatore sardo rozzo e violento - aveva ucciso a coltellate davanti ai suoi occhi attoniti il suo migliore amico, accorso in difesa della moglie data all'uomo dal partito, una giovane professoressa di lettere che egli aveva aggredito in preda alla gelosia; e, successivamente, nella seconda metà degli anni settanta, lo scioglimento dello stesso Pcil-m, del quale una diversa temperie socio-economica, insieme all'assurdo estremismo di Brandirali, aveva determinato l'esaurirsi della funzione storica.
Mentre tanti a quel punto avevano tristemente optato per la lotta armata, egli aveva continuato, ostinatamente, a portare avanti in altre organizzazioni un'opera di paziente propaganda politica a favore di una società più giusta, promuovendo un confronto attivo, razionale, pacifico fra le diverse anime della sinistra.
Sventuratamente, un destino oscuro - come quello che in quegli anni sommerse molti innocenti - lo aveva colpito proprio nella fase in cui i gruppi armati stavano esaurendo il proprio propellente: vennero allora l'accusa ingiusta e la lunga detenzione (durante la quale egli riprese gli studi e si laureò in giurisprudenza). Rilasciato, cambiò vita, fece l'operaio, poi si laureò di nuovo in Psicologia e divenne psicoterapeuta.
Da un mestiere all'altro, da una donna all'altra (nel frattempo, era nata anche Marta), sempre intellettualmente onesto e fedele a se stesso, fino alla fine. A decent life come, all'inglese, chiosa uno di quelli che lo conoscevano meglio.
Il secondo motivo di interesse del libro è l'immersione totale negli anni ruggenti della contestazione per restituirne fedelmente mentalità, ragioni, ombre, implicazioni sociologiche ed economiche: perché, ripercorrendo l'esperienza di L.B., ci si rende conto che, a Torino come in altre città italiane, le stesse strade che percorriamo oggi quotidianamente e a cuor leggero furono teatro non molto tempo fa di eventi terribili, sconvolgenti, che devono necessariamente essere ben impressi nella memoria di chi si avvia oggi verso l'età anziana.
A tal proposito, c'è qualcosa di Patrick Modiano in alcune pagine di Marta Barone: la sottolineatura del fatto che i luoghi in cui viviamo devono certamente conservare l'impronta degli eventi e dei sentimenti di cui furono teatro e che, quando li conosciamo, ne modellano metafisicamente la visione, la percezione. Credo che in questa impressione emotiva, più che in ogni altra cosa, sia riconoscibile l'impronta della storia.
Il terzo motivo di interesse risiede nello stile: Marta Barone, a dispetto della giovane età, si dimostra una scrittrice colta e raffinata, in grado di sciogliere nelle parole la lezione degli autori che ha letto e studiato, e di riformularne i contributi in una scrittura originale, capace come poche altre di modellare concetti astratti fino a farli diventare oggetti osservabili, manipolabili, conservabili.
Per tutte queste ragioni Citta sommersa è un libro che vale la pena leggere e meditare.
Di certo fa parte di quel gruppo di opere che avrebbero meritato il premio Strega più di chi lo ha conquistato.
Voto: 7,5










