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domenica 11 settembre 2022

Alessandra Carati, "E poi saremo salvi", Mondadori


 Fra le tragedie umane collettive la guerra è la più sconvolgente per via della sua consustanziale assurdità, che rende particolarmente difficile dimenticare il dolore che causa, ricomporre i danni che provoca e trovare una formula efficace che ne scongiuri il ripetersi. Lo vediamo oggi con la voragine che si è aperta nel cuore dell'Europa in seguito all'aggressione russa all'Ucraina; quelli della mia generazione se ne resero conto trent'anni fa con evidenza ancora maggiore quando, poco lontano dai nostri confini, scoppiò il più bestiale dei conflitti, quello in cui si dissolse la Jugoslavia creata da Tito.
 Il romanzo di Alessandra Carati affonda le radici in quegli anni e in quegli orrori. La storia, raccontata in prima persona dalla protagonista, è quella di Aida, una ragazzina bosniaca che, quando i cetnici puntano sul suo villaggio costringendola ad una fuga precipitosa con la madre incinta, ha solo 6 anni. Compiendo un avventuroso percorso non privo di pericoli attraverso i territori dell'ormai ex Jugoslavia, madre e figlia approdano prima in Slovenia e poi in Italia, dove le attende il padre di Aida e dove comincerà per loro una nuova vita.
 Naturalmente il pensiero della patria, improvvisamente abbandonata e poi sconvolta dalla guerra a tal punto da risultare quasi irriconoscibile, continua a ossessionare i genitori di Aida; ma la ragazza, crescendo, matura sentimenti contraddittori nei confronti della sua identità bosniaca. La presenza di Emilia, un'italiana che diventa per lei quasi una seconda madre, favorisce il sorgere in Aida del desiderio di dimenticare tutto quanto è legato al suo vecchio Paese per costruirsi una nuova idea di sé, aderente alla terra che l'ha accolta e alla città, Milano, alla quale sente ormai di appartenere.
 Aida frequenterà il liceo classico e poi, grazie al sostegno di Emilia e di suo marito - che in sostanza decidono di adottarla - la facoltà di medicina. Ma la sua famiglia di origine resterà come un monito a ricordarle che c'è anche un'altra realtà al di là di quella, più facile, alla quale la giovane ha voluto consegnarsi tutta. 
 Sopratutto, in maniera un po' paradossale, a rammentare ad Aida da dove proviene è il fratello Ibro che, sebbene sia nato in Italia, appare radicato alla terra dei suoi avi molto più di lei: non solo ha imparato il bosniaco, infatti, ma sente anche su di sé tutto il disagio per le inaudite violenze delle quali il suo popolo è stato fatto oggetto, e dalle quali il Paese dei suoi genitori e dei suoi nonni è stato insanguinato.
 
Alessandra Carati
 
 Ibro, quasi sentendo su di sé il peso della storia irriferibile dalla quale proviene, cresce come un ragazzo estremamente problematico: incapace di autodisciplina e di concentrazione, non è in grado di tradurre le sue idubbie qualità in un rendimento scolastico anche solo sufficiente; e poi, con l'adolescenza comincia a essere disturbato da nevrosi che l'abuso di stupefacenti a un certo punto trasforma in una vera e propria psicosi, una sorta di malattia autoimmune di un anima intrisa di orrore.
 Il tentativo di curare Ibro grazie anche al supporto di una psichiatra - restia però a calarsi davvero nei drammi del ragazzo - diventa per Aida una vera e propria discesa agli inferi, che la costringerà a fare finalmente i conti, oltre che col buio che ottenebra la mente del fratello, anche con quello che ha ottenebrato tutta una fase della storia della sua patria d'origine.
 Ibro non sopravviverà ai propri drammi interiori, ma lascerà in eredità ad Aida la consapevolezza della necessità di ricucire il tessuto strappato della propria identità, della propria storia e di quelle dei suoi genitori.
 Il libro è bello, e trova nella sua linearità e nella semplicità della scrittura la condizione ideale per invitare a una riflessione su un frammento particolarmente indigesto della storia recente con cui non si sono fatti i conti in maniera definitiva, formulando una condanna irrevocabile del nazionalismo da cui tutto quel male ha avuto origine.
 L'ordinata scansione temporale del romanzo, poi, ci ricorda quanto poco lontani siano quegli eventi che la nostra coscienza tende a confinare in una dimensione remota, quasi a esorcizzarli.
 
In poche parole: fra le tragedie umane collettive, la guerra è la più sconvolgente per via della sua consustanziale assurdità, che rende particolarmente difficile dimenticare il dolore che causa, ricomporre i danni che provoca e trovare una formula efficace che ne scongiuri il ripetersi. Lo vediamo oggi con la voragine che si è aperta nel cuore dell'Europa in seguito all'aggressione russa all'Ucraina; quelli della mia generazione se ne resero conto trent'anni fa con evidenza ancora maggiore quando, poco lontano dai nostri confini, scoppiò il più bestiale dei conflitti, quello in cui si dissolse la Jugoslavia creata da Tito.
Il romanzo di Alessandra Carati affonda le radici in quegli anni e in quegli orrori. La storia, raccontata in prima persona dalla protagonista, è quella di Aida, una ragazzina bosniaca che, quando i cetnici puntano sul suo villaggio costringendola ad una fuga precipitosa con la madre incinta, ha solo 6 anni. Compiendo un avventuroso percorso non privo di pericoli attraverso i territori dell'ormai ex Jugoslavia, madre e figlia approdano prima in Slovenia e poi in Italia, dove le attende il padre di Aida e dove comincerà per loro una nuova vita.

Voto: 6,5

sabato 11 giugno 2022

Jana Karsaiova, "Divorzio di velluto", Feltrinelli


 Bratislava, dicembre 2005: Katarina è una ragazza slovacca di 27 anni, laureata in lingua e letteratura italiana, che è tornata a casa a passare il Natale con i genitori. Rivedere le strade, i palazzi, i locali della sua città, in cui è stata bambina e adolescente, e attraverso l'ottica della quale ha vissuto tutti i profondi cambiamenti che hanno investito il suo Paese all'inizio degli anni novanta (lo sgretolarsi del regime socialista cecoslovacco prima e la scissione fra Repubblica Ceca e Slovacchia poi), la riempie di una malinconia dolceamara.
 I motivi di questo contrastato sentimento sono molteplici: Katarina, che ora - dopo il matrimonio con il ceco Eugen - vive a Praga, dove tiene un corso di italiano all'Università, rimpiange l'equilibrio che aveva trovato negli anni del liceo e dell'università, quando lo studio appassionato della lingua italiana - utilizzata come un gergo per iniziati - le permetteva, insieme al suo piccolo gruppo di compagne di scuola e amiche, di neutralizzare l'asprezza invadente dell'insorgente nazionalismo slovacco e, nel contempo, di coltivare sobriamente il senso della propria appartenenza nazionale senza dare peso al provinciale disprezzo dei cechi verso gli ex compatrioti. 
 Ora quell'equilibrio è rotto: Katarina, a Praga, è la "moglie slovacca" di Eugen, e deve spesso sorbirsi il greve umorismo degli amici del marito sulla goffaggine dei suoi connazionali, e il gruppo delle sue amiche italianiste si è disperso: qualcuna è diventata mamma, qualcun'altra ha abbandonato lo studio della lingua di Dante, mentre Viera, l'amica del cuore e principale confidente di Katarina, si è trasferita in Italia, all'Università di Verona, dopo avere vinto una borsa di studio.
 La vittoria della borsa di studio è stata motivo di attrito tra Viera e Katarina, che sospetta che l'amica abbia ricevuto una dritta per aggiudicarsi il bando da Barbara D'Angelo, la loro ammiratissima professoressa di italiano, con cui Viera aveva iniziato una segreta relazione omoerotica.
 Ci sono però anche altre due ragioni per le quali Katarina annega nella malinconia: una è la profonda crisi che sta attraversando il suo matrimonio con Eugen, che da alcune settimane ha abbandonato la loro casa per una "pausa di riflessione", e che in realtà ha forse già un'altra donna. L'altra è la lontananza della sorella maggiore Dora - da sempre un punto di riferimento per Katarina - che sette anni prima si è trasferita negli Stati Uniti dopo aver tagliato i ponti con la famiglia di origine, e che da alcuni mesi ha smesso anche di inviare le laconiche email con cui dava telegraficamente a Katarina notizie di sé.
 La crisi con Eugen viene da lontano; infatti, non è che l'uomo fosse sempre presente per la moglie, prima della separazione: il lavoro lo portava spesso a Londra, e d'altra parte non erano mancati contrasti nel rapporto di Katarina con la famiglia di lui, molto benestante, molto borghese, molto praghese, assai lontana dalle radici culturali della ragazza; ma fra i due giovani c'era un amore autentico e reciproco, e Katarina sentiva la sicurezza di essere stata scelta da Eugen in piena autonomia.
 Il silenzio di Dora, invece, è come se sottraesse a Katarina una parte di sé: il suo sguardo e la sua felicità semplice di bambina, la sensazione di sentirsi protetta anche quando i genitori non la capivano o non si dimostravano all'altezza del proprio compito.
 
Jana Karsaiova
 
  In più, nei giorni in cui si svolge la storia, è come se la placidità del Natale facesse venire a galla tutte le questioni irrisolte fra la protagonista e la sua famiglia: la vena polemica e perbenistica della madre, che sembra sempre rimproverare alle figlie femmine di non essersi volute adeguare al modello di donna tradizionale da lei rappresentato; l'inettitudine del padre, ex professore di Storia in un istituto tecnico, incapace di superare il trauma del crollo del Socialismo reale, maldestro nel cercare di nascondere la sua predilezione per la figlia Dora, incline ad affogare le sue delusioni nell'alcol.
 Solo il ritrovamento di Viera e il riaccendersi dell'antica confidenza fra le due amiche sembra offrire a Katarina un appiglio per uscire dal pantano in cui si sente sprofondare. Viera le racconta la sua esperienza bella ma non facile dell'Italia e la sua tormentata relazione con la D'Angelo, e ascolta da Katarina la storia del lento spegnersi del suo amore con Eugen. L'affiatamento riscoperto è tale che Viera invita Katarina a passare il Capodanno con lei in Italia.
 La vacanza italiana di Katarina, conclusa dalla tragica notizia della morte di un amico comune suo e di Eugen, convincerà la protagonista della necessità di prendere atto - dolorosamente ma coraggiosamente - della fine ineluttabile della sua storia con Eugen con tutta la dignità e il buon senso possibili, per riprendere in mano la sua vita, ricucire i fili spezzati di tutti i suoi affetti antichi e accettare di aprirsi fiduciosa al mondo, come anche il suo Paese dovrebbe fare.
 Il suo sarà insomma un "divorzio di velluto", un trauma attutito capace di proiettarla verso un futuro complicato e affascinante, esattamente come la rivoluzione dalla quale la sua patria è nata.
 Il romanzo è interessante, perché come pochi riesce a sposare la grande storia - ancora piuttosto recente - della fine del Comunismo nei Paesi dell'est, e la storia particolare ed esemplare di una ragazza la cui adolescenza e giovinezza sono state anche frutto di quell'evento epocale e che, sulla scorta di quel bagaglio culturale, si trova ad affrontare le sfide e i problemi dell'età adulta.   
 Lo stile è semplice e piacevole, e la narrazione in terza persona risulta perfettamente funzionale tanto a quei mutamenti del punto di vista che consentono di spostarsi da un luogo a un altro o da una situazione a un'altra, quanto al bisogno di frapporre al racconto quelle precisazioni didascaliche talvolta necessarie in un'opera così articolata.
 Manca forse solo quel guizzo che rende un libro capace di "salarti il sangue".

In poche parole: Katarina è una ragazza di Bratislava, divenuta una studiosa di lingua e letteratura italiana che, cresciuta negli anni del crollo del Socialismo Reale e della dissoluzione della Cecoslovacchia, nel cuore degli anni Duemila vive i propri problemi di adulta sulla scorta del bagaglio culturale che quel trauma attutito e, insieme, l'amore coltivato sui libri nei confronti del nostro Paese le hanno lasciato. Il libro vive di fascinazioni sottili e di intriganti cortocircuiti: è bello, si legge tutto d'un fiato e offre uno sguardo sull'Italia e sugli italiani decisamente diverso da quelli a cui siamo abituati; anche se, forse, non è capace di quel guizzo tipico delle opere che sanno "salare il sangue" al lettore. 
 
Voto: 6,5

venerdì 16 luglio 2021

Edith Bruck, "Il pane perduto", La nave di Teseo


 Probabilmente questo è il libro che, fra tutti quelli presenti nella rosa dei candidati, avrebbe meritato maggiormente di aggiudicarsi il premio Strega (se i premi letterari hanno un senso); non perché fosse indiscutibilmente il libro più bello, ma perché appare il più necessario.
 Giunta ai suoi novant'anni, temendo di perdere la memoria, l'autrice - ebrea mitteleuropea reduce da Auschwitz - ripercorre le tappe fondamentali della propria tragica e avventurosa esistenza: lo scheletro di tutta una vita capace di reggere la polpa dei sentimenti, il sangue dei pensieri.
 Il titolo deriva dal pane che Deborah, la madre della giovane Ditke (questo il soprannome della protagonista-narratrice), sta preparando nel momento in cui, nella primavera del 1944, si presentano alla porta della loro casa, in un piccolo villaggio ungherese non lontano dal confine con la Cecoslovacchia, due "croci frecciate", intimando a tutta la famiglia di sgomberare le stanze e di portare con sé lo stretto indispensabile. 
 Fino a quel momento l'infanzia di Ditke è stata povera, ma non infelice: l'amore per la scuola e per la scrittura, l'atteggiamento tutto sommato non ostile della maggior parte dei vicini, il calore domestico hanno permesso alla piccola e ai suoi familiari di dimenticare quello che avveniva nell'Europa stretta nella morsa di Hitler, e quello che avveniva dentro l'Ungheria stessa, retta da un governo filonazista. 
 Ma tutto improvvisamente cambia: prima c'è il trasferimento nel ghetto ebraico della più vicina città (miseria, confusione, fame, però con la consolazione di essere ancora tutti insieme); poi la deportazione nel campo di sterminio di Auschwitz, dove muoino il padre, la madre (subito selezionata per le camere a gas), il fratello minore Jonas.
 
Una giovane Edith Bruck
 
 Ditke e la sorella maggiore Judit (di quattro anni più grande di lei), invece, sopravvivono. Una ha quattordici anni, l'altra diciotto, e sono considerate idonee al lavoro. Mese dopo mese passano da un campo all'altro, sfinite, umiliate, con il pericolo della morte costantemente incombente, concentrate sulle proprie necessità fisiche, senza badare più alle voci dell'avanzata delle forze armate sovietiche ed angloamericane, e della sconfitta imminente dei nazisti.
 La liberazione da Bergen-Belsen, quando arriva, è una vera e propria rinascita. Eppure, tornando a casa, le due sopravvissute - diventate quasi inseparabili - non trovano solidarietà e comprensione, ma indifferenza, sospetto, a volte diffidenza; persino da quei parenti che non hanno conosciuto l'orrore dei lager e che, ora, nella generale indigenza del dopoguerra, hanno ciascuno i propri guai, difficoltà da affrontare che l'egoismo ingigantisce. 
 In tempi diversi e dopo nuove peregrinazioni, Judit e Ditke accettano di partire per Israele, la nuova terra promessa degli ebrei: ma mentre la prima riesce a trovarvi un uomo che l'ama e la pace, la protagonista vi si sente a disagio, fra la necessità di lottare per qualsiasi cosa, nuove difficoltà linguistiche e culturali, l'idiosincrasia per le armi indispensabili a difendere con tenacia gli aridi territori strappati agli inglesi e agli arabi. 
 
Edith Bruck oggi
 
 A soli diciassette anni, per evitare il servizio militare che non sopporterebbe (come non sopporterebbe la promiscuità di un dormitorio comune, essendo troppo vivo il ricordo dei letti e delle baracche dei campi di concentramento, in cui poteva capitare di svegliarsi accanto ad un cadavere), Ditke si sposa con un giovane marinaio, che però è terribilmente geloso e la maltratta. La seconda volta che alza le mani su di lei, la ragazza lo lascia e chiede il divorzio. E dopo un breve soggiorno presso la sorella, si trova di nuovo in viaggio, zingara: ballerina e cantante in una compagnia teatrale attraverso l'Europa.
 La sua nuova casa la giovane Ditke la trova in Italia quando, con un altro gruppo di artisti girovaghi, approda a Napoli: la gente, la cultura, il clima, il calore umano fanno sbocciare qualcosa di magnifico dentro di lei. 
 Stabilitasi a Roma, la protagonista diventa - grazie alla sua conoscenza delle lingue e alla sua facilità nell'apprendere cose nuove - direttrice di un centro estetico in via Condotti, frequentato da fascinose attrici e nobildonne piene di sé; darà presto l'addio alla spocchia delle sue importanti clienti e alla maleducazione della sua datrice di lavoro licenziandosi quando, dopo aver pubblicato il suo primo libro, conoscerà e sposerà il poeta e regista Nelo Risi.
 Dicevamo che l'Italia diventa la nuova casa di Ditke; non la sua patria perché, scrive l'autrice, "la parola patria non l'ho mai pronunciata: in nome della patria i popoli commettono ogni nefandezza. Io abolirei la parola patria come tante altre parole: mio, zitto, obbedisci, la legge è uguale per tutti, nazionalismo, razzismo, guerra e quasi anche la parola amore, privata della sua sostanza".
 Il libro è di una magnifica essenzialità: è come un quadro in cui il pittore sia riuscito a ottenere il massimo dell'espressività con la più grande economia di mezzi, e in cui tutto appare quindi diretto, potente, definitivo. Ogni parola finisce per avere un peso specifico straordinario; ogni immagine l'incontestabile veridicità di un filo d'erba o di un sasso. 
 
In poche parole: probabilmente questo è il libro che, fra tutti quelli presenti nella rosa dei candidati, avrebbe meritato maggiormente di aggiudicarsi il premio Strega (se i premi letterari hanno un senso); non perché fosse indiscutibilmente il libro più bello, ma perché appare il più necessario.
Giunta ai suoi novant'anni, temendo di perdere la memoria, l'autrice - ebrea italiana di origine mitteleuropea reduce da Auschwitz - ripercorre le tappe fondamentali della propria tragica e avventurosa esistenza: lo scheletro di tutta una vita capace di reggere la polpa dei sentimenti, il sangue dei pensieri.
Il libro è di una magnifica essenzialità: è come un quadro in cui il pittore sia riuscito a ottenere il massimo dell'espressività con la più grande economia di mezzi, e in cui tutto appare quindi diretto, potente, definitivo. Ogni parola finisce per avere un peso specifico straordinario; ogni immagine l'incontestabile veridicità di un filo d'erba o di un sasso. 

Voto: 7,5

domenica 8 settembre 2019

Cristina Marconi, "Città irreale", Ponte alle Grazie


 Città irreale è la storia di una ragazza e di una metropoli. Alina, giovane romana appartenente alla media borghesia (il padre è proprietario di un negozio di abbigliamento ben avviato), nel 2008, nonostante una laurea e un posto di lavoro di buon livello presso un'agenzia di comunicazione nella sua città, decide di lasciare l'Italia e di trasferirsi a Londra.
 Alina sa benissimo che rischia di andare ad occupare una posizione inferiore a quella che ricopre a Roma, magari addirittura di finire a fare un lavoro da segretaria, ma semplicemente non ne può più dell'inerzia e della rigidità del sistema italiano: del vieto meccanismo per cui ogni passo avanti dal punto di vista professionale, sociale e persino sentimentale avviene sempre e solo - con esasperante lentezza - per anzianità o cooptazione, e mai in virtù del merito, dell'impegno, dello slancio volontaristico, dell'estro, della fiducia.
 Da questo punto di vista, Londra, con le sue aperture, il suo dinamismo, la sua multiformità, la sua disponibilità sembra davvero un altro mondo: uno vi si può anche smarrire, vi si può sentire disancorato dalla propria storia, ma riuscirà comunque a trovarvi qualche appiglio per cercare di reinventare il proprio futuro senza sentirsi imprigionato in uno schema fisso che non offre via di scampo.
 E a Londra, Alina, superate le ovvie difficoltà iniziali, riesce davvero a trovare una sua dimensione: nel lavoro ingrana con grande facilità, e scala velocemente posizioni dentro l'agenzia che l'ha assunta; presto, abbandonata la stanza che temporaneamente occupa a casa di Ilaria - una vecchia conoscente che ha messo su famiglia nella capitale britannica -, prende in affitto un grazioso appartamento bianco come una bomboniera insieme a Katie, la sorella-avvocato della sua collega Sally; e, frequentando gli amici inglesi di Katie, incontra Iain, un giovane medico serio e generoso, che conosce e ama l'Italia, e che presto diventa il suo fidanzato.
 Nella nuova vita della ragazza italiana, i fattori predominanti sono il desiderio di una continua evoluzione, la proiezione verso un futuro ancora indeterminato, l'assenza di pastoie e di impegni troppo vincolanti. Così, quando Iain, in procinto di trasferirsi a Bristol nel cui ospedale è stato richiamato, chiede alla fidanzata di sposarlo e di seguirlo nella provincia inglese, Alina - pur innamorata - preferisce rinunciare a lui e, inevitabilmente, al gruppo di amici che gli sono legati piuttosto che lasciare Londra e il vasto spazio di infinite possibilità che il suo territorio urbano ai suoi occhi configura.
 Dal momento del distacco da Iain, però, la continua crescita professionale della protagonista non viene accompagnata da una analoga maturazione dal punto di vista emotivo: le sue nuove frequentazioni sono imperniate su un gruppo di espatriati italiani la cui anarchia post-studentesca e la cui consapevole e compiaciuta ricerca della provvisorietà permettono ad Alina di specchiarsi nelle sue paure e nella sua indeterminatezza; le brevi storie erotico-sentimentali che punteggiano il suo nubilato sono sempre all'insegna di un disimpegno talvolta divertente, ma talaltra francamente stucchevole; il fascino che Londra e i suoi ambienti continuano a esercitare su di lei trova un limite evidente nella convenzionale patina di piacevolezza internazionale che, in molti quartieri, ha insensibilmente ricoperto le tracce residue della storia della città.

Cristina Marconi

 E così, l'inattesa e improvvisa perdita del lavoro che, a seguito di una ristrutturazione dell'organigramma della sua azienda, Alina deve affrontare costringe la ragazza a fare i conti con ciò che in precedenza ella tendeva a eludere: il fatto che non ha mai dimenticato Iain (rispetto al quale si sente in colpa anche per non aver saputo approfondire il buco nero che grava sul passato del giovane, vale a dire il suicidio della sua storica fidanzata Vicky), il fatto di sentire un nuovo bisogno di stabilità, il fatto di cominciare ad accorgersi dei limiti che comporta il modello di sviluppo urbano e sociale scelto da Londra (che pure ella continua ad amare alla follia).
 La riconciliazione voluta, cercata, conquistata con Iain - infine disposto a chiedere il trasferimento dall'ospedale di Bristol a un nosocomio londinese - regalerà infine ad Alina una nuova vita e un nuovo equilibrio, coronato dalla gravidanza e dalla nascita di Emma, oltre che da una diversa visione del mondo, che la porterà addirittura a mettere in discussione, proprio alla vigilia del voto britannico a favore della Brexit, la bontà della scelta di trasformare Londra nella città multietnica per eccellenza, culturalmente senza confini e aperta a tutti per vocazione; pena, però, la perdita della sua anima tradizionale.
 Il libro è tutto giocato sull'intreccio di due linee narrative: ci sono capitoli di impostazione diaristica, in cui è la stessa Alina a raccontare di sé, a riflettere, a rivelarci i suoi pensieri e a dichiarare le sue opinioni; e poi ci sono capitoli in cui un narratore esterno ci racconta in terza persona le vicende di Iain, di Vicky e del loro amico Macca.
 La prima linea narrativa è senz'altro quella predominante (se non altro per lo spazio che occupa all'interno del romanzo), mentre la seconda, segnata da un distacco temporale rispetto all'altra che si va progressivamente assottigliando con lo sviluppo del testo (configurandosi di fatto in una serie di flashback diversamente dislocati dal punto di vista cronologico) ha una funzione soprattutto strumentale, e pare anche un po' più anonima dal punto di vista stilistico.
 Per la verità le due linee narrative non si sposano benissimo: nel lettore persiste una sensazione di sfasamento, come se qualcosa nell'architettura diegetica del romanzo non fosse pienamente risolto.
 Allo stesso modo, non del tutto compiuta mi sembra la riflessione che, attraverso il punto di vista di Alina, viene svolta su Londra, sulla sua immagine, sul suo ruolo nell'Europa contemporanea.
 Mi spiego: Alina seguendo un'ispirazione che risale addirittura all'infanzia, quando ormai si avvicina ai trent'anni, decide di lasciare l'Italia e Roma, e di trasferirsi a Londra alla ricerca di più tolleranza, di maggiore elasticità e apertura mentale, di più possibilità di scelta, di maggiore attenzione alle aspirazioni dell'individuo e alla sua libertà. La sua adesione a tutto ciò che Londra incarna è tale da sacrificare ad essa ogni cosa, a un certo punto anche i sentimenti che ella nutre nei confronti di Iain.
 Poi, quando ritrova Iain e si rende conto di quanto sia stata dolorosa la loro separazione, la ragazza pare rinnegare la propria scelta e, nel precipitare verso un lieto fine coerente con lo sviluppo narrativo ma lievemente melenso, arriva a riconoscere la legittimità delle opinioni di Macca e di sua moglie Lucy, che dichiarano di essere intenzionati a votare affinché il Regno Unito abbandoni l'Unione Europea proprio in virtù dell'eccessiva "apertura" alla quale Londra avrebbe sacrificato la sua specificità britannica.
 In sostanza, è come se la protagonista scivolasse frettolosamente da un'analisi "ragionata" della realtà che tanta parte ha avuto nel determinare l'assetto che ha assunto nel tempo la sua esistenza, a una considerazione superficialmente emotiva - basata su osservazioni estemporanee - dell'ambiente a cui ormai appartiene e che per tanti versi dovrebbe sentire indissolubilmente legato al suo essere; il tutto senza che a questo slittamento venga dedicato un approfondimento vero.
 Il lettore, in verità, ne resta un poco sconcertato.

Voto: 6 -

sabato 17 agosto 2019

Paolo Rumiz, "Il filo infinito", Feltrinelli


 I libri di viaggio di Paolo Rumiz scaturiscono talvolta da uno scrupolo identitario, o da un intimo bisogno di ricostruire una verità storica dimenticata, talaltra, semplicemente, dall'ebbrezza della scoperta alimentata dall'immaginazione.
 Ma qui è tutto diverso, perché il progetto del viaggio e il libro che ne è il resoconto nascono dal disagio, dalla preoccupazione profonda, dalla paura suscitata dalla constatazione del degrado della coscienza civile dell'Italia e dell'Europa che scivolano verso la xenofobia e il razzismo.
 Quali sono le cause di questa incresciosa situazione? I sentimenti miserabili che furono all'origine delle peggiori tragedie del nostro passato recente ritornano a galla più facilmente per via degli scompensi e del disorientamento provocati in larghi strati della popolazione dalle ondate migratorie che caratterizzano la nostra epoca, ma soprattutto sono la conseguenza dei deliri indotti dalla politica deteriore imperniata sulla più ottusa e degenere delle ideologie: il nazionalismo.
 Il nazionalismo è il primo responsabile della legittimazione dell'odio verso il "diverso" e lo straniero e, contemporaneamente, del tentativo di destrutturazione del patrimonio comune europeo che oggi potremmo finalmente ereditare dalla virtuosa interpretazione della nostra storia plurimillenaria. 
 Rumiz si chiede se proprio nella nostra identità culturale italiana ed europea non esista un antidoto efficace ai rigurgiti nazionalisti, e crede di poterlo trovare nella lezione dell'uomo che forse per primo, partendo dalla sostanza solidaristica del messaggio evangelico, in un'epoca di invasioni vere, di scontri violentissimi e di latitanza dello Stato di diritto quale quella che seguì alla dissoluzione dell'Impero romano d'Occidente, gettò le fondamenta di una comune coscienza europea: San Benedetto da Norcia, figlio dell'Appennino, capace di coniugare, ordinandole su un medesimo piano, la potenza ctonia delle Sibille dell'età classica con la forza irresistibile del messaggio di Cristo.
 Benedetto - se davvero un personaggio con questo nome e di questo calibro esistette (alcuni studiosi ne dubitano) - concepì intorno ai principi essenziali della preghiera e del lavoro una Regola in 63 capitoli sulla quale basare la convivenza di gruppi di monaci in comunità nel contempo chiuse a protezione dei propri valori fondanti e capaci di aprirsi al mondo circostante per civilizzarlo e al territorio di pertinenza per fertilizzarlo.
 Stanzialità e diffusione geografica (stabilitas in cogregatione). Disciplina ed esercizio della democrazia (l'abate è eletto dalla comunità monastica e periodicamente la sua carica viene rimessa in discussione). Importanza dello studio e impegno nel lavoro manuale. Esercizio del silenzio e sublimazione della preghiera attraverso la musica e il canto. Senso di appartenenza e capacità di accoglienza. Radicamento della fede nella materialità dell'esistere e tensione costante verso l'elevazione spirituale. 

Paolo Rumiz

 Tutto questo furono le comunità di monaci benedettini sparse per l'Europa, da nord a sud, da est a ovest; e ancora, centro di attrazione e principio di creazione di benessere per i territori di pertinenza, fortilizio su cui potevano fare affidamento i contadini in caso di pericolo e irresistibile richiamo per la cristianizzazione dei barbari invasori. 
 Ai benedettini si deve persino la diffusione della birra, la più europea delle bevande, sbarcata in Calabria grazie ai monaci copti d'Egitto, codificata nella sua ricetta attuale presso l'abbazia di San Francesco di Paola, capace di risalire la Penisola fino alla Padania lungo la dorsale appenninica per poi valicare le Alpi per diffondersi a Est e a Nord, presso i tedeschi e poi i belgi.
 Sulla base di queste osservazioni, di queste constatazioni e di queste suggestioni viene impostato il viaggio di Rumiz, in 14 tappe, alla ricerca della trama capace di tenere insieme, legandole alle medesime istanze, la cultura e la mentalità europee: quel filo infinito di cui si parla nel titolo del libro.
 I 14 presidi che vengono toccati in angoli diversi d'Europa, a ciascuno dei quali viene dedicato un capitolo (Praglia, in Veneto; Sankt Ottilien, in Baviera; Viboldone, in Lombardia; Muri Gries, in Sud Tirolo; Marienberg, di nuovo in Sud Tirolo; San Gallo, in Svizzera; Saint-Wandrille, in Francia; Orval, in Belgio; Altotting, in Germania; Niederalteich, in Germania; Pannonhalma, in Ungheria; Camerino, nelle Marche; San Giorgio Maggiore, di nuovo in Veneto) costituiscono, in maniera diversa, altrettanti esempi di come la fedeltà alla Regola benedettina - declinata di volta in volta attraverso il cibo, la luce, la musica, la parola, la preghiera, il silenzio, la libertà, la generosità, la solidarietà - funga da argine al dilagare della grettezza particolaristica e dell'egoismo xenofobo. 
 Addirittura, in Ungheria, dove gran parte del clero, sovvenzionato dallo Stato, si piega ai blasfemi dettami della propaganda nazionalistica di Viktor Orban, i monasteri - grazie alla loro indipendenza - contro tutto e tutti riescono a mentenere vivo il valore dell'accoglienza dei profughi stranieri.
 Seguire Rumiz nelle sue peregrinazioni, così, finisce per avere un effetto corroborante e salutare; anche perché la sensazione è che il bandolo della matassa di quel filo che costituisce la trama culturale dell'Europa civile venga davvero recuperato, e fornisca tutti gli argomenti razionali, emotivi, storici - addirittura mistici - "per smuovere il potere e abbattere le ruspe dell'intolleranza".

Voto : 8

domenica 14 gennaio 2018

David Szalay, "Tutto quello che è un uomo", Adelphi


 Una decina di anni fa mi capitò di recensire un libro - uno di quei testi che si propongono come letture da diporto, leggere, spiritose, ironiche, intelligenti - che pretendeva di classificare le donne secondo categorie che si volevano, se non proprio oggettive, certo razionalmente fondate, e tese a individuare modelli "tipici" e facilmente riconoscibili, psico-antropologicamente standardizzati, di femminilità; credo che avesse come titolo qualcosa come I venti tipi di donna.
 Nonostante fosse chiaro fin dall'inizio che l'autore - o gli autori, ora non ricordo - non intendessero prendersi troppo sul serio, quel misto di scanzonata superficialità e di capziosa acribia tassonomica che costituiva lo stile di fondo del libro finiva per ricalcare una serie di luoghi comuni sul genere femminile la cui bonaria presa in giro altro non era, di fatto, che una forma di legittimazione; e siccome, in questo modo, l'impressione complessiva era che il libro prendesse molto più sul serio di quanto dava mostra di fare la sagacia dei principi di classificazione adottati, l'effetto finale era piuttosto deprimente: venti tipi di donna sembravano davvero al costernato lettore o troppi o troppo pochi.
 A tutt'altro livello di complessità anche All that Man is rischia di cadere nella medesima trappola: il libro, infatti, si compone di nove racconti "esemplari" che individuano nove figure maschili molto diverse tra loro, e colte in momenti diversi della loro vita. Queste nove persone, nella loro caleidoscopica capacità di declinare in maniera differente pulsioni, aspirazioni e problemi esistenziali dalla radice consimile, dovrebbero illustrare in maniera esauriente agli occhi del lettore, come recita il titolo, Tutto quello che è un uomo.
 Il fatto è che, in questo caso, la trappola non scatta. Non scatta, prima di tutto, perché i nove racconti hanno uno sviluppo narrativo, e la scrittura narrativa, come sottolinea Annie Ernaux, ha quasi sempre la magica capacità di "disseppellire cose, magari anche una soltanto, irriducibile a ogni sorta di spiegazione - psicologica, sociologica o quant'altro -, una cosa che sia il risultato del racconto stesso, e non di un'idea precostituita o di una dimostrazione".
 Non scatta perché le vicende dei nove racconti, messe in ordine, disegnano lo sviluppo della vita umana dall'adolescenza alla vecchiaia, ma lo fanno con quel tanto di sfasamento tra un racconto e l'altro da frustrare la tentazione di trasformare i singoli pezzi narrativi nei capitoli di una sorta di unico romanzo a tesi.
 Non scatta, soprattutto, perché in ogni racconto vige la focalizzazione interna: il punto di vista adottato è sempre quello del personaggio di cui si racconta la vicenda, e questo porta il lettore all'immedesimazione, e nello stesso tempo crea quel senso di indeterminatezza rispetto al futuro che rende più avvincente la narrazione e i suoi protagonisti, e li sottrae a qualsiasi sforzo di classificazione. In più, le storie raccontate hanno tutte un finale ostentatamente "aperto".
 Certo, taluni voluti schematismi, che tendono a riportare tutto questo entro una ricercata cornice concettuale, permangono: l'età dei protagonisti dei racconti è progressivamente crescente, e le vicende raccontate si svolgono in mesi dell'anno che vanno in successione da aprile a dicembre, a tematizzare allegoricamente una corrispondenza tra la stagione dell'anno e la stagione della vita attraversata dai personaggi.
 Il primo racconto (che si svolge in aprile) ha come protagonista Simon, un riflessivo diciassettenne inglese che passa le vacanze viaggiando per l'Europa con Interrail insieme al suo amico Ferdinand. Simon appare costantemente dimidiato tra la curiosità di conoscere i luoghi di cui ha letto sui libri e che ha sognato di visitare, e il senso di spaesamento che gli provocano le situazioni per lui inedite in cui si trova suo malgrado, o lo scarso feeling che si palesa con il suo compagno di viaggio. Tanto che spesso finisce per chiedersi: Che ci faccio qui?. Così a Berlino, dove Ferdinand insiste per pernottare a casa di Otto, un ragazzo piuttosto scombinato in cui si sono già precedentemente imbattuti nel corso del loro viaggio; così a Praga, dove la signora quarantenne che li ospita in una camera in casa propria - la moglie di origine serba di un ex calciatore che passa le giornate a fumare indossando una vestaglia piuttosto provocante - tenta di sedurre Simon, ma poi, di fronte alla reticenza di quest'ultimo, ripiega su Ferdinand, che al contrario cede alla tentazione senza dare mostra degli scrupoli dettati all'amico dalla sua ipersensibilità.
 Il secondo racconto (maggio) narra l'avventura di Bernard, un ventiduenne francese di Lille, di famiglia proletaria, che viene licenziato dallo zio imprenditore - presso cui aveva cominciato da poco a lavorare dopo aver mollato l'Università - quando, alla sua svogliatezza, aggiunge la pretesa di usufruire di una settimana di ferie non ancora maturate. Le ferie gli servono per andare a Cipro con il suo amico Baudouin - studente universitario figlio di un dentista, che versa in condizioni economiche ben più floride delle sue -, con cui ha programmato la vacanza, ma che si tira indietro proprio alla vigilia della partenza. Bernard, avendo ormai prenotato e non potendo recuperare i soldi spesi, parte a malincuore da solo, "come uno sfigato". A Cipro si trova ad alloggiare in un albergo di second'ordine, lontano dal mare, privo di aria condizionata, in una stanza dove persino la doccia è fuori uso.
 In maniera del tutto inattesa, il suo soggiorno cipriota subisce una svolta quando, nella sala da pranzo dell'albergo, Bernard incontra Sandra e Charmian, madre e figlia, due burrose inglesi dall'appetito pantagruelico, dalla mole immensa, dal fascino paradossale e quasi ipnotico: estremamente ciarliera la prima, assolutamente silenziosa la seconda. L'incontro si trasformerà presto in una boccaccesca vicenda che vedrà Bernard gratificare della sua esuberante vitalità erotica prima la figlia e poi la madre.
 Al centro del terzo racconto (giugno) vi è invece Balàsz, un ventottenne ungherese, ex militare di stanza in Iraq, che nella vita civile ha trasformato la sua passione per il fitness in un lavoro diventando personal trainer in una palestra. Per arrotondare il suo magro stipendio, Balàsz accetta di fare da guardaspalle a Gàbor - un giovane cliente della palestra che ha accumulato una notevole quantità di denaro con traffici misteriosi e probabilmente piuttosto loschi - e alla sua fidanzata Emma - splendida ragazza dalla prorompente fisicità - durante un viaggio di affari a Londra. Il problema è che Balàsz è più o meno innamorato di Emma; e che, come ha presto modo di scoprire, il "viaggio di affari" organizzato da Gàbor ha lo scopo di trasformare Emma in una prostituta d'alto bordo disposta a concedersi a uomini molto ricchi e importanti che vogliono soddisfare i propri capricci con la garanzia di un'assoluta riservatezza.
 Quando uno dei clienti londinesi di Emma si mostra un po' troppo aggressivo, e la ragazza chiede aiuto, però, il muscoloso Bàlasz interviene picchiando selvaggiamente l'uomo e compromettendo in questo modo i "progetti imprenditoriali" di Gàbor e del suo socio locale, Zoli. Bàlasz viene licenziato in tronco, ma capisce presto che non è un grosso problema; ha ancora tutta la vita davanti a sé, e una quantità di nuove possibilità da cogliere.

 David Szalay

 Il quarto racconto (luglio) parla dei giorni destinati a cambiare la vita di Karel, un brillante filologo di origine belga sulla trentina, che vive a Londra e lavora in Università. Karel è stato incaricato dal padre di Waleria, la giornalista polacca con cui ha ultimamente intrecciato una relazione - che è il capo della polizia e uno degli uomini più potenti della sua città -, di condurre guidando fino in Polonia il lussuoso Suv d'importazione che ha appena acquistato. Karel vuole approfittare del viaggio per organizzare una piccola vacanza di qualche giorno in Germania con Waleria. E' la prima volta che si sente tanto bene con una ragazza. Quando la incontra a Francoforte, però, i programmi di Karel vengono sconvolti dall'annuncio che ella ha in serbo per lui: Waleria ha appena scoperto di aspettare un bambino. Angosciato dalla novità, Karel - che non si sente pronto a diventare padre, che tiene troppo alla sua libertà, e che teme che la sua carriera in impetuosa ascesa venga compromessa da eventuali responsabilità genitoriali - ingiunge bruscamente alla fidanzata di ricorrere all'aborto. La ragazza, che è di tutt'altro avviso, ci rimane molto male; il narratore li lascia così, sospesi intorno all'urgente decisione che sono costretti a prendere e che, in un modo o nell'altro, muterà per sempre le loro esistenze. Hanno tutto il tempo, se vogliono è una delle ultime frasi che viene lasciata ambiguamente cadere in chiusura della narrazione; ma è proprio così?
 Kristian, un giornalista danese di 38 anni, vicedirettore del principale tabloid pubblicato a Copenhagen, è il protagonista del quinto racconto (agosto). Kristian ha una moglie e due figlie, che però non vede praticamente mai, perché vive per il lavoro e passa tutto il suo tempo in redazione o in viaggio per seguire uno dei casi che il suo giornale intende documentare. La narrazione lo coglie alle prese, per l'appunto, con uno di questi "casi". Un collega ha raccolto le prove della relazione extraconiugale fra un Ministro del Governo danese in carica e la moglie di un ricco uomo d'affari. Nei giorni che vedono Kristian mettersi sulle tracce del Ministro - che sta passando qualche giorno di vacanza in Spagna - sulla base delle informazioni precedentemente raccolte, abbiamo modo di constatare come un riconoscimento puramente formale dei principi della deontologia professionale, l'opportunismo e una enorme dose di cinismo abbiano sostituito totalmente in quest'uomo l'etica e il rispetto di se stesso e degli altri. In fondo la sua vita si è trasformata in qualcosa di simile a una campagna militare, dove l'amore è stato rimosso come una cosa secondaria o comunque superflua, e le regole che contano sono esclusivamente quelle della "guerra".
 Il titolo del sesto racconto (settembre) potrebbe essere: La vita non è un gioco. James ha 44 anni, vive a Londra, e lavora per un grande gruppo immobiliare che si occupa della commercializzazione di prestigiosi complessi residenziali destinati ai turisti nelle più belle valli dell'arco alpino. E' abile e brillante nel sua professione, guadagna bene, ha una moglie e due figli che ama, ma difficilmente lo si potrebbe dire felice, perché sente pesare come un macigno sulle sue spalle la responsabilità di tutto quello di cui deve occuparsi: la sua famiglia, la sua casa, il suo lavoro; sente di avere un'età in cui non è più concesso scherzare, eludere le proprie incombenze, commettere errori: non c'è più nessuno spazio per la leggerezza e per la sperimentazione di cose nuove.
 Così, quando durante un viaggio di lavoro in Francia, in una bellissima vallata verde, incontra Paulette, una madre single di ventinove anni che lavora per un costruttore partner del suo gruppo immobiliare, e fra i due scatta un feeling immediato, e sembra sul punto di nascere un rapporto che va ben al di là della semplice stima professionale e della pura simpatia umana, James si tira indietro, perché ormai sa inequivocabilmente che la vita non è un gioco.
 Nel settimo racconto (ottobre), Murray è un uomo alla deriva: ha 55 anni, e dopo aver perso il lavoro per via delle sue negligenze ha deciso di trasferirsi dalla Gran Bretagna in Croazia, per lasciarsi alla spalle il suo Paese, la sua famiglia (il fratello e la sorella con cui non è mai andato d'accordo, come apprendiamo in apertura di narrazione, quando Murray si presenta, in ritardo, al funerale di sua madre), e tutta una società di cui non è mai riuscito a sentirsi propriamente parte. Vuole vivere da signore, lui, in un posto molto meno costoso di quello in cui è nato, sfruttando quello che ha ereditato e quello che gli è rimasto dal periodo in cui lavorava. Alla prova dei fatti, però, si rende presto conto che le cose non stanno esattamente come aveva immaginato: neppure in Croazia le sue scarse sostanze gli bastano per vivere agiatamente, non gli servono per farsi guardare da donne più giovani di lui, per procurargli gli amici che non ha mai avuto, né la considerazione sociale di cui non ha mai goduto. Murray finisce per realizzare che è e rimarrà agli occhi di molti un mezzo fallito - un miserabile - anche in Croazia, come lo era a Londra. Fanculo tutti quanti è la frase che meglio rappresenta il suo stato d'animo, e che potrebbe quasi diventare il suo motto.
 L'ottavo racconto (novembre) narra la vicenda Aleksandr, un tycoon di 65 anni, un ricchissimo uomo d'affari di origine russa - figlio di un membro della nomenklatura sovietica -, che al momento del crollo dell'Urss è stato abbastanza abile e spregiudicato da riuscire a sfruttare la sua posizione dentro quello che era il Ministero dell'Economia per costruirsi un impero finanziario, diventando una specie di "re del ferro". In realtà, però, dietro il velo delle apparenze - che lo vedono spostarsi tra automobili e natanti di lusso, circondato da innumerevoli uomini di servizio pronti a soddisfare qualunque suo capriccio -, il suo impero finanziario è sul punto di sgretolarsi: sua moglie - la sua terza moglie - lo ha lasciato proprio nel momento in cui una serie di investimenti sbagliati e una causa temerariamente intentata contro un suo vecchio nemico minacciano di intaccare gravemente le sue sostanze. Come gli fa notare Lars, l'avvocato che cura i suoi interessi, gli toccherà vendere il suo mega yacht, il suo jet privato, le sue case, le sue vigne, la maggior parte delle sue aziende. Gli rimarrà ancora di che vivere agiatamente, ma il suo potere economico sarà completamente annullato. Per chi è abituato a vedersi e a essere trattato alla stregua di un sovrano, una simile prospettiva risulta assolutamente deprimente; tanto che l'uomo pensa di togliersi la vita, senza però avere né la determinazione né il coraggio per farlo davvero. La conclusione mette a fuoco il profilo di un individuo che ha sacrificato al potere ogni cosa, e che, perso il potere, appare inevitabilmente finito.
 L'ultimo racconto (dicembre) ha per protagonista Tony. Tony ha 73 anni, ed è un ex membro del corpo diplomatico inglese ora in pensione (ci viene detto che in passato ha lavorato con John Major e con Tony Blair). Nel corso della narrazione scopriamo anche che è il nonno di Simon, il protagonista del primo racconto: quasi a voler chiudere idealmente il cerchio dell'impianto diegetico della raccolta. Lo troviamo in Italia, nella casa che con la moglie ha comprato nella campagna emiliana alla fine della sua carriera: un buen retiro, forse non elegante come quello che aveva sognato di possedere sulle colline toscane, ma a cui negli anni ha avuto modo di affezionarsi.
 Tony è un uomo ancora lucido e capace, ma su tutto quello che fa e su tutto quello che sogna incombe inevitabilmente il pensiero di essere ormai prossimo al crepuscolo della propria esistenza; e ciò che è più doloroso è il fatto che l'età non gli ha regalato la saggezza, né lo ha aiutato a trovare la chiave per dare un senso compiuto alla propria vita, né gli ha concesso il privilegio di fare pace con le proprie debolezze, le proprie paure, le proprie angosce; anzi, se possibile le ha acuite. Così, il rapporto con la moglie Joanna (che è più giovane di lui e che ancora lavora), che in alcuni frangenti era stato buono, è stato definitivamente incrinato dall'emergere della sua incontestabile, inconfessata, perpetuamente elusa omosessualità; i successi ottenuti nel suo lavoro, che aveva sperato potessero lasciare un durevole ricordo di lui, gli sembrano tutto sommato poca cosa. La sua unica consolazione è l'affetto dell'amatissima figlia Cordelia, la madre di Simon.
 E' proprio Cordelia a stargli vicino durante la convalescenza dopo un brutto incidente d'auto avuto in Italia, presso l'abbazia di Pomposa, quando le ombre della sua condizione si addensano chiudendogli completamente l'orizzonte. Ma neppure Cordelia può cambiare le cose, neppure il suo amore può fare da argine all'ineluttabile distruttività del passare del tempo.
 Forse - come suggerisce a Tony un verso di una poesia del nipote Simon che Cordelia gli ha orgogliosamente mostrato - all'uomo non è concessa altra soluzione per trovare la serenità da quella che comporta l'accettazione della propria impermanenza: l'abbandonarsi al tempo, che è l'unica cosa che dura, e la cui durata comporta di per sé la dissoluzione di ogni altra cosa.
 Il libro è estremamente suggestivo e ben scritto, e molti dei personaggi sono concepiti in maniera tale da risultare davvero memorabili. I parametri che vengono presi in considerazione per costruire la psicologia di uomini dal profilo umano tanto diverso sono, alla fine dei conti, pochi e ricorrenti: la coscienza di sé, la coscienza del tempo che passa, il rapporto col sesso, il rapporto col denaro, l'ambizione, la paura. Non c'è Dio, e l'amore è qualcosa di estremamente labile, transeunte, inconsistente. Ognuno appare, alla fine, desolatamente solo.
 La lettura è assolutamente interessante; ma il limite più grosso di quest'opera resta nel fatto che, con tutti i suoi pregi, si tratta di un libro fondamentalmente presuntuoso, a tratti un po' troppo meccanicamente schiavo dell'articolato impianto concettuale secondo cui è stato concepito.

Voto: 6,5

venerdì 24 novembre 2017

Paolo Rumiz, "Annibale. Un viaggio", Feltrinelli


 C’è un modo più affascinante ed efficace di qualunque altro di rivivere la Storia e afferrarne l’essenza: trasformare lo studio in investigazione, la passione in immedesimazione; riversare la ricostruzione documentaria e i dati archeologici nell’indagine psicologica degli eventi, e mettersi fisicamente in viaggio alla ricerca del passato.
 È quello che fa Paolo Rumiz in questo libro straordinario - risalente a qualche anno fa, ma destinato a trasformarsi in un classico, se già non lo è diventato - ponendosi sulle tracce di un personaggio come Annibale, capace di segnare la storia della nostra penisola e di tutto il Mediterraneo, e di restare segretamente annidato nella fantasia popolare, nei nomi dei luoghi, nei simboli di un passato certo lontanissimo, ma meno remoto di quanto comunemente si pensi: in fondo, nota l’autore, solo 36 nonni ci separano dall’epoca del comandante cartaginese.
 Scortato dai testi di Livio e di Polibio, e via via da storici, archeologi, semplici appassionati, e da una serie di donne e uomini per lo più inconsapevoli della loro capacità di evocare l’impronta dell’antico, Rumiz ripercorre tutta la vicenda di Annibale visitando i luoghi che fecero da cornice alle varie tappe della sua esistenza. Si sposta così dai resti di Cartagine, teatro dell’infanzia del futuro generale, a Cartagena, in Spagna, dove venne concepita sua leggendaria impresa; rifà l’epica marcia del suo esercito fino a oltre le Alpi e lungo tutta la dorsale appenninica, e si sofferma sui luoghi delle sue battaglie più memorabili dal Trasimeno a Canne; ricostruisce i tredici anni di permanenza di Annibale in Italia - con il panico che dilaga a Roma -, il suo rientro in patria, la sconfitta contro Scipione a Zama e la successiva fuga verso Oriente, braccato dai romani ma sempre imprendibile, fino all’Armenia, fino alla Bitinia e all’epilogo definitivo: la scelta obbligata del suicidio dopo il tradimento di Prusia che lo ospitava.

 Paolo Rumiz

 Durante questo pedinamento a distanza di due millenni di una figura che spesso sembra solo un’ombra, ma in alcuni momenti pare più concreta e vicina che mai, Rumiz mette in discussione alcuni dati storici acquisiti, e laddove la storia e l’archeologia hanno lasciato dei vuoti cerca di riempirli con la logica, e talvolta persino con intuizioni che fanno leva in maniera assai sagace sulla psicologia del generale come la si desume dalle decisioni da lui prese di cui è rimasta testimonianza, e sulla lettura degli indizi che i territori d’Italia, Europa e Asia minore e la loro gente parrebbero conservare del suo passaggio ancora oggi, dopo duemila e duecento anni.
 Ne viene fuori il ritratto commovente  di un personaggio gigantesco che ci appartiene – e appartiene alla storia di tutto il Mediterraneo – almeno quanto i romani, i quali cercarono invano di cancellarne il ricordo, ma che solo grazie a lui maturarono quella solidità e quella spregiudicatezza mentali, militari e politiche che furono capaci di renderli padroni di tutto il mondo antico.

Voto: 8

martedì 18 ottobre 2016

Halldor Laxness, "Sette maghi", Iperborea


 Pochi giorni dopo la scomparsa di Dario Fo e la discussa assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, voglio proporre un libro di un altro autore a cui fu assegnato il riconoscimento molti anni fa.
 Halldor Laxness, islandese, premio Nobel nel 1955, fu scrittore capace di fondere i caratteri tipici delle antiche saghe della piccola isola dalla quale proveniva con i grandi temi sociopolitici e filosofici della modernità novecentesca. Le sue opere spesso coniugano la potenza evocativa senza tempo dei miti, la freschezza delle tradizioni orali e la ficcante ironia degli umoristi più brillanti.  
 Sette maghi è una raccolta di racconti particolarmente significativa, perché accosta pezzi narrativi prodotti in un arco di tempo piuttosto lungo, e perché offre spunti che consentono di farsi un'idea abbastanza precisa del modo di fare letteratura di Laxness e della sua impostazione ideologica di fondo.
 Il primo racconto, La scoperta dell'India, ci porta in una terra lontana e dal sapore fiabesco, l'impero di Cina. Esso funge un po' da premessa al libro intero, ed è come se suggerisse al lettore il giusto punto di vista in cui porsi per interpretarlo correttamente: in primo luogo, infatti, rovescia la prospettiva eurocentrica a cui siamo abituati, invitandoci ad abbandonare le nostre certezze; in secondo luogo suggerisce che, nella vita come in un racconto, ci si può perdere per poi ritrovarsi, o ci si può imbattere in ciò che si cerca dove non ci si aspettava di trovarlo.
 Vi si racconta infatti dell'imperatore che, avendo sognato un Paese di favolosa ricchezza posto nel Lontano Occidente, chiede ai suoi cortigiani di partire alla scoperta di quella terra solo sognata. L'incarico della missione viene assunto da Zhang Qian, che messosi in viaggio, giunge nel paese degli Unni; grazie a una serie di circostanze fortunate, diventa re di quel popolo, dimenticando la sua missione per i dieci anni successivi. Ma una mattina, svegliandosi di soprassalto, ricorda l'incarico che ha ricevuto, abbandona tutto quello che ha e riprende il cammino. Dopo molto peregrinare arriva in India; e capisce che quello è veramente il Paese più bello e ricco del mondo, la terra sognata dal suo imperatore. 
 Napoleone Bonaparte è invece la storia di Jon Gudmundsson, un giovane contadino islandese che, cresciuto in una capanna sotto i ritratti appesi al muro di Napoleone e della regina Vittoria - gli unici personaggi storici di cui conosca l'esistenza - concepisce un giorno il desiderio di imbarcarsi per vedere il mondo e per fare grandi cose. Ritornerà povero e stracciato, convinto di essere il nuovo Napoleone Bonaparte e di aver riportato il cristianesimo in Danimarca scacciandovi i Turchi. Tutti lo tratteranno allora con delicatezza, curandosi di non spezzare la sua illusione.
 Pordur il vecchio zoppo è la storia di un pacifico operaio, lontano dalle ragioni del sindacato e impermeabile al marxismo - al contrario di tanti suoi colleghi - che, quando, nel novembre del 1932, la Giunta comunale di Reykjavik decide di ridurre i salari e di eliminare il sussidio di disoccupazione per "dare una lezione ai bolscevichi", si mette alla testa della sommossa dei lavoratori che chiedono di essere ammessi alla riunione dei consiglieri, e partecipa da protagonista ai tumulti noti come "Moti del Guttu", che costringeranno la Giunta a ritornare sui propri passi.

 Halldor Laxness

  La sconfitta dell'aviazione italiana a Reykjavik nel 1933 mette clamorosamente in ridicolo la tronfia prosopopea dei fascisti, che in Islanda nel 1933 approdarono davvero con 25 idrovolanti per fare scalo durante la traversata dell'Atlantico capitanata da Italo Balbo. Pavoneggiandosi con fare marziale nelle loro sgargianti divise, i fascisti italiani si trovano a scontrarsi casualmente con l'unico che nel Paese - notoriamente privo di un esercito - indossi un'uniforme elegante come le loro: un garzone d'albergo (che in Islanda viene chiamato familiarmente, con termine italiano, "piccolo"), Stefan Jonsson, capace di mettere ko l'arrogante capo-delegazione senza neppure sapere di chi si tratti.
 La Voluspa in ebraico parla di uno starno tipo, Karl Einfer, una sorta di bizzarro faccendiere capace di procurare ai suoi clienti qualsiasi cosa; da un massaggio a un dolce alla crema, dalla traduzione in aramaico di un antico poema a un corso di "spiritualità finanziaria", da un saggio grafologico a un premio internazionale (persino il premio Nobel per la letteratura!).
 Un'apparizione nell'abisso è ambientato in Sicilia, e mette in scena l'infatuazione di un giovane viaggiatore per una ragazza del luogo appena intravista attraverso le finestre di casa sua. Vi prevalgono atmosfere sospese e sognanti, e un lirismo attenuato dall'ironia che di tanto in tanto fa capolino fra le pagine.
 Il pifferaio consiste nel racconto - permeato di realismo magico - del rapimento di un giovane sguattero al servizio di una fattoria islandese da parte di un misterioso personaggio, dotato di un inverosimile cappellaccio, che porta sempre con sé un piffero racchiuso in un piccolo astuccio. Nel personaggio si può scorgere un riferimento allegorico neppure troppo mascherato ai tanti dittatori sanguinari che hanno funestato la storia del Novecento, capaci di incantare le masse e di tenere in ostaggio interi popoli
 Con Temucin torna a casa, il racconto che chiude la raccolta, si torna nell'estremo Oriente per narrare gli ultimi anni di vita del Gran Khan, sovrano di cui si parla rivolgendogli i più lusinghieri appellativi, ma che si rivela in realtà capace di compiere con serafica placidità i peggiori atti di sopraffazione nei confronti del prossimo, per il solo fatto di identificare la salute collettiva nella gloria della propria persona, come spesso fanno i potenti.
 Questo libro è un esempio perfetto di come, in Laxness, la linearità della narrazione contrasta fortemente con il suo contenuto, e la "facilità" dello stile si scontra con la problematicità delle questioni sollevate; si creano così effetti ora apertamente antifrastici ora raffinatamente patetici, che catturano l'immaginazione del lettore e rendono memorabile quasi ogni pagina.
 I racconti a mio parere più riusciti sono Pordur il vecchio zoppo e La sconfitta dell'aviazione italiana a Reykjavik nel 1933.

Voto: 7