lunedì 25 luglio 2016

Jaan Kross, "Il pazzo dello Zar", Iperborea


Pubblicato in Unione Sovietica nel 1978, tradotto per la prima volta in italiano nel 1994, e riproposto recentemente da Iperborea, Il pazzo dello Zar è un romanzo storico "a tutto tondo".
Jan Kross (considerato dalla critica fra i maggiori autori della letteratura estone) vi racconta, sulla base di rigorosissime ricerche documentarie, la storia di Timo von Bock, nobiluomo della Livonia (la regione baltica intorno al golfo di Riga, tra Estonia e Lettonia) che, all'inizio dell'Ottocento, osò infrangere il tabù della rigida separazione fra le classi sociali, e arrivò - sulla base di un religioso rispetto dell'onestà intellettuale - a mettere in discussione l'autorità stessa dello Zar, proponendo un programma di riforma dello Stato in senso liberale; per questo fu imprigionato per nove anni, e in seguito interdetto, dopo essere stato dichiarato pazzo, con l'attuazione di una strategia persecutoria nei confronti dei nemici del potere centrale che avrà larghissima applicazione anche nella Russia del Socialismo reale.
La principale fonte di informazioni a cui attinge Kross è il diario di Jakob Mattik, cognato di Timo, fratello di Eeva, ragazza di umilissime origini della quale il rampollo dei von Bock, con scandalosa decisione, aveva fatto sua moglie. Innamoratosi della giovane, dapprima accolta nella casa padronale come cameriera, Timo aveva deciso di far studiare sia lei sia il fratello, e poi di legare legittimamente a sé Eeva in matrimonio, fra lo sconcerto non solo degli aristocratici di Livonia, ma della corte zarista medesima.
Il romanzo è costituito da una sapiente rielaborazione in chiave narrativa proprio del diario di Jakob, che nel libro è dunque investito della funzione di narratore di tutte le vicende riguardanti Timo. Questo, da una parte, consente di osservare la personalità di Timo a distanza ravvicinata e di cogliere la specificità del suo pensiero e del suo stile di vita da dentro l'intimità del suo contesto famigliare; d'altra parte, però, crea una singolare distanza critica tra la figura di von Bock e il racconto della sua avventura umana.
Jakob Mattik, infatti, è un uomo del suo tempo, e si può dire che ne condivida tutti i pregiudizi e i limiti di visione. In più, non è aristocratico di nascita, e nei confronti dell'aristocrazia - e a maggior ragione dello Zar - nutre un'istintiva diffidenza tramata tanto di perplessità quanto di timore reverenziale.

Jaan Kross

I suoi sentimenti nei confronti del cognato, così, sono insieme di ammirazione, di affetto e di sospetto. Ad esempio, quando egli ritrova e legge attentamente il memoriale spedito da Timo allo Zar con i princìpi di una nuova Costituzione, ne condivide i giudizi, i criteri di analisi e lo spirito di fondo, ma dura fatica a convincersi che quello scritto sia frutto di raziocinio, di coraggio e di una proiezione profetica nel futuro, e non, semplicemente, di pura follia.
Il diario abbraccia più di trent'anni di storia, dal maggio 1826 (poco dopo la liberazione di Timo dalla prigionia nel tetro carcere di Schlusselburg) al giugno 1859, quando Jacob, prossimo ormai alla morte, decide di abbandonare l'impero russo per trasferirsi all'estero e di affidare i propri scritti al nipote Georg, stimato ufficiale della Marina zarista; il periodo più importante e più ricco di informazioni, però, è quello che arriva fino alla misteriosa morte di Timo nel 1837.
In questo decennio vediamo Jacob che, fra mille dubbi e qualche timore, tenta di penetrare nella mente di quel congiunto così ingombrante, fino a convincersi del valore della sua eredità e della necessità di serbarla per i posteri come qualcosa di prezioso.
Da una parte, questo ci permette di meglio valutare la rivoluzionaria portata delle idee di Timo von Bock, in un'epoca in cui con il potere sovrano non si scherzava (ricordiamo che nel 1825, pochi mesi prima della liberazione di Timo, venne soffocata nel sangue la rivolta dei decabristi, considerata la prima vera sollevazione anti-zarista della Russia moderna); d'altra parte trasforma Jacob nel vero protagonista del romanzo, il personaggio positivo ma dal profilo tutt'altro che eroico con il quale l'immedesimazione del lettore risulta quasi automatica.
Il libro nel complesso è molto bello e perfettamente costruito, anche se a tratti deve scontare qualche eccessiva pesantezza dovuta alla maniacale precisione storiografica con cui la vicenda viene restituita e all'intrinseca rigidità del ritmo imposto dalla scansione diaristica.
Comunque, da leggere.

Voto: 7

lunedì 11 luglio 2016

Alessandro Donati, "Lo sport del doping", Edizioni GruppoAbele



 Il libro è del 2012, ma vale più che mai la pena riprenderlo in mano ora, dopo i recenti veleni e sospetti che si addensano intorno alla nuova, sconcertante positività al testosterone sintetico riscontrata in seguito all’analisi di un campione di urine del marciatore azzurro Alex Schwazer, proprio alla vigilia delle Olimpiadi di Rio de Janeiro.
 Fra vivissimi ricordi personali e dati oggettivi meticolosamente raccolti e sapientemente collazionati, Alessandro Donati – grande allenatore della nostra atletica leggera, sempre in prima linea nella lotta al doping – ripercorre dall’inizio degli anni ottanta a oggi la storia delle sofisticazioni medico-farmaceutiche nello sport italiano di vertice (e non solo).
 Scandalose le reiterate complicità fra medici, allenatori, dirigenti sportivi e atleti che emergono con chiarezza e che si sono riproposte generazione dopo generazione: risultano coinvolti personaggi mai puniti come Francesco Moser, Alberto Cova (un mito della mia infanzia), Manuela Di Centa, Silvio Fauner, Maurilio De Zolt, e tanti altri.

 Il tecnico Alessandro Donati

 All’origine della mala pianta del doping nel nostro paese c’è la figura dell’accademico ferrarese Francesco Conconi: impressionanti le pagine in cui si racconta delle sperimentazioni da parte di Conconi dell’eritropoietina su se stesso, fino ad arrivare, a 56 anni, a completare la salita in bicicletta al passo dello Stelvio in soli due minuti in più di Moser.
 Conconi si lasciò dietro una scia di irrisolte ambiguità nella quale, in anni più recenti si è inserito un suo allievo, il famigerato Michele Ferrari.
 Si arriva a parlare anche del caso di Alex Schwazer – non ancora allenato da Donati all’epoca della stesura del libro –, clamorosamente trovato positivo una prima volta ad un controllo effettuato prima dell’ultima Olimpiade di Londra: per Donati è impensabile che l’altoatesino abbia assunto autonomamente sostanze proibite senza avere alle spalle quella rete di supporto a livello federale che è solita pretendere grandi risultati a qualsiasi costo dagli atleti di punta, salvo abbandonarli al loro destino se l’imbroglio che sono stati incoraggiati e aiutati a mettere in atto viene scoperto.
 La morale che si ricava è che la rivoluzione copernicana di cui lo sport italiano avrebbe bisogno non è ancora stata compiuta.

 Manuela Di Centa, campionessa olimpica, parlamentare e dirigente sportiva

 Solitamente non sono molto propenso a dare credito troppo facilmente a ipotesi dietrologiche, anche quando si tratta di argomenti controversi; eppure, rileggendo queste pagine a quattro anni di distanza dalla loro pubblicazione, si arriva a concludere come sia perfettamente plausibile che le provette destinate ai test antidoping da compiersi su Schwazer siano state manomesse per colpire il suo tecnico: troppi e troppo importanti sono gli ex campioni e i dirigenti dello sport italiano da lui denunciati, sulla scorta di fatti concreti, come responsabili di frodi sportive mai perseguite come tali.

Voto: 7,5

mercoledì 6 luglio 2016

Kate Summerscale, "La rovina di Mrs Robinson. Storia segreta di una donna vittoriana", Einaudi


 Quanta fatica hanno dovuto fare – e devono fare tutt’ora – gli uomini per formulare un sistema di regole capace di tenere ben distinta, all’interno della legislazione sul matrimonio, i capisaldi legali del contratto vigente fra due individui, e le personali valutazioni di natura morale?  Quanta fatica hanno dovuto fare – e continuano a fare – gli uomini per riconoscere la legittimità delle pulsioni sessuali femminili senza ridurle, assurdamente, a un “disturbo”?
 È questo solo uno degli approcci possibili alla vicenda di Isabella Robinson, una donna appartenente all’alta borghesia britannica ai tempi della Regina Vittoria, che negli anni cinquanta dell’Ottocento fu trascinata in tribunale dal marito (Henry, un ingegnere) per una delle prime e meglio documentate cause di divorzio di cui sia rimasta testimonianza in Inghilterra.
 La prova principe addotta dal marito per ottenere il divorzio (e per gettare la moglie nel fango) fu infatti il diario di Isabella, che Henry le sottrasse indebitamente mentre era malata. In un’epoca in cui la diaristica dominava la moda letteraria, il diario autentico sul quale Isabella annotava meticolosamente i propri sbalzi di umore, i momenti della propria infelicità coniugale, le manifestazioni della propria passione per altri uomini appare quanto mai ben scritto, fresco, vivace, interessante. Non solo: le spiegazioni che la donna (una piacente e brillante quarantenne innamorata del proprio medico di dieci anni più giovane) tenta di dare ai propri comportamenti (percepiti chiaramente come fuori dal solco della tradizione e della rettitudine) anticipano in maniera singolare sia i futuri sviluppi della psicanalisi sia quelli, ancora successivi, delle neuroscienze.

 Kate Summerscale

 Ma, al di là di tutti questi spunti, resta, vivissima, la palpitante avventura umana che coinvolse tutti coloro che fanno la loro comparsa nel romanzo: da Henry, prototipo dell'ingegnere un poco rozzo e volto esclusivamente alla sua professione, al dottor Edward Lane, giovane medico pieno di qualità, fra le quali non si può certo annoverare il coraggio; dalla moglie di Edward, Mary Lane, dolce e un po' sbiadita, tutta compresa com'è nel ruolo della moglie piena di virtù, al fratello di lei George Drysdale, che in gioventù si finse morto per due anni, travolto dalla vergogna per le proprie perversioni sessuali, e che, tornato a casa, divenne (con la prudenza di non rivelare mai pubblicamente il proprio nome) uno dei corifei del libero amore; dal saggio e incredibilmente ipocrita George Combe (modello dell'uomo vittoriano), a Charles Darwin, che fu tra gli ospiti della clinica idroterapica del dottor Lane proprio mentre era in gestazione il suo capolavoro L'origine delle specie, che muterà la storia delle scienze.

Voto: 6,5

giovedì 30 giugno 2016

Peter Firstbrook, "Scomparsi sull'Everest. Il mistero della spedizione Mallory-Irvine", Il Saggiatore tascabili


  Il libro ricostruisce minuziosamente la tragica vicenda di Mallory e Irvine, che tentarono di conquistare l’Everest nel 1924 e morirono nel corso della scalata (secondo alcuni dopo aver toccato il tetto del mondo ben 29 anni prima della conquista ufficiale compiuta a nome di Sua Maestà britannica dal neozelandese Edmund Hillary e dallo sherpa Tenzing Norkay); il racconto viene condotto anche sulla scorta degli indizi raccolti a seguito del ritrovamento del corpo di George Mallory nel corso di una spedizione del 1999 promossa dalla BBC alla quale Firstbrook partecipò.
 Mallory, tipico rappresentante della middle class inglese dei primi anni del Novecento scoprì l’alpinismo grazie all’influenza di alcuni suoi insegnanti, mostrandosi presto estremamente dotato per la disciplina e straordinariamente coraggioso. Per tutta la vita lottò per riuscire a conciliare la famiglia (si sposò poco prima della Grande Guerra ed ebbe tre figli) e la professione da insegnante (che non fu mai in grado di garantirgli una vera tranquillità economica) con la sua grande passione per la montagna. Nel 1922 fu incluso nel novero dei partecipanti a una prima spedizione all’Everest, che pur non riuscendo a insidiare la vetta raggiunse risultati sorprendenti, visti l’abbigliamento e l’attrezzatura dell’epoca (guardando le foto ci si chiede come quei pionieri potessero sopportare con quel tipo di vestiario le terribili temperature dei ghiacciai himalayani).
 La nuova, fatale spedizione del ’24 sancì la promozione di Mallory a punta di diamante della squadra di scalatori che doveva tentare la salita; come compagno scelse a sorpresa il giovane ingegnere Andrew Irvine (che aveva solo 22 anni, mentre Mallory ne aveva 38), in parte per il suo eccellente stato di forma, in parte per l’amicizia che era nata fra i due nella fase preparatoria dell’attacco alla vetta, in parte per l’abilità mostrata da Irvine nel riparare eventuali guasti alle bombole dell’ossigeno.
 Mallory e Irvine furono avvistati per l’ultima volta su un crinale a circa 8600 metri, dopo di che scomparvero nella nebbia e a non se ne seppe più nulla.
 Particolare commovente, l’ultimo messaggio di Mallory giunse alla moglie in Inghilterra dopo la notizia della sua morte.

 Una foto che indica il punto dal quale Mallory è presumibilmente scivolato sul crinale dell'Everest

 L’analisi del percorso compiuto dai due scalatori (condotta anche grazie all’esperienza di coloro che in seguito raggiunsero la vetta per la medesima via) porta a dubitare fortemente che possano essere arrivati in cima: non sono conciliabili con l’ipotesi di un successo né l’accertamento dei tempi di salita, né la durata dell’ossigeno delle bombole, né le elevate difficoltà tecniche previste da alcuni passaggi. Più probabile è che, sorpresi dal maltempo e dall’oscurità a una quota già considerevole, con l’ossigeno praticamente terminato (vale a dire – sopra gli ottomila metri – in stato di ipossia) abbiano tentato una discesa disperata, durante la quale un incidente avrebbe determinato la caduta fatale.
 Secondo l’ispezione compiuta sul cadavere di Mallory (mummificato e “marmorizzato” dal clima: impressionanti le foto), a compiere l’errore decisivo sarebbe stato proprio l’esperto alpinista, scivolando lungo un aspro declivio da una stretta crestina. Durante la caduta la corda che legava i due scalatori si sarebbe tranciata, e Mallory, ferito gravemente ma non mortalmente (aveva una gamba rotta subito sopra lo scarpone, alcune costole incrinate e altre fratture), si sarebbe fermato su un pianoro innevato, spirando in breve per il freddo, per gli stenti, per il deperimento dovuto all’altitudine. Più misteriosa la sorte di Irvine, forse caduto a sua volta, forse perdutosi sulla montagna e morto anch’egli di stenti.
 Ma tutti questi dettagli non riescono a intaccare il fascino di un'avventura che, per la sua stessa concezione, per l'ardimento dei suoi protagonisti e per la sua tragica conclusione, rappresenta veramente un mito fuori dal tempo.

Voto: 6,5

martedì 21 giugno 2016

Kent Haruf, "Crepuscolo", NNeditore


 Secondo capitolo della “Trilogia della pianura”, il terzo pubblicato in Italia (dopo Benedizione, atto conclusivo del ciclo, e Canto della pianura), Crepuscolo è un classico romanzo corale, in cui le vicende di diversi personaggi, accomunati dal fatto di vivere a Holt, immaginaria cittadina a vocazione agricolo-commerciale in Colorado, a volte si incrociano generando conseguenze inattese, altre volte si sfiorano paradossalmente senza toccarsi.
 Protagonista assoluta di tutte le storie narrate è la quotidianità, che stempera e attutisce ogni cosa – dai grandi affetti ai grandi dolori, dai comportamenti più meschini ai più sorprendenti gesti di generosità – dentro lo scorrere normale dei giorni e dei mesi, nella prospettiva limitata di una serie di esistenze individuali, per di più spesso votate alla solitudine.
 Vi sono due anziani fratelli, Harold e Raymond McPheron, che quando Victoria Roubideaux (teen mom cui avevano offerto ospitalità insieme alla sua bambina nel momento in cui non aveva più un posto dove stare) si trasferisce a Fort Collins per frequentare l’Università, si ritrovano desolatamente soli nella loro vecchia casa, nel mezzo del loro allevamento di bestiame fuori dall’abitato.
 Vi sono Luther e Betty, che vivono in una roulotte insieme ai loro figli Joy Rae e Richie, ma faticano a badare sia a loro stessi sia ai bambini, e riescono a sbarcare il lunario e a svolgere le più elementari incombenze domestiche solo grazie alle attenzioni e alle sollecitazioni dell’assistente sociale Rose Tyler (che saprà concedere la propria affettuosa amicizia anche a Raymond McPheron, quando costui perderà tragicamente il fratello).
 Vi è Hoyt Raines, lo zio di Betty, un ubriacone rissoso e violento incapace di tenersi una donna e un lavoro per più di qualche settimana, che non esita a sfogare i propri accessi di collera sui piccoli Joy Rae e Richie.
 Vi è DJ, un undicenne orfano di entrambi i genitori che vive col nonno ultrasettantenne, e si prende cura di lui come e meglio di un adulto; affrontando a viso aperto Hoyt Raines per difendere la cameriera di un pub da lui infastidita mostrerà a tutti di essere davvero più uomo di molti uomini fatti.
 Vi è Mary Wells una giovane donna abbandonata dal marito che pare sempre sul punto di lasciarsi andare, mentre la figlia maggiore Dena trova conforto dalla latitanza della madre a dall’assenza del padre nell’amicizia speciale proprio con DJ, suo coetaneo e loro vicino di casa.

Kent Haruf

 Nel seguire il racconto di tutte queste storie, tramate di gioie ordinarie e di ordinari dolori, ciò che più rimane impresso è la sobrietà della scrittura; una scrittura piana, scorrevole, ma non minimalista, anzi eminentemente descrittiva, e capace di utilizzare le descrizioni come strumento per aderire alla banalità talvolta sconcertante con cui accade quello che accade, alla semplicità con cui quello che c’è dichiara il proprio diritto a esistere.
 È ben percepibile, da parte di Haruf, lo sforzo di mantenere sempre un’assoluta onestà narrativa al cospetto del reale, forgiando uno stile che codifica letterariamente una visione del mondo perfettamente compartecipe della sofferenza degli uomini e del loro bisogno di reciproco accudimento, senza però esplicitarne mai la sostanza nella patetica proposta di chiavi di lettura preconfezionate delle vicende raccontate.
 Insomma, se nel lettore nascono sentimenti di pietà, di comprensione, di umana solidarietà per quello che avviene ai personaggi, questi stati d’animo sono già inscritti nelle cose narrate, e non artificialmente suggeriti dalle parole che li narrano.
 E questo, di solito, è indizio sicuro di essere in presenza di uno scrittore notevole.

Voto: 7+    

giovedì 16 giugno 2016

Breece D'J Pancake, "Trilobiti", Minimum Fax


 Minimum Fax ripropone in Italia l’unico libro pubblicato in vita da Breece D’J Pancake, promettentissimo scrittore americano morto suicida nel 1979, prima ancora di compiere 27 anni.
 Si tratta di una raccolta di dodici racconti, tutti ambientati in West Virginia e tutti dominati dalle medesime atmosfere e da tematiche assimilabili. I protagonisti sono in genere relativamente giovani (a volte addirittura molto giovani), ma hanno vissuto abbastanza da aver visto disattesi i sogni e le speranze cullati anni prima; appaiono così quasi dei sopravvissuti, dei residui di un passato dissolto e appena immaginabile, la cui unica testimonianza è costituita dagli incancellabili ricordi che – come relitti di un naufragio – sono conservati nella coscienza di ciascuno di loro.
 Stato d’animo prevalente in ognuna di queste narrazioni è un lucido disincanto impastato di profonda malinconia: così accade nel racconto eponimo Trilobiti, dove il giovane erede dell’unica fattoria rimasta a Company Hill, incapace di rendere produttivi i suoi terreni, passa il tempo a pensare al padre scomparso, a rievocare gli anni vissuti con lui e a cercare nei campi i resti fossili di ere geologiche lontanissime, consapevole di essere destinato a perdere sia Ginny, la ragazza che ama fin dagli anni del liceo, sia la fattoria, che sua madre vorrebbe cedere all’avido e ambiguo signor Trent.
 Così accade in La mia salvezza, dove il protagonista ha passato l’adolescenza a sognare di diventare un dj radiofonico in un’emittente di Chicago, ma ormai adulto si trova inchiodato a Rock Camp e al suo mestiere di meccanico; mentre Chester, l’amico di sempre, forse meno capace e onesto ma certo più spregiudicato di lui, ha avuto il coraggio di lasciare il paese natio al momento giusto (“prima che cominciasse a piovere merda”), è riuscito a diventare un attore piuttosto famoso, e ora fa finta di non conoscerlo.
 Così accade in Legno secco, dove Ottie, un camionista, durante uno dei suoi viaggi si ferma nel luogo dove è cresciuto e rivede Sheila, la ragazza che forse un tempo amava, e la trova intristita e invecchiata; rivede il suo amico fraterno Bus ridotto su una sedia a rotelle in seguito all’incidente avuto proprio con Ottie, un incidente volontariamente provocato da Bus, che cercava la morte probabilmente perché geloso di Ottie e di Sheila.
 Così, ancora, accade in Primo giorno d’inverno, dove Hollis, lasciato solo dai fratelli – trasferitisi altrove e impegnati con le loro famiglie –, si trova ad avere a che fare con due genitori ormai anziani e sempre meno capaci di badare a se stessi, mentre la stagione fredda incombe, e su ogni cosa si distende un’atmosfera quasi cimiteriale.
 La conclusione del racconto – che è anche la conclusione del libro – è esemplarmente elegiaca: “La neve oscurò il sole e mormorando la valle si richiuse quieta, quieta come un’ora di preghiera”.
 Altrove, spesso, la profonda inquietudine esistenziale dei personaggi incrocia problematiche legate alle dinamiche socio-economiche proprie del West Virginia, e alla riduzione per ciascuno di loro delle prospettive di riscatto individuale: si pensi a Valle (dove i protagonisti sono dei minatori alle prese con la difficoltà di far tornare i conti a fine mese); si pensi a Una stanza per sempre (in cui un marinaio in attesa di un imbarco si imbatte in una ragazzina scappata di casa che si prostituisce per vivere), o a L’attaccabrighe (storia di un pugile dilettante che sia arrangia con piccoli lavoretti per sbarcare il lunario).

 Breece D'J Pancake

 A volte l’intreccio dei racconti fa propri i meccanismi del giallo e del noir, senza però adottarne i ritmi incalzanti, rimanendo bensì ancorato alla rappresentazione di una realtà caratterizzata da quella desolazione morale e materiale che costituisce la cifra specifica di tutti i brani della raccolta: è il caso del già citato Una stanza per sempre, del notevole Cacciatori di volpi, di Quante volte (dove dietro il profilo dimesso di un piccolo allevatore di maiali si cela la sagoma spaventosa di un serial killer), di Come deve essere (che vede profilarsi l’ombra di un omicidio passionale).
 In una circostanza (in Il marchio) ci si addentra addirittura a esplorare la labirintica coscienza di una donna ingenua e disturbata, Reva, che è stata traumatizzata dalla perdita dei genitori anni prima, è segretamente innamorata del fratello e gelosa di tutte le donne che potrebbero avvicinarlo, ha un rapporto in generale morboso con tutto ciò che riguarda il sesso, e porta in grembo il figlio del marito Tyler senza riuscire a impedirsi di sentirlo terribilmente lontano. Alla fine Reva perderà il bambino e, in un accesso di follia, darà alle fiamme la casa dove un tempo era solita stare sola col fratello, e che costituisce l’unico ricordo concreto dei suoi genitori.
 Il più riuscito di questi racconti, quello che meglio riesce a contemplare e a lasciar convivere in maniera equilibrata quasi tutti gli elementi presi in considerazione, tuttavia, è per me Onore ai morti: scritto tutto in prima persona singolare, vede il protagonista, un giovane uomo con sangue pellerossa nelle vene, uscire di casa la mattina presto e percorrere a piedi la strada verso la città, mentre ricorda il suo amico Eddie, morto combattendo in Vietnam. Rievocando tanti episodi di vita quotidiana vissuti insieme, l'uomo finisce per chiedersi se Eddie non sia per caso andato a letto con Ellen, che in seguito sarebbe divenuta sua moglie, e se la loro bambina, la piccola Lundy, non sia in realtà figlia di Eddie ed Ellen.
 La tranquilla disperazione e il profondo disincanto che si respirano in tutte le pagine della raccolta, e l'aperto rimpianto per un passato irrecuperabile sono qui ipostatizzati in uno stile tanto asciutto, "onesto" e funzionale alla vicenda narrata da individuare un modo di fare letteratura che possiamo arrivare a definire "tipico di Pancake".

Voto: 7-

domenica 5 giugno 2016

Geminello Alvi, "Eccentrici", Adelphi


 Confesso di avere un debole per libri di questo tipo, in cui si isola la singolarità biografica di uno o più personaggi poco o punto conosciuti per cercare di coglierne lo “specifico umano”; se poi questi personaggi sono, come recita il titolo, degli “eccentrici” – uomini abituati a ragionare o a comportarsi in maniera affatto diversa rispetto alla maggioranza dei loro simili – l’operazione risulta ancora più curiosa e intrigante.
 Quarantatré sono le figure ritratte nel testo, da Ferdinand von Zeppelin a Henry Gauthier-Villars, meglio noto come Monsieur Willy – marito e “scopritore” di Colette −, passando fra i tanti per Cary Grant, Emilio Salgari, Giovanni Gerbi, Georg Trakl, Pancho Villa, Buster Keaton, Oliver Hardy, Greta Garbo, John Ronald Reuel Tolkien…
 L’autore fa in modo che alcuni di questi si raccontino in prima persona, altri invece vengano descritti da un narratore esterno; in un caso o nell’altro, comunque, per ogni ritratto Alvi cerca di creare uno stile originale, che rappresenti il personaggio prima ancora di narrarlo.
 Il libro, però, ha un problema di fondo: molti dei personaggi illustrati, in effetti, sono troppo poco eccentrici.

Geminello Alvi

 Al contrario, si tratta di uomini e donne per lo più di successo, perfettamente integrati nel sistema socio-economico in cui vissero; non sempre il loro anticonformismo fu particolarmente accentuato, ma tutti furono individualisti al punto tale da incarnare dei modelli perfetti per arrivare a titillare il narcisismo tipico della mentalità medio-borghese.
 Tenuto conto di queste osservazioni, i ritratti migliori sono quelli che riescono a sfuggire alla trappola di una mitizzazione di maniera, focalizzando inediti aspetti intimi della vita del personaggio raccontato.
 Io citerei quelli di Carlo Lorenzini (il Collodi), dell'avventuriero Ned Buntline, del lottatore Giovanni Raicevich, del pioniere del volo Otto Lilienthal (novello Leonardo che credeva nel volo librato, e lo sperimentava), di Pellegrino Artusi (gastronomo dalla vita avventurosa), di Raffaele Bendandi (bizzarro esperto di terremoti amato da una Rai Tv ancora in bianco e nero), del regista Mario Bava, di Hans Christian Andersen, del commissario-scrittore Antonio Pizzuto, del trasvolatore Géo Chavez, dell'aspirante alchimista Jean-Julien Champagne.

Voto: 6