venerdì 23 ottobre 2015

Svetlana Aleksievich, "Preghiera per Chernobyl", edizioni e/o


 Libro della scrittrice bielorussa premio Nobel 2015 sulle apocalittiche conseguenze che il più grave incidente nucleare della storia – del quale nella prossima primavera ricorrerà il trentesimo anniversario – ebbe sulle moltissime persone che furono investite dal disastro, e la cui vita fu letteralmente sconvolta.
 La Aleksievich non si sofferma sulle cause tecniche dello scoppio verificatosi la notte del 26 aprile 1986 al reattore n.4 della centrale nucleare di Chernobyl, e non focalizza nemmeno l’attenzione sugli attori principali di quanto avvenne, vale a dire sui responsabili e sui tecnici della centrale; sposta invece l’obiettivo sulla gente, su quella folla composita di semplici cittadini, soldati, pompieri, operai, contadini, insegnanti, funzionari statali, vecchi, ragazzi, che furono le vittime spesso ignare dei terribili effetti della fuga radioattiva nei giorni, nelle settimane, nei mesi, negli anni che seguirono l’esplosione.
 Per mettere pienamente al centro della scena tutti costoro, l’autrice utilizza un espediente efficacissimo: dopo un sintetico inquadramento storico della vicenda (che ricorda fra l’altro come i venti prevalenti, nei giorni successivi alla catastrofe, spinsero la nube radioattiva verso la Bielorussia, un quinto della popolazione della quale vive tuttora in aree contaminate), ella si eclissa completamente, trasformando tutte le sue interviste – raccolte nel 1996 – in monologhi che danno la possibilità a ciascuno dei protagonisti non solo di raccontare la propria esperienza di Chernobyl, ma di rappresentare, attraverso il proprio specifico punto di vista e il proprio peculiare modo di esprimersi (il proprio idioletto, potremmo dire in termini linguistici), tutto un mondo, irrimediabilmente lacerato o addirittura spazzato via dall’incidente.
 La molteplicità delle voci che si succedono consente così di costruire una sorta di narrazione collettiva in cui i sentimenti, i pensieri, i ricordi, le opinioni di ogni testimone si sommano, si accavallano, si rispecchiano, si contrappongono, si inseguono componendo un quadro dalle multiformi iridescenze e dalle patenti dissonanze, che costituisce forse la restituzione più fedele possibile di quella tragedia.
 Alcuni critici hanno notato come questo tipo di tecnica narrativa sia stata mutuata dalle opere di uno dei più noti scrittori bielorussi del Novecento, Ales’ Adamovich, e hanno parlato di prosa epico-corale; a me è tornato alla memoria lo schema utilizzato in molti romanzi di Roberto Bolaño, in cui diversi personaggi si passano il testimone della narrazione sviluppando il racconto come un flusso continuo in cui però si giustappongono e si completano molteplici prospettive.
 Nell’ampio affresco realizzato in questo modo emergono sia l’imperizia e la criminale negligenza di quei militari e di quei funzionari sovietici che, anziché tutelare le popolazioni colpite, si preoccuparono soprattutto di minimizzare la portata dell’incidente al cospetto dei media occidentali, sia l’indescrivibile sgomento di coloro che si trovarono esposti, ciascuno a suo modo, a una minaccia terribile e fino allora inimmaginabile, e videro improvvisamente sovvertite tutte le loro convinzioni.

Il premio Nobel 2015 Svetlana Aleksievich

 Vi sono i pompieri, gli elicotteristi, i soldati, che fecero proprio il mito dell’eroismo sovietico propagandato dal regime, e accettarono di lavorare vicino al reattore ancora ardente senza le adeguate protezioni, condannandosi a una morte certa, lenta e terribile. Vi sono i “liquidatori” chiamati a erodere, armati di semplici vanghe, lo strato superficiale del terreno contaminato, o a tagliare e seppellire i tronchi degli alberi della foresta che avevano assorbito le radiazioni. Vi sono i contadini, che in molti casi rimasero tenacemente aggrappati alla propria terra, nonostante le ingiunzioni di sgombero delle autorità. Vi sono, al contrario, coloro ai quali fu detto che potevano continuare a vivere come sempre, e che non prendendo le necessarie contromisure per evitare la contaminazione persero se stessi e i propri figli. Vi sono le mogli e le madri di coloro che andarono incontro alla morte soltanto per aver ubbidito a un ordine. Vi sono quelli che sull’esperienza di Chernobyl pretesero di costruire una nuova filosofia del vivere, e svilupparono una sorta di disincantata misantropia. Vi sono coloro che nella campagne abbandonate intorno al reattore si trasferirono pochi anni dopo il disastro per sfuggire alle guerre che, al momento della dissoluzione dell’Unione Sovietica, si accesero in tutti gli angoli dell’ex impero. Vi sono i bambini malati, che scontano colpe non loro collegate a errori commessi prima del loro stesso concepimento.
 Alcuni episodi e alcuni particolari riportati dai testimoni sono indimenticabili: come quel giornalista che, nell’effettuare delle riprese nella zona dell’incidente, avverte la sensazione di trovarsi di fronte a uno scenario astratto, e si rende presto conto che quell’impressione deriva dal fatto che, nel pieno dello sbocciare della primavera, a Chernobyl i fiori non profumano e gli uccelli non cantano. O come quel soldato che, tornato a casa da Chernobyl, nell’atto di distruggere la propria divisa contaminata dalle radiazioni, decide di tenere il berretto a bustina che aveva promesso di regalare a suo figlio piccolo, e così facendo inconsapevolmente condanna il bambino, che di lì a poco morirà per un tumore al cervello.
 In tutto questo, i sentimenti prevalenti sono un senso di terribile solennità di fronte a un disastro immane e una profondissima commozione.

Voto: 8

sabato 17 ottobre 2015

Annie Ernaux, "Gli anni", L'Orma


 Come si può scrivere un’autobiografia senza rinchiudersi nell’angustia di una prospettiva radicalmente personalistica, anche qualora si riescano a eludere i rischi dell’autoindulgenza o della smodata celebrazione di sé? Come si può, contemporaneamente, provare a cogliere le caratteristiche, gli avvenimenti, i momenti essenziali della propria epoca storica, senza scivolare in luoghi comuni da divulgazione giornalistica o senza adottare, al contrario, uno sguardo troppo eccentrico e distorto?
 Ci prova in questo ottimo libro la scrittrice francese Annie Ernaux, classe 1940, che compie un’operazione stilisticamente assai interessante: fin dall’inizio evita di parlare di se stessa dicendo “io”, e rinuncia – per così dire – ad essere la protagonista unica della propria storia; pone invece in primo piano gli anni che ha vissuto, distillandone sulla base dei propri vividi ricordi il senso, il clima morale, le immagini indelebili. Soggetto e testimone di tutto ciò che accade non è quindi un singolo individuo, ma tutta una generazione: da qui l’uso abituale del “noi” per descrivere, rievocare, raccontare.
 Solo a tratti l’inquadratura “si stringe” e pone al centro della scena la Annie di un tempo, narrandola però sempre in terza persona, e soffermandosi su singole istantanee che la colgono ad età diverse, in momenti differenti, ma tutti ugualmente significativi, della sua esistenza.
 In questo modo è come se l’autrice utilizzasse il suo io semplicemente per filtrare tutto il tempo che l’ha attraversata, trasformando se stessa in una sorta di setaccio che spesso è solo accarezzato dal flusso degli avvenimenti, mentre altre volte ne trattiene cospicui frammenti, ne viene colpito, deformato e modellato.

Un'immagine giovanile di Annie Ernaux

 Si rivivono così i primi anni del dopoguerra, le tavolate famigliari nella provincia francese, quando, riemersi dalle asprezze della guerra d’occupazione, si alzavano i calici per brindare “ai crucchi, che non ne berranno”. Nei pomeriggi d’infanzia si sognava Parigi, lontana solo 140 km eppure quasi irraggiungibile, e si seguiva sulle cartine il percorso del Tour de France; ci si appassionava al dibattito sul raccapricciante affaire Dominici, e si guardava con diffidenza alla scuola e all’istruzione, almeno al di sopra di un certo livello.
 E poi il progredire degli anni cinquanta: Sartre era sempre un’icona, De Gaulle sembrava destinano a vivere in eterno, ma l’ineluttabile processo di decolonizzazione presentava un conto salatissimo alla Francia, con la sconfitta in Indocina e l’infuriare della guerra d’Algeria. Per una ragazza, crescere voleva dire andare alla ricerca di modelli diversi dalla propria madre e dall’infinita catena di mogli e madri che l’avevano preceduta, e dunque aspirare all’indipendenza in un mondo in cui la donna non era per nulla padrona del proprio corpo, e il sesso era un continente sconfinato, attraente e proibito.
 Per Annie l’età adulta, l’epoca delle scelte – e degli errori a cui è difficile porre rimedio – arriva prima del maggio 1968, ineludibile spartiacque sentimentale e culturale, che cambierà irreversibilmente la società, ponendo una pietra tombale sull’intollerabile bigotteria del passato, su mille censure e paure, e aprirà un’epoca di fughe in avanti, di frenate, di entusiasmi e di malesseri, di sogni meravigliosi e di attese deluse.
 Tutto quello che verrà dopo ne sarà in qualche modo influenzato: la ricerca di una maggiore autenticità, la frustrazione derivante dal confronto fra il proprio anelito di assoluto e la mediocrità del quotidiano, l’eterna insoddisfazione per la politica e i politici, il tentativo di Annie di sfuggire alla prigione dei problemi contingenti per rifugiarsi in una sorta di “tempo palinsesto”, che le consenta di “ripercorrere” il già visto e il già vissuto con una consapevolezza maggiore della prima volta. 

Un recente ritratto fotografico di Annie Ernaux
      
 Importante è rilevare come in questo libro, nel complesso intrecciarsi di avvenimenti pubblici e privati, l’atteggiamento con cui si guarda al passato è fondamentalmente contemplativo più che storicisticamente impostato, anche se la memoria si organizza intorno ad alcuni principi guida di valore assoluto e ad alcune idee “forti”, che consentono ad Annie Ernaux di interpretare le stagioni di cui ha fatto esperienza, di prendere posizione e di esprimere giudizi molto netti su fatti e personaggi, suddividendo la propria vita in “tappe” ben definite: così,  l’antifascismo è una costante culturale della sua formazione (e l’appartenenza alla sinistra, qualunque fisionomia essa assuma, ne è l’eredità); il ruolo cardine del maggio 1968 è il punto fermo della sua giovinezza, soprattutto per la rivoluzione della morale sessuale e per l’emancipazione della condizione femminile (con l’introduzione dell’aborto) che ne furono le più dirette conseguenze; l’esigenza di “rivivere” il tempo trascorso per recuperarlo e meglio comprenderlo, affrancandosi in qualche modo dall’indeterminatezza del presente, è il portato essenziale della maturità.
 Il risultato che ne scaturisce è assolutamente notevole; il racconto è sempre vibrante, non vi sono passaggi a vuoto. Il lettore ne è conquistato, e la lettura risulta piacevole dall'inizio alla fine.

Voto: 7+

venerdì 9 ottobre 2015

Elena Loewenthal, "Lo specchio coperto", Bompiani


 Molti sono i libri notevoli costruiti attorno all’esperienza dolorosissima della perdita del compagno o della compagna di una vita: mi vengono in mente, nell’ambito della letteratura italiana, Il taglio del bosco di Carlo Cassola o Nei mari estremi di Lalla Romano.
 Il più appropriato termine di paragone che si può individuare per questo breve testo di Elena Loewenthal – storica traduttrice italiana dei romanzi dei principali scrittori israeliani – si trova però al di fuori dei nostri confini, ed è A Grief observed (pubblicato in Italia da Adelphi con il titolo Diario di un dolore) di Clive Staples Lewis.
 Il testo di C.S. Lewis è un tesissimo e profondissimo corpo a corpo con l’idea stessa della fede, condotto da un fervente cristiano precipitato nella più cupa disperazione dopo la morte della moglie. La realtà ineludibile di un dolore quasi insopportabile spinge l’autore fino a ipotizzare l’esistenza di un dio malvagio e spietato, che viene voglia di sfidare o addirittura di rigettare. Ma, a ben vedere, la straziante sofferenza di un uomo che ha perso quanto aveva di più caro al mondo non intacca per nulla le ragioni della fede; anzi le rafforza, invitando ad annullare le complesse geometrie dell’amore umano nell’assolutezza di una fede che può sussistere solo in quanto cieca e pura.
 La Loewenthal, invece, dopo la morte del compagno, si muove nell’ambito di una elaborazione del lutto secondo i rituali previsti dalla religione ebraica: lo specchio coperto da un drappo (da qui il titolo del libro) per fugare anche la tentazione di un episodico cedimento alla vanità personale del sopravvissuto al cospetto della solennità della morte; la settimana di lutto strettissimo in cui si rimane chiusi in casa a ricevere le pietose visite di amici e parenti.
 E tuttavia, soprattutto, il libro della Loewenthal, al contrario di quello di C.S. Lewis, presenta un profilo essenzialmente laico: la scomparsa del compagno non porta la scrittrice a fare i conti con la fede o con una dimensione trascendente in cui si suppone o si spera che possa sopravvivere qualcosa dell’amato; la morte è esplorata invece nella sua umana concretezza, per cui viene vissuta da chi rimane fondamentalmente come assenza straziante, vuoto incolmabile.

Elena Loewenthal

 Al sollievo iniziale per la fine della tormentosa malattia che si è portata via il compagno, subentra infatti per l’autrice il senso del “mai più”, o meglio del “per sempre” della mancanza: la consapevolezza dell’irreparabilità della perdita – la convinzione che nulla potrà più essere come prima – acuita dal quotidiano contatto con gli oggetti che appartenevano al morto, che erano “vissuti” dal morto, e che appaiono inevitabilmente carichi di ricordi.   
 E poi, una volta attutitasi la violenza dello schiaffo iniziale, prende corpo l’analisi attonita della fenomenologia del lutto, dello sconcertante agire della morte su di sé: alcuni dei ricordi che contro la propria volontà ineluttabilmente sbiadiscono; il dolore che si fa anche fisico, che si ricava uno spazio suo dentro il sopravvissuto, e che giorno dopo giorno si trasforma e lo trasforma; l’ombra di vaghi sensi di colpa, che si sposa a un desiderio di ribellione contro la vita che si traduce nella voglia di essere sgarbati con chiunque; la nostalgia, lacerante anche quando non è condita da alcun rimpianto; l’incertezza del futuro, incupita da un’unica, tragica certezza, quella che lui non ci sarà più; e, alla fine, l’intima comprensione del fatto che con l’amato è materialmente morta anche una parte di sé: tutto il proprio essere che era contenuto nei suoi pensieri e nel suo sentire.
 Per questo non c'è e non ci può essere nessuna vera, umana consolazione.

Voto: 7

P.S.: Curiosamente, per via di una di quelle coincidenze talvolta imbarazzanti che capitano in editoria, il libro della Loewenthal riporta in copertina la medesima immagine scelta per il romanzo di Marina Mizzau che ho commentato un paio di settimane fa (un'immagine forse più appropriata per questo testo che per quello...).

giovedì 1 ottobre 2015

Marco Balzano, "L'ultimo arrivato", Sellerio


 Libro vincitore – con pieno merito – del premio Campiello 2015.
 Ninetto Giacalone è un bambino siciliano di 9 anni che, in seguito alla paralisi che colpisce la madre, è costretto prima ad abbandonare la scuola per contribuire al sostentamento della famiglia, poi a lasciare la nativa San Cono, suo padre, la sua casa e tutto il suo mondo per partire al seguito di un semplice conoscente, Giuvà, alla volta di Milano in cerca di fortuna.  
 È il 1959, e sul treno pieno di emigranti come lui, Ninetto (detto “pelleossa”) porta con sé solo il ricordo del suo fraterno amico Peppino, il quaderno regalatogli dall’indimenticabile maestro Vincenzo Di Cosimo – con l’invito a tenervi un diario –, e il sogno di diventare un poeta.
 A Milano, in principio, il ragazzino evita di “dormire alla luna” solo grazie all’ospitalità di alcuni parenti di Giuvà (che peraltro gli offrono una sistemazione piuttosto sgradevole), ma imparerà prestissimo a cavarsela da solo: troverà lavoro dapprima come galoppino per conto di una lavanderia, poi come muratore, infine, al compimento del quindicesimo anno di età, entrerà come operaio all’Alfa Romeo di Arese. Prima ancora, però, sposerà Maddalena, una piccola calabrese – sua coetanea – lavorante in un pastificio industriale.
 In realtà, nella tessitura romanzesca, l’epoca avventurosa dell’approdo a Milano è rievocata da un Ninetto ormai cinquantasettenne, che ha appena finito di scontare dieci anni di carcere. In prigione – come si scoprirà solo nella parte finale del romanzo – il protagonista-narratore del libro ci è finito per via della conseguenze di una sorta di raptus di gelosia: Ninetto ha infatti accoltellato Paolo, fidanzato della figlia Elisabetta (avuta dalla sempre fedele Maddalena, che gli è rimasta vicina nonostante tutto), dopo averli sorpresi mentre si scambiavano effusioni in cantina.
 Rievocare il suo ormai remoto passato da emigrante serve a Ninetto per prendere le misure a una Milano che non riconosce più (e che non offre più nessuna delle infinite possibilità di un tempo), a provare a tracciare un bilancio della propria esistenza (paradossalmente, gli anni “tranquilli” vissuti come operaio all’Alfa Romeo gli sembrano ora i più grigi e tristi che abbia vissuto) e, soprattutto, a raccogliere le idee per realizzare quella che è diventata la sua più alta aspirazione: affidare alla piccola Lisa, la bambina che Elisabetta e Paolo hanno avuto dopo essersi sposati – e che da Ninetto viene accuratamente tenuta lontana – la storia della sua vita.

Marco Balzano festeggia la conquista del "Campiello"

 Il libro è decisamente bello, possiede una grande freschezza, e il racconto della vita del piccolo emigrante svolto attraverso la viva voce e il punto di vista del Ninetto adulto, – che peraltro evita ogni forma di autocommiserazione – è a tratti quasi commovente.
 Marco Balzano, con un’operazione di una certa raffinatezza, cerca di ricreare la parlata ibrida degli emigranti trasferitisi dall’Italia meridionale in Lombardia e ivi rimasti: un curioso impasto del dialetto siciliano (originario del protagonista), di un italiano “scolastico” e delle sue interferenze con l’oralità del dialetto milanese. Ne viene fuori una lingua che riesce sufficientemente “vera”, diretta e vivace, elaborata  e nello stesso tempo semplice da capire per il lettore.
 Questa lingua informa di sé l'intero romanzo, conferendogli un'impronta stilistica inconfondibile, che rende questo libro senz'altro più maturo rispetto alle precedenti, pur gradevoli, prove narrative dell'autore: Il figlio del figlio e Pronti a tutte le partenze.

Voto: 7

giovedì 24 settembre 2015

Marina Mizzau, "Se mi cerchi non ci sono", Manni


 Per il funerale di Leonardo, professore universitario brillante e un po’ scapigliato, dotato di un notevole senso dell’umorismo e di una buona dose di autoironia, si riuniscono tutti coloro che gli volevano bene e che gli erano legati: Antonia – la prima moglie –, la figlia già grande Elettra, la seconda moglie Elisabetta insieme ad Alessandra – la bambina che Leonardo tanto amava nonostante non fosse figlia sua –, le sorelle Marta e Maria Teresa, la vecchia zia Daria, il cugino Simone, i nipoti Valentina e Lorenzo, l’allievo prediletto Michelangelo, e poi ancora Leona, Beppe, Roberta, Franca…
 A descrivere la cerimonia funebre, il comportamento di ciascuno dei convenuti e il loro collettivo omaggio alla memoria del defunto nei momenti che seguono il funerale vero e proprio (la visita al cimitero, la riunione di parenti e amici a casa di Leonardo, il trasferimento della comitiva in un bar per l’aperitivo e poi in un ristorante per la cena) è una misteriosa narratrice interna, che assiste in prima persona a tutto quello che avviene, vi partecipa, ma rimane in disparte senza rivelare fino all’ultimo la sua identità.
 L’anonimato consente a questa voce narrante di mantenere una certa apparente neutralità nel tratteggiare la fisionomia di tutti gli altri personaggi, e di non alterare troppo con le sfumature del proprio personale affetto l’immagine di Leonardo che viene restituita nel ricordo dei presenti, che parlano e addirittura scherzano per farsi reciprocamente coraggio, come accade talvolta in simili, tristi circostanze.
 La rievocazione di Leonardo avviene sulla scorta di due specifici fili conduttori: quello del linguaggio e della sua proteiforme ricchezza, e quello del cibo. Il professore scomparso, infatti, condivideva con famigliari e amici l’amore per la buona cucina e, nello stesso tempo,  la passione per le sciarade, i rebus, gli indovinelli, i giochi di parole, i tic linguistici. Tutte queste formule e modalità espressive diventano, da una parte, la chiave attraverso cui ciascuno tenta personalmente di valorizzare “l’eredità spirituale” di Leonardo; dall’altra lo strumento in nome del quale Leonardo stesso lascia a quelli che gli erano più vicini dei commoventi messaggi “postumi”, con dei files da lui sistemati sul suo computer in modo tale che fossero facilmente ritrovati.
 Il cibo (oggetto di confronto e di discussione, oltre che di consumo), dal canto suo, ha fondamentalmente la funzione di esorcizzare la morte, richiamando alla memoria tutta la carica vitale di cui Leonardo era dotato.
 Tale schema trova il suo coronamento alla fine, quando la narratrice – l’unica alla quale Leonardo non ha lasciato messaggi, eppure quella in grado più di tutti di farlo “rivivere” – smette di nascondersi e svela la sua identità: si tratta di una studentessa di Leonardo, da molti anni perdutamente innamorata del suo professore e determinata a serbare gelosamente il ricordo dei loro momenti insieme e della loro speciale sintonia, cresciuta all’ombra della psicolinguistica; un legame in cui la condivisione della sensualità del cibo aveva forse avuto la funzione di sublimare un’attrazione di natura sessuale destinata a non avere libero corso. 

 La psicologa della comunicazione Marina Mizzau

 L’idea di fondo sulla quale viene edificato il romanzo è piuttosto originale; il suo concreto sviluppo, tuttavia, lascia molto perplessi. Il fatto è che tutto, in questo libro, appare assai meccanico, dalla costruzione dei personaggi alla gestione dei tempi narrativi, dai dialoghi alle descrizioni, dalle dinamiche psicologiche delle situazioni romanzesche alle stesse articolazioni dello stile: il motivo-cardine dei giochi linguistici, più tematizzato che incorporato nella sostanza stilistica del racconto, appare alla fine stucchevole; gli elenchi di termini riferibili alla medesima area semantica (spesso quella del cibo) sono talmente abusati da indurre a pensare che spesso si usi un approccio tassonomico per puntellare un impianto narrativo complessivamente un po’ fragile; gli snodi che collegano un episodio all’altro sono quanto di meno convincente e di più innaturale si possa immaginare.
 L'impressione finale è quella di un orologio che ostenta ingranaggi straordinariamente complessi, ma continua a segnare l'ora sbagliata. 

Voto: 5

giovedì 17 settembre 2015

Maurizio Maggiani, "Il Romanzo della Nazione", Feltrinelli


 Romanzo a cui è difficile affezionarsi per la frivolezza di uno stile molto manierato − impostato su una lingua falsamente mimetica della colloquialità corrente (una sorta di corrispettivo letterario della pittura dei bamboccianti) −, per il carattere più svagato che divagante della narrazione e per un certo diffuso solipsismo.
 Detto questo, non mancano gli spunti interessanti. Maggiani parte dall’esplorazione delle proprie fondamenta famigliari – le figure di suo padre e di sua madre –, divenuta urgente al momento della morte dei genitori, per trovare il giusto abbrivio onde realizzare il progetto che proprio quei lutti irreparabili hanno messo in forse: raccontare il “romanzo della nazione”.
 Raccontare il romanzo della nazione, per uno scrittore di ispirazione squisitamente anarchica come Maggiani, significa cogliere la scintilla emotiva e i riferimenti simbolici attraverso i quali le generazioni che ci hanno preceduto hanno sviluppato con naturalezza il proprio senso di appartenenza a un gruppo umano accomunato da uno stesso destino, e hanno lasciato questo bagaglio sentimentale in eredità ai loro discendenti.
 È chiaro che un compito tanto arduo non può che richiedere un approccio fondamentalmente asistematico e campionario. Così, il disordinato resoconto della malattia e della morte del padre e della madre si trasforma per Maggiani nell’occasione per riportare alla luce ricordi a cui si legano, in inattesa concatenazione, personaggi e concetti che affondano le loro radici proprio nell’epoca in cui l’Italia si fece nazione.
 Entrando in cortocircuito con quei ricordi e quelle concatenazioni, la chiave per accedere al cuore del “problema della nazione” finisce per essere un lacerto narrativo di carattere onirico e metaforico − una sorta di capriccio della fantasia − che galleggia da tempo nella mente dell’autore: un’archeologa (che ha le sembianze della figlia di un amico di Maggiani), impegnata negli scavi del porto sepolto di Magdala, veglia in un ospedale israeliano il suo uomo ferito e piantonato da due soldati in divisa.
 Il porto di Magdala, infatti, riporta automaticamente alla memoria il Regio Arsenale Militare di La Spezia (la città natale di Maggiani), voluto in prima persona da Camillo Benso conte di Cavour ancora prima che l’Italia fosse tale; e il lavoro dell’archeologa ispira quello dello scrittore, che si fa archeologo di sentimenti.  
 I sentimenti sono quelli delle genti di varia provenienza che si riunirono richiamate dal lavoro o dal caso presso l’Arsenale, e nella costruzione della corazzata Dandolo (la più potente nave da guerra di allora) scoprirono l’orgoglio dell’ideale appartenenza a una medesima collettività: si fecero, per l’appunto, nazione.

Una curiosa immagine di Maurizio Maggiani

 In quello straordinario crogiolo che raccoglieva semplici operai e professionisti di altissimo profilo, dissidenti politici e soldati, banditi in contumacia ed ergastolani in cerca di riscatto (con dieci anni di lavori forzati si poteva ottenere l’estinzione della pena), funzionari dei Savoia e ingegneri napoletani già al servizio dei Borboni nacque realmente un amalgama nuovo, una sorta di ipostasi ideale di un concetto originale di nazione, estraneo alla retorica ottocentesca della Lingua, del Sangue e del Suolo, e configuratosi invece come realizzazione di un’utopia culturale.
 Un’utopia alla cui ombra potevano vivere le personalità più diverse, figure note e meno note di quell’epoca straordinaria della storia d’Italia e d’Europa: uomini come Francesco Zannoni, mazziniano irriducibile e inventore dei moderni stabilimenti balneari; Felice Orsini, l’attentatore di Napoleone III; o Cristoforo Bezzi da Como, il ralmigatore (vale a dire colui che cuce gli orli alle vele) più capace del Regno, approdato nel Golfo dopo una vita oltremodo avventurosa che lo aveva visto prima giovane tamburino a fianco di Napoleone Bonaparte all’Elba, poi stimato artigiano ricercato in tutti i porti del Mediterraneo, da Malta, a Tunisi, ad Alessandria d’Egitto, e successivamente fiero garibaldino, che scelse di restare col Generale dopo il fallimento delle Rivoluzioni del ’48-’49, tanto da seguirlo fino in America, a New York, dove l’eroe dei due mondi lavorò nella fabbrica di candele di Meucci, e Bezzi esercitò la sua marinaresca professione a Coney Island.
 O ancora, donne come Carmela Chiribiri di Venezia, giunta giovanissima a La Spezia in qualità di ricamatrice e diventata, chissà come, “conduttrice di macchine”, poi eroicamente messasi a disposizione dei suoi nuovi concittadini durante l’infuriare del colera.
 A volte i protagonisti della vita dell’Arsenale incarnarono alla lettera l’idea della metamorfosi profonda da cui la nuova Italia nacque: si prenda Francesco Giuseppe Avignone, ex allievo ufficiale alla Nunziatella, degradato a sottufficiale del Regio Esercito in cui fu integrato dopo la conquista piemontese, diventato inventore di un'arma rivoluzionaria, il siluro, eppure mai gratificato col ritorno al grado originario; oppure Onelio Farnocchia di Livorno, ergastolano dapprima trasportato all’Arsenale in catene, riscattatosi e divenuto poi uno degli operai più stimati e ricercati di La Spezia.
 E in definitiva, nella storia di tutti costoro prende forma quello che è senz'altro l'elemento più affascinante di questo libro: l'idea che la nazione sia sempre e comunque una categoria dello spirito e mai una condizione oggettiva che sovrasta e predetermina gli individui. Se tutti la intendessero così, quanti guai ci risparmieremmo?

Voto: 5,5

giovedì 10 settembre 2015

Nicola Lagioia, "La ferocia", Einaudi


 È il libro che nel 2015 ha vinto il premio Strega.
 Il titolo è di quelli che possono sembrare di primo acchito suggestivi ed evocativi; in realtà è programmatico e didascalico.
 Questo è infatti, in pratica, un libro a tesi: l’autore intende affermare e dimostrare come la ferocia – al pari del cinismo, dell’opportunismo, della violenza, della volontà di sopraffazione – rappresenti una ineludibile legge di natura a cui uomini e animali conformano (potremmo dire deterministicamente) il proprio comportamento.
 La vicenda che viene raccontata sembra costruita appositamente per esemplificare questa tesi, escludendo o spingendo alla periferia dell’orizzonte del lettore qualunque cosa possa discostarsi dalla logica e dalla fenomenologia della ferocia.
La storia ha per protagonista una ricca famiglia di Bari, i Salvemini, il cui straordinario benessere è basato sulla spregiudicatezza del capofamiglia, il vecchio Vittorio, attivissimo imprenditore edile, tanto determinato nel concepire e perseguire la realizzazione di progetti grandiosi quanto abile nel garantirsi l’indispensabile appoggio di politici, magistrati, dirigenti pubblici, funzionari capaci di piegare la legge e le sue interpretazioni alle esigenze e alle ambizioni del loro cliente senza scrupoli.
 Vittorio ha una moglie, Annamaria – perfettamente assuefatta agli agi della ricchezza e pronta a compiere qualunque sacrificio in cambio del pubblico riconoscimento del suo ruolo di legittima consorte di un uomo di successo –, e quattro figli: il primogenito Ruggero, oncologo di fama internazionale ma talmente invischiato negli sporchi affari del padre, dopo avergli fatto per anni da prestanome, da non potersi costruire un’esistenza indipendente e lontana dai famigliari che detesta; Clara, bellissima e scandalosamente rassegnata a trasformarsi (non senza una cupa ironia, peraltro) in un oggetto al servizio delle pubbliche relazioni della famiglia; la giovane Gioia, all’apparenza soltanto sciocca e viziata, in realtà intimamente corrotta dall’abitudine dei suoi famigliari a usare per fini meramente utilitaristici le debolezze del prossimo; e infine Michele, la pecora nera, nato da una relazione adulterina di Vittorio (nell’unica occasione in vita sua in cui abbia messo in pericolo la sua famiglia-azienda per cedere al sentimento), allevato insieme ai fratellastri ma senza mai essere trattato realmente come loro − e forse per questo afflitto da gravi problemi psichici −, e tuttavia amatissimo da Clara, alla quale resta legato fin dall’adolescenza in maniera quasi morbosa.

Un'immagine di Nicola Lagioia

 Proprio l’affetto tra fratello e sorella, che sfugge alla legge fondamentale della ferocia (la quale prevede l’automatica emarginazione ed eliminazione del più debole o del “diverso”), in un contesto siffatto, rappresenta l’anomalia che metterà in crisi l’intero sistema, generando una sorta di inatteso buco nero capace alla fine di divorare tutta la ricchezza dei Salvemini.
 Quando infatti Clara morirà, per le conseguenze di quello che tutti credono un gesto suicida, ma che è invece qualcosa di peggio – cioè un incidente al termine di un festino erotico finito male, di cui la ragazza è stata protagonista insieme ad alcuni degli esponenti più in vista del mondo politico-culturale pugliese –, la sua famiglia sacrificherà il bisogno di renderle giustizia ai vantaggi che agli affari dei Salvemini possono venire dal ricatto operato ai danni di quegli importanti personaggi.
 Solo l’intervento di Michele consentirà alla verità di venire a galla; e tuttavia, il suo gesto smascheratore, volto a rompere la catena della ferocia di cui Clara è rimasta vittima, risulterà paradossalmente a sua volta di una ferocia inaudita, e travolgerà la sua stessa famiglia.
 Il libro di Nicola Lagioia è un’opera imponente e impegnativa, una macchina assai complessa in cui gli ingranaggi del romanzo famigliare, del romanzo sociale e del noir vengono regolati in maniera tale da muoversi simultaneamente.
 Particolarmente interessanti sono i personaggi, che vengono definiti come entità di per sé ambigue e sfuggenti, non sono privi di molteplici sfaccettature, e in alcuni casi presentano un profilo antropologico cesellato con quella che potremmo chiamare acribia psicanalitica; i loro chiaroscuri, però, vengono resi quasi illeggibili dall’assoggettamento di tutte le loro disposizioni alla norma dominante della ferocia, quasi che proprio la ferocia debba essere l'unico autentico personaggio.

Nicola Lagioia festeggia la conquista del Premio Strega

 Ma è soprattutto sull’aspetto linguistico che si gioca la vera personalità del romanzo. La lingua (che è in fondo l’elemento che mette in moto l’intero meccanismo) è a sua volta estremamente elaborata: in alcuni casi viene congeniata in maniera tale da avviluppare il lettore in una nebbia di parole, quasi si volesse mettere il soggetto o la realtà che si intende descrivere un po’ fuori fuoco, per ottenere un frastornante “effetto flou” in cui l’imprecisione genera dubbi che ingigantiscono il senso di inquietudine che permea intere sezioni del testo.
 Altre volte lo spin della frase si carica di pretese lirico-filosofiche cercando di tradurre concetti complessi in formule verbali che vorrebbero essere memorabili e nel contempo esatte nella loro complicata astrattezza.
 In generale si tratta di una lingua ad elevato tasso di sperimentalità, che cerca palesemente di forzare l’ottusità del linguaggio ordinario per guadagnare un terreno in cui il suo carattere risulti nel contempo nettamente scientifico e intensamente metaforico.
 Purtroppo l'esperimento riesce solo a metà, e il testo, nonostante alcuni passaggi indubbiamente felici, non arriva mai a trovare davvero un suo equilibrio stilistico, finendo per apparire molto verboso e piuttosto artificiale, tanto da smorzare alla lunga la tensione con cui si vorrebbe tenere il lettore sulla corda fino alla fine, e da rendere la lettura stessa assai faticosa.

Voto: 6-