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sabato 11 giugno 2022

Jana Karsaiova, "Divorzio di velluto", Feltrinelli


 Bratislava, dicembre 2005: Katarina è una ragazza slovacca di 27 anni, laureata in lingua e letteratura italiana, che è tornata a casa a passare il Natale con i genitori. Rivedere le strade, i palazzi, i locali della sua città, in cui è stata bambina e adolescente, e attraverso l'ottica della quale ha vissuto tutti i profondi cambiamenti che hanno investito il suo Paese all'inizio degli anni novanta (lo sgretolarsi del regime socialista cecoslovacco prima e la scissione fra Repubblica Ceca e Slovacchia poi), la riempie di una malinconia dolceamara.
 I motivi di questo contrastato sentimento sono molteplici: Katarina, che ora - dopo il matrimonio con il ceco Eugen - vive a Praga, dove tiene un corso di italiano all'Università, rimpiange l'equilibrio che aveva trovato negli anni del liceo e dell'università, quando lo studio appassionato della lingua italiana - utilizzata come un gergo per iniziati - le permetteva, insieme al suo piccolo gruppo di compagne di scuola e amiche, di neutralizzare l'asprezza invadente dell'insorgente nazionalismo slovacco e, nel contempo, di coltivare sobriamente il senso della propria appartenenza nazionale senza dare peso al provinciale disprezzo dei cechi verso gli ex compatrioti. 
 Ora quell'equilibrio è rotto: Katarina, a Praga, è la "moglie slovacca" di Eugen, e deve spesso sorbirsi il greve umorismo degli amici del marito sulla goffaggine dei suoi connazionali, e il gruppo delle sue amiche italianiste si è disperso: qualcuna è diventata mamma, qualcun'altra ha abbandonato lo studio della lingua di Dante, mentre Viera, l'amica del cuore e principale confidente di Katarina, si è trasferita in Italia, all'Università di Verona, dopo avere vinto una borsa di studio.
 La vittoria della borsa di studio è stata motivo di attrito tra Viera e Katarina, che sospetta che l'amica abbia ricevuto una dritta per aggiudicarsi il bando da Barbara D'Angelo, la loro ammiratissima professoressa di italiano, con cui Viera aveva iniziato una segreta relazione omoerotica.
 Ci sono però anche altre due ragioni per le quali Katarina annega nella malinconia: una è la profonda crisi che sta attraversando il suo matrimonio con Eugen, che da alcune settimane ha abbandonato la loro casa per una "pausa di riflessione", e che in realtà ha forse già un'altra donna. L'altra è la lontananza della sorella maggiore Dora - da sempre un punto di riferimento per Katarina - che sette anni prima si è trasferita negli Stati Uniti dopo aver tagliato i ponti con la famiglia di origine, e che da alcuni mesi ha smesso anche di inviare le laconiche email con cui dava telegraficamente a Katarina notizie di sé.
 La crisi con Eugen viene da lontano; infatti, non è che l'uomo fosse sempre presente per la moglie, prima della separazione: il lavoro lo portava spesso a Londra, e d'altra parte non erano mancati contrasti nel rapporto di Katarina con la famiglia di lui, molto benestante, molto borghese, molto praghese, assai lontana dalle radici culturali della ragazza; ma fra i due giovani c'era un amore autentico e reciproco, e Katarina sentiva la sicurezza di essere stata scelta da Eugen in piena autonomia.
 Il silenzio di Dora, invece, è come se sottraesse a Katarina una parte di sé: il suo sguardo e la sua felicità semplice di bambina, la sensazione di sentirsi protetta anche quando i genitori non la capivano o non si dimostravano all'altezza del proprio compito.
 
Jana Karsaiova
 
  In più, nei giorni in cui si svolge la storia, è come se la placidità del Natale facesse venire a galla tutte le questioni irrisolte fra la protagonista e la sua famiglia: la vena polemica e perbenistica della madre, che sembra sempre rimproverare alle figlie femmine di non essersi volute adeguare al modello di donna tradizionale da lei rappresentato; l'inettitudine del padre, ex professore di Storia in un istituto tecnico, incapace di superare il trauma del crollo del Socialismo reale, maldestro nel cercare di nascondere la sua predilezione per la figlia Dora, incline ad affogare le sue delusioni nell'alcol.
 Solo il ritrovamento di Viera e il riaccendersi dell'antica confidenza fra le due amiche sembra offrire a Katarina un appiglio per uscire dal pantano in cui si sente sprofondare. Viera le racconta la sua esperienza bella ma non facile dell'Italia e la sua tormentata relazione con la D'Angelo, e ascolta da Katarina la storia del lento spegnersi del suo amore con Eugen. L'affiatamento riscoperto è tale che Viera invita Katarina a passare il Capodanno con lei in Italia.
 La vacanza italiana di Katarina, conclusa dalla tragica notizia della morte di un amico comune suo e di Eugen, convincerà la protagonista della necessità di prendere atto - dolorosamente ma coraggiosamente - della fine ineluttabile della sua storia con Eugen con tutta la dignità e il buon senso possibili, per riprendere in mano la sua vita, ricucire i fili spezzati di tutti i suoi affetti antichi e accettare di aprirsi fiduciosa al mondo, come anche il suo Paese dovrebbe fare.
 Il suo sarà insomma un "divorzio di velluto", un trauma attutito capace di proiettarla verso un futuro complicato e affascinante, esattamente come la rivoluzione dalla quale la sua patria è nata.
 Il romanzo è interessante, perché come pochi riesce a sposare la grande storia - ancora piuttosto recente - della fine del Comunismo nei Paesi dell'est, e la storia particolare ed esemplare di una ragazza la cui adolescenza e giovinezza sono state anche frutto di quell'evento epocale e che, sulla scorta di quel bagaglio culturale, si trova ad affrontare le sfide e i problemi dell'età adulta.   
 Lo stile è semplice e piacevole, e la narrazione in terza persona risulta perfettamente funzionale tanto a quei mutamenti del punto di vista che consentono di spostarsi da un luogo a un altro o da una situazione a un'altra, quanto al bisogno di frapporre al racconto quelle precisazioni didascaliche talvolta necessarie in un'opera così articolata.
 Manca forse solo quel guizzo che rende un libro capace di "salarti il sangue".

In poche parole: Katarina è una ragazza di Bratislava, divenuta una studiosa di lingua e letteratura italiana che, cresciuta negli anni del crollo del Socialismo Reale e della dissoluzione della Cecoslovacchia, nel cuore degli anni Duemila vive i propri problemi di adulta sulla scorta del bagaglio culturale che quel trauma attutito e, insieme, l'amore coltivato sui libri nei confronti del nostro Paese le hanno lasciato. Il libro vive di fascinazioni sottili e di intriganti cortocircuiti: è bello, si legge tutto d'un fiato e offre uno sguardo sull'Italia e sugli italiani decisamente diverso da quelli a cui siamo abituati; anche se, forse, non è capace di quel guizzo tipico delle opere che sanno "salare il sangue" al lettore. 
 
Voto: 6,5

venerdì 31 dicembre 2021

Fabio Genovesi, "Il calamaro gigante", Feltrinelli


 I libri di Fabio Genovesi danno vita a uno stile letterario tutto particolare, che potremmo chiamare "realismo fiabesco": nell'ottica dell'autore, infatti, la realtà è intrinsecamente fiabesca. Ciò non significa che la visione espressa sia banalmente edulcorata, priva di articolazioni concettuali o di profondità; vuol dire invece che la vita e il mondo sono teatri dell'avventura e del mistero, dove il processo della conoscenza può compiersi autenticamente soltanto in una dimensione narrativa, emotiva e simbolica.
 Questi sono i paradigmi entro cui si inscrive anche Il calamaro gigante. In questo testo, che non è propriamente un romanzo, e ha un andamento divagante e sussultorio, Genovesi mette in collegamento il proprio costante spiazzamento al cospetto di un'esistenza che non riusciamo mai a padroneggiare fino in fondo, che riserva sempre delle sorprese, che pare in larga parte inconoscibile e in cui il caso sembra avere un ruolo preponderante con la storia naturalistica della scoperta del calamaro gigante.
 Il calamaro gigante popola le profondità degli oceani, luoghi da cui l'uomo è escluso, ma che pullulano di una vita che duriamo fatica a immaginare, e che procede da millenni indifferente alla nostra presenza sulla Terra. Per secoli, la scienza - nella sua sobria asciuttezza, che talvolta si trasforma in ottusa aridità - ha respinto come frutto di vaneggiamento qualsiasi tentativo di includere nel novero dei viventi quegli strani esseri che comparivano nei racconti spaventati dei marinai. I signori della conoscenza intellettuale di natura libresca tendevano a liquidare le narrazioni della gente di mare come pure leggende, prodotte dal distacco dalla civiltà, dall'abbrutimento, dall'alcol, dalla fantasia storpiata dalla solitudine.
 Eppure c'erano coraggiosi esploratori e persino uomini di lettere capaci di ascoltare chi il mare lo viveva quotidianamente, che avevano raccolto testimonianze e prove giocoforza frammentarie che suggerivano come i resoconti dei fortuiti incontri dei marinai con colossali mostri marini difficili da classificare avessero un fondamento di verità.
 Così, ad esempio, nel Seicento, un prete di Ravenna, don Francesco Negri, che a quarant'anni (età ragguardevole per l'epoca) si mette in viaggio dalla sua terra natale verso il grande nord e, di convento in convento, arriva fino alla terra dei Lapponi e al circolo polare artico per riportarne la prima descrizione del portentoso e terribile Kraken, "un pesce di smisurata grandezza, di figura piana, rotonda, con molte corna o braccia alle sue estremità...".
 Così, nel Settecento, il norvegese Erik Pontoppidan, vescovo di Bergen, che nella sua Storia naturale della Norvegia, a rischio di essere giudicato un folle, include - sulla base dei racconti della gente della costa - "il più grande mostro marino del mondo", e per primo lo battezza calamaro.

Fabio Genovesi

 Così Pierre Denys de Monfort il malacologo di Dunkerque che, alla fine del XVIII secolo, chiamato a completare l'imponente lavoro classificatorio di George Louis Leclerc de Buffon, si gioca tutta la sua credibilità scientifica azzardandosi a parlare - sulla base di una convinzione maturata negli anni - del polpo colossale e del polpo Kraken. Deriso e di fatto escluso dal mondo delle Accademie scientifiche dallo scetticismo dei colleghi, muore povero e solo di fame e di stenti a Parigi, nel 1820 o nel 1821.
 Il problema è che, a un certo punto gli avvistamenti del calamaro gigante da parte delle imbarcazioni che solcano gli oceani si moltiplicano: particolarmente significativo, perché ben documentato, quello che nel novembre del 1861 vede protagonista la nave francese Alecton del capitano Bouyer, lungo la rotta atlantica verso la Guyana. 
 E, con il moltiplicarsi degli avvistamenti, arrivano anche le prime prove concrete: i resti di tentacoli lunghi anche 10 metri raccolti da alcune baleniere, e poi calamari giganti interi, spiaggiatisi sulle coste dell'isola di Terranova e in Nuova Zelanda fra il 1871 e il 1881.
 E allora anche gli scettici devono ricredersi, arrendersi e ammettere che il calamaro gigante esiste; esiste, quasi a nostro dispetto, in abissi che ci sono preclusi, dove quotidianamente ingaggia una lotta per la sopravvivenza con il capodoglio, che se ne nutre e lo caccia, e a volte ne riporta ferite mortali. 
 Come nelle fiabe classiche, anche in questa documentatissima storia, naturalmente, c'è una morale: l'esistenza del calamaro gigante ci insegna che la natura non è al nostro servizio (come ci piace credere), che ne facciamo solo parte insieme a molte altre forme di vita, a volte lontanissime da noi, e la conosciamo meno di quanto pretendiamo di conoscerla - come ci raccontano le miriadi di errori di valutazione che l'uomo ha commesso nel corso della storia della scienza. Forse allora sarebbe il caso di rapportarci in maniera diversa con lei; perché, se la natura può esistere senza noi, noi non possiamo in nessun modo esistere al di fuori della natura. 
 
In poche parole: i libri di Fabio Genovesi danno vita a uno stile letterario tutto particolare, che potremmo chiamare "realismo fiabesco": nell'ottica dell'autore, infatti, la realtà è intrinsecamente fiabesca. Ciò non significa che la visione espressa sia banalmente edulcorata, priva di articolazioni concettuali o di profondità; vuol dire invece che la vita e il mondo sono teatri dell'avventura e del mistero, dove il processo della conoscenza può compiersi autenticamente soltanto in una dimensione narrativa, emotiva e simbolica.
Questi sono i paradigmi entro cui si inscrive anche Il calamaro gigante. In questo testo, che non è propriamente un romanzo e ha un andamento divagante e sussultorio, Genovesi mette in collegamento il proprio costante spiazzamento al cospetto di un'esistenza che non riusciamo mai a padroneggiare fino in fondo, che riserva sempre delle sorprese, che pare in larga parte inconoscibile e in cui il caso sembra avere un ruolo preponderante con una leggenda trasformatasi in dato naturalistico: quella di cui ci parla la storia della scoperta del calamaro gigante.
 
Voto: 7

domenica 11 luglio 2021

Virginia Woolf, "Orlando", Feltrinelli


 Orlando è uno dei romanzi più famosi e meno frequentati di Virginia Woolf, almeno in Italia. Difficile dire se questo avvenga per via della natura ibrida del testo (che rende problematico qualsiasi tentativo di collocazione e di classificazione secondo il sistema dei generi), della sua eccentricità rispetto al resto della produzione della scrittrice inglese (un tasso di sperimentalismo formale tutto sommato modesto, nessun abuso dell'indiretto libero, un po' di psicologia individuale, nessuna tortuosa indagine di complicate dinamiche familiari), del suo carattere fluviale (ben più brevi, concentrate, intense le altre opere narrative della Woolf). 
 La genesi del testo è nota: con questo libro, Virginia Woolf volle comporre un fantasioso ritratto letterario di Vita Sackville-West, amica e amante della scrittrice all'interno di una relazione entrata in crisi da un po'. Meno pacifici sono il suo significato metaforico e la sua interpretazione critica.
 Qualcuno ha scritto che Orlando sarebbe la più lunga lettera d'amore scritta dal romanzo colto al romanzo popolare (parafrasando il figlio di Vita, Nigel Nicholson, secondo il quale il romanzo è "la più lunga lettera d'amore della storia"), ma credo che tale osservazione sfiori soltanto la supeficie di quest'opera.
 Difficile è anche dare conto nel dettaglio della trama del libro: protagonista della vicenda narrata è Orlando, un cavaliere che attraversa tre secoli di storia inglese, dall'età elisabettiana fino al 1928, affrontando vari amori - con uomini e con donne - un cambio di sesso, una bancarotta, viaggi, guerre, matrimoni. 
 Cortigiano presso la corte di Elisaberra I e poi di re Giacomo, Orlando si innamora di Sasha, la bellissima e ambigua figlia dell'ambasciatore russo, che presto scompare venendo meno alle aspettative del protagonista. Partito per la Turchia, dopo varie peripezie e un sonno di sette notti e sette giorni consecutivi, Orlando si risveglia donna. L'accettazione della sua nuova identità di genere non risulta così difficile come ci si aspetterebbe; anzi, Orlando, in vesti femminili, passa un periodo presso gli zingari, che ritiene sappiano esaltare il ruolo della donna meglio di quanto faccia la cultura occidentale.
 Tornato a Londra, il protagonista si trova coinvolto in un processo per bancarotta (che durerà per moltissimi anni) e in amori di tenore diverso, con uomini e con donne di diversa estrazione sociale, ed entra in contatto, decennio dopo decennio, con le mode culturali e letterarie delle diverse fasi storiche, rivisitate con un pizzico di ironia. In tutto questo, incontra alcuni dei personaggi più illustri delle epoche frequentate e riesce infine a realizzarsi attraverso la stesura di un poema, intitolato La quercia, che - variamente giudicato dai letterati che lo leggono nel corso di trecento anni - regala al suo autore un inatteso successo di pubblico soltanto nel XX secolo.
 
Virginia Woolf
 
 La lettura è fascinosa e ipnotica, come sempre avviene con Virginia Woolf, che riesce a rendere interessante qualunque cosa sia oggetto del suo racconto - anche quella più lontana dall'esperienza personale del lettore - addomesticandola e riducendola a un aspetto familiare. Le peregrinazioni di Orlando, la sua sopravvivenza a dispetto del trascorrere del tempo, il suo risvegliarsi un bel mattino con un corpo di donna, le sue gravidanze, le sue fluide e coinvolgenti storie d'amore, le sue emozioni e le sue riflessioni puntuali e metastoriche: tutto la scrittrice riesce a far sembrare normale.
 Ogni traccia di artificiosità della trama, invero alquanto bizzarra, svanisce una volta che si accettino le regole del gioco implicitamente proposto dall'autrice; e a tratti ci si può persino immedesimare in quel curiosissimo personaggio che è Orlando.
 Di tutte le interpretazioni che sono state date del romanzo, la più convincente mi pare quella che vede in Orlando un'allegoria, rappresentata con ludica efficacia, di ogni avventura letteraria individuale: quale altra arte, infatti, può consentire al singolo fruitore di percorrere vari secoli da protagonista, di sperimentare un cambio di sesso, di incontrare le persone più fuori dal comune e di vivere con esse le situazioni più inusitate? 

In poche parole: Orlando è uno dei romanzi più famosi e meno frequentati di Virginia Woolf, almeno in Italia. 
Difficile è dare conto anche solo sommariamente della trama del libro: protagonista della vicenda narrata è Orlando, un cavaliere che attraversa tre secoli di storia inglese, dall'età elisabettiana fino al 1928, affrontando vari amori - con uomini e con donne - un cambio di sesso, una disastrosa bancarotta, viaggi, guerre, matrimoni.
Di tutte le interpretazioni che sono state date di quest'opera narrativa, la più convincente mi pare quella che vede in Orlando un'allegoria, rappresentata con ludica e scanzonata efficacia, di ogni avventura letteraria individuale: quale altra arte, infatti, può consentire al singolo fruitore di percorrere vari secoli, di sperimentare un cambio di sesso, di incontrare le persone più fuori dal comune e di vivere con esse le situazioni più inusitate rimanendo seduto nella poltrona di casa propria?
 
Voto: 7 

domenica 9 maggio 2021

Marguerite Yourcenar, "L'opera al nero", Feltrinelli


 Di Marguerite Yourcenar, in Italia, ultimamente, si legge e si fa leggere quasi esclusivamente Memorie di Adriano, il romanzo che, nella ricostruzione della biografia del grande imperatore, celebra il punto di maggiore splendore toccato dalla Romanità, il modello umano in cui si incarnava la mentalità che essa esprimeva, e il suo portato filosofico, compendio della visione del mondo propria dell'età classica prima della diffusione e del trionfo del cristianesimo.
 C'è però un altro testo della scrittrice francese che merita di essere ricordato e letto; è anch'esso un romanzo storico-filosofico e si intitola L'opera al nero.  
 L'opera al nero è ambientato nell'Europa nel Cinquecento, nell'epoca in cui il Rinascimento si estingue nell'irrigidimento dottrinario che Riforma protestante e Controriforma portano con sé, e nei prodromi nelle guerre di religione. Protagonista della storia raccontata è Zenone, figlio illegittimo di un giovane e affascinante prelato italiano, Alberico de' Numi, e di Hilzonde, sorella sedicenne di un ricco mercante, banchiere e imprenditore tessile fiammingo. Nato a Bruges nel 1509, Zenone - come sovente capitava allora ai figli illegittimi cresciuti in famiglie abbienti - viene destinato dallo zio Enrico-Giusto Ligre alla carriera ecclesiastica, e per questo riceve una vasta istruzione letteraria, filosofica e teologica sotto la guida del dotto canonico Bartolomeo Campanus. 
 Il temperamento curioso e trasgressivo di Zenone, tuttavia, non può accontentarsi di una cultura tutta e solo libresca: la sua ricerca del sapere non disdegna un'indagine "dal vero" dell'anatomia umana - perseguita grazie al legame col barbiere-chirurgo Jean Myers -, e l'esperienza dei principi della fisica e della meccanica, esplorati  in collaborazione con l'amico Colas Gheel, un tessitore rozzo ma abile che lo aiuta a costruire dei telai meccanici capaci di svolgere da soli il lavoro di più operai.
 A vent'anni, Zenone decide di lasciare la casa dove è nato e di mettersi in viaggio: in qualità di medico, alchimista e protoscienziato vivrà per più di trent'anni nelle corti di mezza Europa e del mondo arabo, al servizio di Signori e sovrani fra i più illustri dell'epoca, maturando a poco a poco assunti filosofoci che, pubblicati, lo esporranno all'accusa di eresia; tanto che, al suo ritorno a Bruges più che cinquantenne, sarà costretto a nascondersi sotto la falsa identità di Sebastiano Theus.
 A Bruges, dopo la tragica morte del vecchio barbiere-chirurgo, presso l'abitazione del quale si è sistemato, Sebastiano Theus trova posto come medico interno presso il convento dei Cordiglieri, con il Priore dei quali (uomo colto e sensibile, capace di elevarsi al di sopra dei pregiudizi del suo tempo) ha stretto una profonda amicizia. 
 Qui, nel 1569, a tradirlo involontariamente è il suo giovane collaboratore frate Cipriano che, coinvolto insieme ad altri novizi in una boccaccesca storia di convegni carnali con una fanciulla di nobili origini - durante i quali la ricerca del piacere sessuale si confonde con giochi e fantasie che si prestano a riecheggiare riti pagani e vecchie utopie teologicamente eterodosse -, costretto sotto tortura a indicare i suoi complici, fa il nome del suo medico. 
 A quel punto Zenone, posto di fronte al dilemma se essere giustiziato come peccatore carnale o essere processato come eretico, sceglie la seconda via e rivela la sua identità. Il processo gli consentirà di esporre le sue teorie difendendole in punta di logica; cosa che non gli risparmierà, nonostante i buoni uffici del suo vecchio maestro, il canonico Campanus, e del vescovo medesimo, la condanna al rogo. Prendendo in mano la propria sorte, Zenone si darà allora la morte da sé, aprendosi le vene come un antico filosofo. 
 
Una giovanissima Marguerite Yourcenar
 
 A dispetto delle accuse di "anacronismo" che vennero formulate all'uscita del libro a proposito delle idee attribuite ad alcuni dei personaggi, L'opera al nero riesce ad analizzare con notevole finezza quella sospensione tra pensiero magico, misticismo, fanatismo religioso, utopismo, materialismo e approccio scientifico alla conoscenza che è una condizione archetipica della mente umana e uno degli eterni dilemmi della psicologia di ogni uomo; e, contemporaneamente, fu una caratteristica della turbolenta evoluzione della mentalità nel periodo storico preso in esame.
 Nello stesso tempo, la Yourcenar mette in relazione con assoluta naturalezza religione, ideali filosofici, dinamiche del potere e lotta di classe come forse nel 1968 - anno di pubblicazione del romanzo - sembrava scontato, mentre oggi purtroppo non lo è.
 Interessante il titolo, che fa riferimento alla prima fase del processo alchemico, quella legata al colore nero, che si compie con la dissociazione degli elementi e la purificazione della materia; nella storia esemplare di Zenone è come se questo passaggio si realizzasse a nome di tutta l'umanità (in un duplice senso: perché Zenone attraversa le false convinzioni della sua epoca per avviarsi a un diverso metodo di ricerca della verità, e perché Zenone alla fine sacrifica la sua stessa vita per creare i presupposti, autodistruggendosi, di un più puro modo di esistere).
 Vi sono pagine davvero meravigliose  nel romanzo, capitoli che da soli valgono l'opera intera di molti scrittori: mi piace qui citare quelle in cui si descrive la nascita e l'evoluzione dell'amore tra Hilzonde - abbandonata da Alberico de' Numi, richiamato a Roma presso la curia pontificia, e poi rimasta "vedova" - e il vecchio e mite Simone Adriansen, folgorato dagli ideali comunitari e pauperisti degli Anabattisti; quelle in cui si parla dell'avventura grandiosa e allucinante degli Anabattisti al potere a Munster, e della sua terribile conclusione nel 1535, quando la città fu assediata, presa e saccheggiata dalle truppe cattoliche e da quelle luterane, coalizzate contro quella forma di radicale comunismo evangelico predicata dai "fratelli in Cristo", che minacciava l'autorità di principi e cardinali; quelle della morte di Benedetta Fugger, maldestramente assistita dalla sua pavida cugina Marta Adriansen durante la peste di Colonia; quelle della "passeggiata" di Zenone da Bruges fino al mare del Nord, con il proposito, poi accantonato, di imbarcarsi per l'Inghilterra; e poi quelle finali, del processo e della morte di Zenone, cariche di pietà e di orrore, di forza e di bellezza.
 Resta alla fine l'impressione di un testo che, per quante volte lo si rilegga, è sempre in grado di dire qualcosa di nuovo e di riservare sorprese.
 
In poche parole: sebbene di Marguerite Yourcenar, in Italia, si legga e si citi ormai quasi solo le Memorie di Adriano, esiste almeno un altro testo della scrittrice francese che non smette di brillare e che, per quante volte lo si rilegga, è sempre in grado di dire qualcosa di nuovo: L'opera al nero
Anch'esso è un romanzo storico-filosofico, ambientato però nelle Fiandre del Cinquecento, l'epoca in cui lo slancio del Rinascimento si estingue nell'irrigidimento dottrinario che la Riforma protestante e la Controriforma portano con sé, e nei prodromi delle guerre di religione. Protagonista della vicenda raccontata è Zenone, medico, teologo, alchimista, protoscienziato, che attraversa il secolo e l'Europa di allora alla ricerca di una conoscenza che - come avviene nella prima fase del processo alchemico - forse può avere origine solo dall'olocausto dei fondamenti filosofici di ogni idea pregressa sull'uomo, su Dio e sul mondo la civiltà cristiana pretenda di consegnare alla modernità.
 
Voto: 8 

domenica 15 novembre 2020

Antonio Tabucchi, "Sostiene Pereira", Feltrinelli

  

 
 Oggi voglio parlare di un romanzo uscito più di venticinque anni fa, che per pulizia stilistica, efficacia narrativa e valore civile si può a buon diritto considerare un classico contemporaneo, ma che ultimamente risulta poco letto e poco antologizzato: Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi.
 La vicenda di cui il libro consta è nota: nella torrida estate portoghese del 1938, Pereira, un maturo giornalista che, dopo essersi occupato per quasi trent'anni di cronaca nera per un grande quotidiano, è stato chiamato a dirigere la pagina culturale di un piccolo giornale del pomeriggio di ispirazione cattolica ma formalmente indipendente, il "Lisboa", conosce Francesco Monteiro Rossi, un giovane neolaureato, mezzo portoghese e mezzo italiano, rimasto da poco orfano di entrambi i genitori, che ha scritto una tesi sulla morte. Pereira - che è vedovo da molti anni, praticamente non ha amici, e si confida quasi solo con un vecchio ritratto fotografico di sua moglie che tiene sopra la libreria all'ingresso del proprio appartamento - è ossessionato dall'idea della morte, un po' perché la sente non troppo lontana da sé (è sovrappeso e cardiopatico, e forse non gli rimane molto da vivere), un po' perché, da buon cattolico, pur essendo convinto della resurrezione dell'anima, è turbato dal problema della resurrezione della carne. 
 Così Monteiro Rossi - in cui Pereira rivede se stesso al tempo degli studi a Coimbra, e che per età potrebbe essere il figlio che lui e la moglie non hanno mai avuto - conquista la sua simpatia, tanto da portarlo a concepire l'idea di prenderlo presso di sé come praticante e di affidargli una rubrica sulle ricorrenze e la stesura dei necrologi anticipati (i cosiddetti coccodrilli) dei grandi scrittori europei che hanno raggiunto un'età tale da lasciar suppore che la loro scomparsa non sia lontana. 
 Il fatto è che Monteiro Rossi, in realtà, non ha alcuna confidenza con la morte e con la sua funzione livellatrice e pacificatrice: la sua tesi è stata in gran parte copiata (da Feuerbach e da altri filosofi) ed egli, stimolato da Marta, l'incantevole ragazza dai capelli color rame di cui è innamorato, sembra non poter fare a meno, in ogni articolo che propone a Pereira, di mettere in relazione la sostanza letteraria degli autori presi in considerazione con la loro statura morale, ideologica e politica: tutti i suoi necrologi risultano in questo modo impubblicabili. Del resto, se si guarda a uno scrittore non come a un monumento, ma come a un uomo, vale a dire pensando non alla morte, ma alla vita, è inevitabile prendere in considerazione anche la sua impostazione ideologica di fondo.
 E poi, come si fa ad ignorare che nell'Europa della fine degli anni trenta non si può concepire una cultura svincolata della politica e dalla morale? Monteiro Rossi lo intuisce grazie a Marta, che è un'attivista schierata a favore della causa repubblicana nella guerra civile che infuria nella vicina Spagna, e dalla quale si lascia convincere a impegnarsi nel reclutamento di volontari pronti a partire per combattere contro i franchisti nelle brigate internazionali. Pereira, invece, è costretto a prenderne atto quando, dopo aver pubblicato sulla sua pagina culturale un racconto di Alphonse Daudet dall'impostazione filofrancese ambientato ai tempi della guerra franco-prussiana del 1871, riceve un severo rimprovero da parte del direttore del suo giornale, che di fatto lo esautora dal suo ruolo di responsabile della cultura: infatti, nel Portogallo salazarista, alleato dei franchisti, simpatizzante di Hitler e di Mussolini, risulta semplicemente intollerabile esprimere un'opinione anche solo vagamente filofracense e obliquamente contraria alla Germania.
 Ma l'azione dei nazionalisti di Salazar non si limita alla censura: quando Monteiro Rossi, ormai ricercato dalla polizia per la sua opera di reclutamento di volontari per la guerra civile spagnola, trova rifugio in casa di Pereira, l'anziano giornalista vede irrompere nel suo appartamento tre squadristi che gli puntano un'arma addosso, portano Monteiro Rossi in camera da letto e picchiano fino alla morte il ragazzo. Affranto e scioccato, ma ancora lucido, Pereira decide allora di raccogliere tutto il suo coraggio, di gettarsi alle spalle la prudenza che ha sempre caratterizzato la sua condotta e di giocare un'ultima beffa al regime grazie a uno stratagemma, sfruttando il suo ruolo di giornalista, prima di cercare di abbandonare per sempre il suo amato Paese. 
 
Antonio Tabucchi
 
 La finezza letteraria e la felicità d'invenzione si colgono già nell'impostazione di fondo e nella scelta del narratore: la storia viene infatti raccontata in terza persona da un narratore esterno, assolutamente ben documentato ma niente affatto onnisciente, sulla base della testimonianza diretta del protagonista. 
 Così, il punto di vista di Pereira risulta assolutamente pervasivo, eppure è come se il lettore venisse invitato con scrupolo cronachistico a mantenere un piccola distanza critica da quanto viene riportato (la sottigliezza di quel "sostiene" ripetuto in continuazione è eccezionale); tale distanza critica, tuttavia, più che a mettere in dubbio quello che Pereira riferisce, serve a rafforzare il senso di verità del racconto, sulla base delle prove documentarie a cui si fa cenno (i "necrologi anticipati" di Francesco Monteiro Rossi che Pereira ha conservato in una cartella) e dell'evidente affidabilità del testimone.
 I personaggi, poi, vengono costruiti tutti con una tecnica che si basa su pochi tratti caratterizzanti, come rapide pennellate, capaci di attribuire a ciascuno di essi una collocazione precisa nell'universo di Pereira, l'unica figura dotata di una fisionomia molto più complessa: Monteiro Rossi, timido e appassionato, sempre propenso a seguire le "ragioni del cuore" e a guardare alla vita anziché alla morte; la pasionaria Marta, spigliata e petulante, dalle belle spalle bianche e dai capelli ramati; il camerire Manuel del cafè Orquidea, pronto come un gazzettino a riportare le notizie della guerra civile spagnola che non compaiono sui giornali portoghesi; padre Antonio, lo sbrigativo francescano dalle idee progressiste che è l'unico vero amico di Pereira; il dottor Cardoso, dietologo e psicologo, formatosi in Francia e capace di incoraggiare la "rinascita spirituale" del protagonista; la portiera dell'edificio dove ha sede la redazione culturale del "Lisboa", sgradevole e impicciona, probabile informatrice della polizia; il direttore del giornale, rozzo, ipocrita, prepotente, filofascista; e così via.
 Curioso è il fatto che, pur essendo tutti caratterizzati da un analogo schematismo, i personaggi "positivi" sono più facilmente identificabili, sono umani, hanno un volto, mentre quelli "negativi" si riducono all'atteggiamento che sanziona la loro sgradevolezza, quasi abbiano volontariamente rinunciato alla propria umanità.   
 L'aspetto più interessante del meccanismo narrativo concepito da Tabucchi, però, è un altro, e consiste nel fatto che Sostiene Pereira è un romanzo che riesce a "ribaltare" se stesso: il fascino di Pereira, nella Lisbona apatica e decadente degli anni trenta del Novecento, consiste nel suo tenere lo sguardo rivolto al passato, agli anni dell'Università a Coimbra, alla moglie morta di tisi, ai ricordi delle speranze di un tempo, agli amati scrittori francesi dell'Ottocento, coltivando le proprie intime riflessioni sulla morte o i propri dubbi sul fatto di essere o meno un buon cattolico. E tuttavia, grazie all'impulso datogli dalla comparsa di Monteiro Rossi (e poi anche da Marta e dal dottor Cardoso), il protagonista trova proprio nel suo passato gli stimoli per ricominciare a "frequentare il futuro" (questa l'espressione usata durante una conversazione fra Pereira e Cardoso): nei racconti di Balzac e Daudet, Pereira scopre una chiave per giudicare il presente, nel ricordo di sua moglie e nelle immaginarie conversazioni con lei scopre la propensione ad aiutare Monteiro Rossi come se fosse un figlio, nelle sue riflessioni sulla morte scopre il coraggio per ribellarsi a chi vorrebbe imporre al Portogallo intero la morte della coscienza, nell'onesto esercizio di istanze squisitamente culturali scopre la radice di ogni franca passione civile.
 Un libro imperniato sul più malinconico dei personaggi riesce in questo modo a diventare uno sfavillante manifesto a favore di una concezione della cultura come inevitabile strumento di impegno civile e politico.

In poche parole: la storia di Pereira, anziano e mite giornalista che - nella Lisbona del 1938, sotto la dittatura di Salazar - riscopre, grazie all'esempio di un giovane praticante che potrebbe essere suo figlio, il valore della cultura come strumento per coltivare una coscienza democratica e come mezzo di ribellione nei confronti dell'autoritarismo, si configura come un manifesto a favore dell'impegno civile degli intellettuali non solo per via di elementi contenutistici, ma anche grazie a raffinati procedimenti formali. In particolare, è il caso di citare: lo scrupolo cronachistico con cui, nella finzione narrativa, si cerca di "oggettivare" la vicenda riportata dal protagonista, plasmando un narratore esterno ma non onnisciente; l'abilità nel connotare i personaggi attraverso pochi tratti caratterizzanti, che consentono di stabilire un netto discrimine tra "buoni" e "cattivi"; il ribaltamento della situazione iniziale che trasforma Pereira da malinconico prigioniero del passato in coraggioso "frequentatore del futuro".
 
Voto: 7,5

domenica 15 settembre 2019

Giorgio Bassani, "Il giardino dei Finzi-Contini", Feltrinelli


 In occasione dell'ottantesimo anniversario dell'inizio della Seconda guerra mondiale, ho deciso di riprendere in mano Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani, uno dei testi che meglio riescono a rappresentare la traumatica cesura storica che segnò lo scoppio del conflitto, e a mostrare la sostanza criminale - insieme tragica e ridicola - dei fascismi europei che prepararono e innescarono quella sconvolgente catena di eventi bellici.
 A parlare qui del libro mi spinge anche il fatto che oggi, nelle scuole, questo classico del Novecento pare sia molto poco frequentato; non so se per via dell'eccessiva rigidità di tanti insegnanti nell'interpretazione di programmi comunque assai cospicui, se per l'imbarazzante ignoranza riguardo a buona parte della letteratura - italiana e non italiana - degli ultimi 150 anni che affligge molti di coloro che hanno alle spalle una formazione umanistica, o se per il peso che tuttora conserva il giudizio ottuso e sprezzante sull'autore del Giardino di alcuni esponenti della neoavanguardia del Gruppo 63 (per i quali, lo ricordiamo, Bassani e Cassola erano "le Liale degli anni sessanta").
 Eppure il testo, oltre a essere stilisticamente finissimo e letterariamente assai gustoso, appare molto moderno, leggibile, capace di appassionare senza fatica anche un giovane lettore contemporaneo, con personaggi accuratamente cesellati e perfettamente credibili, un tono che sa tenersi ugualmente lontano dalle paludi del patetismo e dalle secche della tetraggine - nonostante la "serietà" degli argomenti trattati -, e uno sviluppo narrativo equilibrato e studiato per coinvolgere tanto dal punto di vista emotivo quanto dal punto di vista intellettuale.
 Ricordo che, quando lessi il libro per la prima volta molti anni fa, lo trovai memorabile perché riusciva a declinare con estrema efficacia il concetto di ineluttabilità del destino, spogliandolo di ogni vaghezza romantica e trasformandolo nell'esemplificazione dell'impotenza dell'uomo di fronte all'inesorabile ferocia dei meccanismi storici determinati insieme dalla politica, dalla società e dal caso. 
 Rileggendolo ora, resto ammirato di fronte alla dolcezza di certe descrizioni, all'eccezionale sottigliezza di alcuni dialoghi, alla capacità di Bassani di saldare il piano diegetico e quello simbolico, di narrare e di alludere insieme, di esaminare la Storia (con la S maiuscola) parlando di amore e di amicizia. Il giardino dei Finzi-Contini è uno di quei rari romanzi che spesso chi si occupa di letteratura finisce per apprezzare al punto tale da rammaricarsi di non avere scritto nulla di simile. 

Giorgio Bassani

 Fra i passi che preferisco voglio qui metterne a fuoco tre: il primo, quasi all'inizio del romanzo, è il racconto - condotto dal protagonista narratore, che però riporta le parole e i giudizi del padre - dell'acquisto del "Barchetto del Duca" e dell'edificazione della "Magna Domus" e dell'orrenda tomba di famiglia da parte del patriarca Moisè Finzi-Contini (detto al gatt): la perfetta costruzione del mito familiare.
 Il secondo è il lungo resoconto dei dialoghi telefonici tra il protagonista e Micol Finzi-Contini, intrisi di dolcezza e di una dissimulata malinconia per ciò che - già si intuisce - fra loro avrebbe potuto essere e non è stato: la costruzione del mito dell'amore mancato, spesso, nel ricordo, più forte di un amore vissuto.
 Il terzo è il lungo brano in cui vengono descritte le uscite serali e i discorsi del protagonista e di "Giampi" Malnate, il giovane chimico milanese, amico di Alberto Finzi-Contini, che con lui frequenta il giardino, e che forse è diventato l'amante segreto di Micol; il ragazzo che con la sua incrollabile fede politica crede in un futuro "lombardo e socialista", ma che è destinato a soccombere nelle steppe russe al seguito della spedizione italiana del 1941: la costruzione del mito di un'amicizia chimerica.
 E del mito, della storia appartenente a un passato irrecuperabile eppure imbevuta dell'essenza dell'eternità ha il sapore l'intero romanzo, che, come tutti i capolavori, riesce sempre, ogni volta che ci si sprofonda in esso, a insegnare qualcosa di nuovo, a regalare qualcosa di prezioso.

Voto: 9

sabato 17 agosto 2019

Paolo Rumiz, "Il filo infinito", Feltrinelli


 I libri di viaggio di Paolo Rumiz scaturiscono talvolta da uno scrupolo identitario, o da un intimo bisogno di ricostruire una verità storica dimenticata, talaltra, semplicemente, dall'ebbrezza della scoperta alimentata dall'immaginazione.
 Ma qui è tutto diverso, perché il progetto del viaggio e il libro che ne è il resoconto nascono dal disagio, dalla preoccupazione profonda, dalla paura suscitata dalla constatazione del degrado della coscienza civile dell'Italia e dell'Europa che scivolano verso la xenofobia e il razzismo.
 Quali sono le cause di questa incresciosa situazione? I sentimenti miserabili che furono all'origine delle peggiori tragedie del nostro passato recente ritornano a galla più facilmente per via degli scompensi e del disorientamento provocati in larghi strati della popolazione dalle ondate migratorie che caratterizzano la nostra epoca, ma soprattutto sono la conseguenza dei deliri indotti dalla politica deteriore imperniata sulla più ottusa e degenere delle ideologie: il nazionalismo.
 Il nazionalismo è il primo responsabile della legittimazione dell'odio verso il "diverso" e lo straniero e, contemporaneamente, del tentativo di destrutturazione del patrimonio comune europeo che oggi potremmo finalmente ereditare dalla virtuosa interpretazione della nostra storia plurimillenaria. 
 Rumiz si chiede se proprio nella nostra identità culturale italiana ed europea non esista un antidoto efficace ai rigurgiti nazionalisti, e crede di poterlo trovare nella lezione dell'uomo che forse per primo, partendo dalla sostanza solidaristica del messaggio evangelico, in un'epoca di invasioni vere, di scontri violentissimi e di latitanza dello Stato di diritto quale quella che seguì alla dissoluzione dell'Impero romano d'Occidente, gettò le fondamenta di una comune coscienza europea: San Benedetto da Norcia, figlio dell'Appennino, capace di coniugare, ordinandole su un medesimo piano, la potenza ctonia delle Sibille dell'età classica con la forza irresistibile del messaggio di Cristo.
 Benedetto - se davvero un personaggio con questo nome e di questo calibro esistette (alcuni studiosi ne dubitano) - concepì intorno ai principi essenziali della preghiera e del lavoro una Regola in 63 capitoli sulla quale basare la convivenza di gruppi di monaci in comunità nel contempo chiuse a protezione dei propri valori fondanti e capaci di aprirsi al mondo circostante per civilizzarlo e al territorio di pertinenza per fertilizzarlo.
 Stanzialità e diffusione geografica (stabilitas in cogregatione). Disciplina ed esercizio della democrazia (l'abate è eletto dalla comunità monastica e periodicamente la sua carica viene rimessa in discussione). Importanza dello studio e impegno nel lavoro manuale. Esercizio del silenzio e sublimazione della preghiera attraverso la musica e il canto. Senso di appartenenza e capacità di accoglienza. Radicamento della fede nella materialità dell'esistere e tensione costante verso l'elevazione spirituale. 

Paolo Rumiz

 Tutto questo furono le comunità di monaci benedettini sparse per l'Europa, da nord a sud, da est a ovest; e ancora, centro di attrazione e principio di creazione di benessere per i territori di pertinenza, fortilizio su cui potevano fare affidamento i contadini in caso di pericolo e irresistibile richiamo per la cristianizzazione dei barbari invasori. 
 Ai benedettini si deve persino la diffusione della birra, la più europea delle bevande, sbarcata in Calabria grazie ai monaci copti d'Egitto, codificata nella sua ricetta attuale presso l'abbazia di San Francesco di Paola, capace di risalire la Penisola fino alla Padania lungo la dorsale appenninica per poi valicare le Alpi per diffondersi a Est e a Nord, presso i tedeschi e poi i belgi.
 Sulla base di queste osservazioni, di queste constatazioni e di queste suggestioni viene impostato il viaggio di Rumiz, in 14 tappe, alla ricerca della trama capace di tenere insieme, legandole alle medesime istanze, la cultura e la mentalità europee: quel filo infinito di cui si parla nel titolo del libro.
 I 14 presidi che vengono toccati in angoli diversi d'Europa, a ciascuno dei quali viene dedicato un capitolo (Praglia, in Veneto; Sankt Ottilien, in Baviera; Viboldone, in Lombardia; Muri Gries, in Sud Tirolo; Marienberg, di nuovo in Sud Tirolo; San Gallo, in Svizzera; Saint-Wandrille, in Francia; Orval, in Belgio; Altotting, in Germania; Niederalteich, in Germania; Pannonhalma, in Ungheria; Camerino, nelle Marche; San Giorgio Maggiore, di nuovo in Veneto) costituiscono, in maniera diversa, altrettanti esempi di come la fedeltà alla Regola benedettina - declinata di volta in volta attraverso il cibo, la luce, la musica, la parola, la preghiera, il silenzio, la libertà, la generosità, la solidarietà - funga da argine al dilagare della grettezza particolaristica e dell'egoismo xenofobo. 
 Addirittura, in Ungheria, dove gran parte del clero, sovvenzionato dallo Stato, si piega ai blasfemi dettami della propaganda nazionalistica di Viktor Orban, i monasteri - grazie alla loro indipendenza - contro tutto e tutti riescono a mentenere vivo il valore dell'accoglienza dei profughi stranieri.
 Seguire Rumiz nelle sue peregrinazioni, così, finisce per avere un effetto corroborante e salutare; anche perché la sensazione è che il bandolo della matassa di quel filo che costituisce la trama culturale dell'Europa civile venga davvero recuperato, e fornisca tutti gli argomenti razionali, emotivi, storici - addirittura mistici - "per smuovere il potere e abbattere le ruspe dell'intolleranza".

Voto : 8

domenica 3 febbraio 2019

Mauro Novelli, "La finestra di Leopardi", Feltrinelli


 Per pura combinazione, non molto tempo fa, mi sono imbattuto in un vecchio libro non troppo dissimile da questo per intenzioni dichiarate e impostazione di fondo: La scrittrice abita qui di Sandra Petrignani. 
 Convinta, come Novelli, che le case possiedano "un'ineguagliabile capacità narrativa", Sandra Petrignani entrava nelle dimore storiche di alcune tra le più grandi scrittrici del Novecento (Grazia Deledda, Marguerite Yourcenar, Colette, Alexandra David-Néel, Karen Blixen, Virginia Woolf) cercando nel fascino sprigionato dalle stanze che esse avevano abitato testimonianze della loro personalità e del loro modo di essere, e le tracce di possibili intersezioni dell'aspetto degli ambienti che le avevano viste vive con la loro biografia e la loro opera.
 La scelta di Novelli cade invece sulle abitazioni di scrittori italiani, non solo del Novecento ma anche dei secoli precedenti, site in Italia, e visitate non tanto - o non solo - per feticismo o voyeurismo, ma, come scrive l'autore nell'Introduzione, per "trovare nella realtà le impronte della fantasia, dopo aver cercato nella fantasia le impronte della realtà"; per riconoscervi, insomma, la parte di noi maturata a contatto con i libri scritti da chi quelle case ha fisicamente occupato.
 Del resto, i due testi appaiono molto diversi per il tono e per il passo adottato, e per la curvatura letteraria impressa alla scrittura: Sandra Petrignani procede per attente osservazioni e corpose analisi, finendo per creare delle storie di ampio respiro capaci di restituire un vero e proprio ritratto originale delle scrittrici incontrate; Mauro Novelli procede invece per suggestioni, che si concretizzano in una serie di affondi di tenore lirico - più che critico - nella vita e nell'opera degli autori trattati: il suo è dichiaratamente un "viaggio sentimentale" nelle case dei grandi scrittori italiani.
 Il libro è indubbiamente molto gustoso, sebbene disuguali per fascino appaiano i diversi capitoli (vi si distinguono le sezioni più articolate, che nascono da una visita e da una ricognizione approfondita agli ambienti un tempo occupati dagli scrittori su cui si focalizza l'obiettivo, e gli "intermezzi" in corsivo, che nascono semplicemente dal richiamo di una targa, di un'iscrizione, di un oggetto, di un ricordo).

Mauro Novelli

 Difficile raccontarli tutti: a me paiono molto riusciti quello dedicato alla casa di Alessandro Manzoni a Milano, capace di conservare l'incanto del "grigio ambrosiano" che rispecchia alla perfezione la sobrietà dell'autore dei Promessi Sposi; quello su "D'Annunzio d'acqua dolce e altri laghisti lombardi", dove l'ipnotica opulenza del Vittoriale, curiosamente scelto dallo scrittore pescarese all'apice della fama per il suo splendido isolamento, viene messa in relazione con il complesso rapporto che ebbero con altri specchi d'acqua dall'aspetto più o meno cupo, dislocati in terra di Lombardia, i vari Fogazzaro, Gadda, Parini, Piero Chiara; quello dedicato alla casa di Pasolini a Casarsa, dove Pier Paolo condivise col fratello Guidalberto una stanza con le pareti rossoblu, in onore dei colori sociali del Bologna, la squadra di calcio di cui era tifoso, dove nel dopoguerra lo scrittore si attrezzò per vivere una vita da piccolo intellettuale di provincia (progetto sbriciolato dal processo per corruzione di minorenne che, come è noto, piombò addosso a Pasolini alla fine del 1949), dove il padre rimase ad annegare i dispiaceri nell'alcol.
 Ho trovato inoltre particolarmente interessanti gli intermezzi su Ludovico Ariosto in Garfagnana (dove, per tre anni, l'autore del Furioso non smise di sognare la "dolce Emilia", mentre tra mille difficoltà gli toccava tentare di amministrare per conto del duca Alfonso I ottantatré comunità in continua e aperta discordia fra loro) e su Curzio Malaparte a Capri (dove lo scrittore fece costruire, durante il ventennio fascista, una splendida villa in un'area sotto tutela ambientale grazie ai buoni uffici dell'amico Galeazzo Ciano, per poi lasciarla, alla sua morte alla Repubblica Popolare Cinese - che peraltro non ne entrò mai in possesso perché il testamento fu impugnato dai familiari dello scrittore).
 I passi più intriganti, naturalmente, sono quelli in cui si riesce a creare uno speciale cortocircuito tra passato e presente - o comunque tra epoche diverse - che apre la via a considerazioni che esulano dalla pura e semplice biografia degli scrittori visitati; come quando, a Recanati, notando quanto spesso i personaggi delle poesie leopardiane cantano, fischiettano o improvvisano motivi ritmati, Novelli si chiede: "quando ha smesso di cantare l'Italia"? O come quando, trattando delle carceri da cui passarono numerosi scrittori italiani per i motivi più vari, nota la straordinaria attualità delle scritte lasciate sui muri delle celle dello Steri, a Palermo (dove per anni imperversò l'Inquisizione), dai tanti che passarono di lì, e ha quasi l'impressione di sentire le grida, gli sberleffi, le imprecazioni le risate, i lamenti, i pianti di coloro che quelle iscrizioni tracciarono. O ancora, come quando, presso la villa del Meleto, nel Canavese, per sottolineare come Gozzano se ne andò "nel momento giusto", si immagina l'assurdo del poeta sopravvissuto a se stesso, nel secondo dopoguerra, "mite vecchietto spaesato nella Torino gonfiata a dismisura dall'immigrazione". 
 Unico limite del libro, per me, quel pizzico di compiacimento accademico che di tanto in tanto si avverte nello stile dell'autore; cosa che, peraltro, non inficia il piacere della lettura.

Voto: 6,5

domenica 14 ottobre 2018

Maurizio Maggiani, "L'amore", Feltrinelli


 Scegliere di trattare un tema capitale, e frequentatissimo dalla letteratura - a tutti i livelli -, come l'amore può esporre al rischio concreto di proporre solo banalità, o di ripetere per l'ennesima volta cose già dette da altri. 
 Per questo, prudentemente, molti narratori contemporanei, quando parlano d'amore, tendono a citare - scopertamente e talvolta dichiaratamente - altri autori che li hanno preceduti, e ad adottare un tono lievemente ironico nei confronti dei luoghi comuni del sentire condiviso, ed autoironico nei confronti dei propri sentimenti; quegli stessi sentimenti che, d'altra parte, essi vorrebbero raccontare e magari celebrare: quasi che se ne vergognassero. E' l'approccio tipico del postmodernismo, sui paradigmi del quale tanta parte della letteratura colta continua ancor oggi ad indugiare.
 Diversa è la prospettiva in cui si pone Maurizio Maggiani, che per parlare d'amore sceglie semplicemente di parlare d'altro. 
 Intendiamoci: al centro del suo romanzo c'è proprio l'amore coniugale, il rapporto tra "lo sposo" e "la sposa", e la consapevolezza di cosa voglia dire amare, che lo sposo - protagonista del libro e alter ego del narratore (tanto che il suo punto di vista impronta di sé l'intera narrazione, sebbene questa sia condotta in terza persona) - ha acquisito nel tempo grazie al cinema, grazie alla politica, grazie al lavoro, grazie alle esperienze avute con tutte le ragazze e le donne che, in varie fasi della sua vita, gli sono state accanto.
 Il fatto è che tutte queste esperienze, anche quelle più squisitamente "amorose", non vengono rivisitate in funzione dell'elaborazione di una teoria sull'amore, della tessitura di un discorso amoroso da cui ricavare una visione tassonomica e magari manualistica di questo sentimento. Al contrario, si cerca di raccontare come l'esistenza possa insegnare qualcosa sull'amore nei modi e nelle occasioni più inattese, soffermandosi sempre sul dato concreto, senza la pretesa di assolutizzarlo a tutti i costi, senza l'ansia di astrarsi dalla pura fenomenologia per approdare alla formulazione e all'enunciazione di principi generali e universalmente validi; mettendo piuttosto a fuoco il dato di realtà in sé e per sé, soprattutto quando questo pare quanto di più lontano si possa immaginare dall'erotismo classicamente inteso.
 Dal punto di vista strutturale, il romanzo consiste nella narrazione di una intera giornata - e della notte seguente - passata dallo sposo alternativamente alla luce della presenza, dell'assenza o del pensiero della sua sposa, che incrociano continuamente le sue attività quotidiane, le sue riflessioni e, soprattutto, i suoi ricordi. 
 In tutto questo, il dato più importante è l'attenzione e l'impegno che lo sposo tenta di mettere in ogni cosa che fa (che si tratti di contemplare l'orto fuori dalla finestra, preparare il caffè, pulire lo stoccafisso in vista della cena, pedalare in bicicletta, aiutare un gruppo di operai che ha rilevato l'azienda in cui lavorava ad acquistare una partita di zinco...) in funzione e in vista dell'amorevole cura con cui egli ritiene necessario trattare la sua sposa. E i pensieri e i ricordi che gli sovvengono nel corso di tutte queste azioni sono occasioni per trovare conferme e giustificazioni della sua condotta, e spiegazioni di come vi sia arrivato e vi si sia adattato.

Maurizio Maggiani

 Rientrano in questo meccanismo la rievocazione della Mari, antica fidanzata con cui lo sposo ascoltava canzoni d'amore alla moda, e oggi irriconoscibile pescivendola malamente invecchiata; quella dell'impresa con cui lo sposo scassinò il portone d'ingresso dell'Università per dare il via all'occupazione durante il '68, gesto che gli guadagnò presso i compagni di militanza il soprannome de "il Fabbro"; il ricordo della casta ammirazione con cui il protagonista, da ragazzo, guardava "la Padoan", una giovane scout "con le tette come Anna Magnani", che determinò per lui la definizione di una sorta di paradigma erotico che si sarebbe trascinato dietro negli anni a venire.
 E ancora: i film che gli insegnarono a dire "ti amo", cosa che prima era del tutto incapace di fare; le escursioni in bicicletta con Tiberio Nicola, "congegnatore meccanico" e insostituibile maestro di Comunismo; la conoscenza del sesso e la "prima volta" dello sposo, presso una spiaggia naturista, insieme alla Patri, una rossa prosperosa e occhialuta, piena di lentiggini, allora fidanzata con Giovanni, un gigantesco e temibile operaio dalle granitiche convinzioni politiche; il ritorno al periodo dell'appassionata relazione con Chiaretta, femminista e compagna di ballo del giovane protagonista; il ricordo dell'epoca in cui lo sposo, terminata l'esperienza del comunitarismo rivoluzionario e di Lotta Continua, si fece imprenditore di se stesso; la caduta in moto, la convalescenza e la conoscenza di Ida, "la bislunga", destinata, ai tempi della prima Guerra del Golfo, a diventare la sua fidanzata nonché la prima donna a insegnargli a dire addio, prima di partire per la Gran Bretagna e di sposare un maraja. Quella stessa Ida richiamata tristemente alla memoria da un messaggio ricevuto in giornata dagli Stati Uniti,che ne annuncia la morte prematura. 
 Così, se a un livello puramente epidermico i ricordi costituiscono un gigantesco serbatoio di "fatterelli" che lo sposo è solito raccontare alla sposa prima che questa si addormenti, e a un livello un po' più profondo sostanziano la maturità sentimentale raggiunta dallo sposo e pienamente espressa nel suo amore coniugale per la sposa, su un piano superiore, concettuale e letterario, essi danno l'idea che l'amore sia qualcosa di più e di diverso da un legame sessuale fra due persone o da uno stato d'animo condiviso; piuttosto, è la sublimazione di un rapporto di coppia nella capacità per entrambi le persone coinvolte di "tenere nobilmente tutto insieme": il passato e il presente, le gioie e i dolori, le virtù e i difetti propri e dell'altro, le paure e le aspirazioni, affinché il mondo intorno ai coniugi acquisisca davvero un senso compiuto. 
 E' per questa via che, obliquamente, dalla costruzione di un solido piano di realtà si arriva a distillare una "teoria dell'amore": senza enunciazioni altisonanti e senza smancerie, attraverso una narrazione semplice condotta con una scrittura semplice, lineare e lieve, quella che si usa per nominare le cose della quotidianità.

Voto: 6,5

sabato 16 dicembre 2017

Alessandro Leogrande, "La frontiera", Feltrinelli


 La recensione di questo testo vuole essere anche un piccolo omaggio alla memoria di Alessandro Leogrande, lo scrittore di origine tarantina prematuramente scomparso pochi giorni fa, che è stato fra i maggiori studiosi nel nostro Paese dei fenomeni migratori.
 La frontiera di cui si parla nel titolo è quella - indefinita, per certi versi labile, mobile, ma nello stesso tempo drammaticamente concreta - che attraversa le acque del Mediterraneo e separa l'Europa dal continente africano: quella frontiera che negli ultimi anni centinaia di migliaia di persone hanno attraversato, e molte di più hanno anelato ad attraversare senza riuscirci, venendo risucchiate indietro nei gorghi dei conflitti e delle difficoltà da cui scappavano o - peggio - in quelli degli abissi marini, divenuti per troppi una fredda tomba blu.
 Per raccontare la storia di tutti questi uomini, Leogrande utilizza un duplice approccio: da una parte mette a fuoco l'esperienza viva di alcuni di loro, che ha conosciuto personalmente e che gli hanno affidato le proprie confidenze, dall'altra si sofferma su alcuni momenti chiave dell'epopea migratoria che si prestano ad assumere un valore emblematico (come il naufragio del 3 ottobre 2013 davanti a Lampedusa, presso l'Isola dei Conigli, in cui morirono 366 persone; o il pogrom scatenato il 22 maggio 2012 a Patrasso dai militanti della formazione neonazista Alba Dorata contro gli immigrati rifugiatisi in una fabbrica dismessa nella zona del porto; o l'uccisione di Muhammad Shahzad Khan a Tor Pignattara da parte di un ragazzino del quartiere aizzato dal padre, il 18 settembre 2014).
 Ma l'autore non si ferma mai alle pure suggestioni narrative: ciò che si racconta viene verificato attraverso i documenti disponibili - oppure interpellando testimoni diretti -, e poi analizzato con attenzione per cercare di cogliere le cause profonde dei fenomeni presi in considerazione, per provare a spiegarli con assoluta onestà, senza tirate ideologiche, senza ipocrisie, senza nascondere la complessità dei problemi che le migrazioni pongono.
 Così si svelano i percorsi che i migranti seguono a seconda della loro provenienza, i meccanismi e le logiche che regolano il traffico di esseri umani attraverso i confini tra gli Stati, le complicità esistenti tra i trafficanti di uomini e le autorità di diversi Paesi africani, le trappole in cui i migranti possono cadere, rimanendo incagliati per anni in una delle tappe del loro viaggio, o precipitando in buchi neri di violenza che li perdono definitivamente, senza che si possa sapere più nulla di loro.
 E, naturalmente, si scandaglia anche la spregevole sottocultura del razzismo, che non di rado devono affrontare coloro che ce la fanno, i migranti che riescono con grande fatica a costruirsi una nuova esistenza in Europa: quell'ostilità preconcetta nei confronti del "diverso", diffusa anche alle nostre latitudini, che ha origine nel falso mito della "corruzione" della sanità del nostro stile di vita e delle nostre tradizioni causato dall'arrivo degli stranieri, e che viene alimentata dall'indifferenza di fronte al dolore degli altri, dall'incapacità di mettersi nei loro panni, dall'automatismo per cui si è portati a scaricare su chi è più debole la colpa di problemi dalla genesi complessa, a cui magari non è estranea la nostra personale responsabilità; un'ostilità che, a ben vedere, ha a che fare solo indirettamente con i disagi e i problemi concreti che un massiccio afflusso di migranti può creare.
 Leogrande parla degli eritrei (come Gabriel Tzeggai o Syoum), in fuga da questa ex colonia italiana in cui il Fronte popolare di liberazione eritreo di Isaias Afewerki si è trasformato da movimento indipendentista e libertario in regime repressivo (in molti casi perpetuando i metodi autoritari degli antichi dominatori italiani) che, con la scusa del conflitto permanente con la vicina Etiopia, ha militarizzato totalmente la società, creando istituti odiosi come il servizio di leva permanente.
 Parla del Sinai, dove bande di predoni tengono prigionieri nel deserto i migranti che intercettano lungo le rotte dei loro spostamenti, e li rilasciano solo dopo aver ottenuto dalle famiglie di origine il pagamento di cifre altissime per il loro riscatto, sotto la minaccia di infliggere ad essi terribili torture.
 Parla delle prigioni libiche in cui, dopo l'inizio della guerra civile, i migranti sono spesso trattenuti in condizioni disumane, seviziati o prelevati solo per essere utilizzati come supporto a pericolosissime azioni belliche da parte di una delle fazioni in lotta: consegna di rifornimenti e munizioni ai soldati in prima linea sotto le bombe, operazioni di sminamento a mani nude (sovente fatte eseguire anche da minori) di porzioni del fronte strappate al nemico.
     
 Alessandro Leogrande

 Parla delle carrette del mare stipate all'inverosimile di passeggeri, e dirette verso le coste italiane sotto la guida di scafisti che spesso non sono altro che poveri pescatori, bassa manovalanza impiegata per i compiti più rischiosi da organizzazioni criminali totalmente prive di scrupoli, i cui capi mai si esporrebbero ai pericoli della traversata.
 Parla dei siriani - spesso famiglie borghesi, e non di poveri contadini come avviene per i migranti di altre etnie, abituate a un tenore di vita "occidentale" -, o dei curdi irakeni (come Shorsh), in fuga dalla guerra totale che ha inghiottito il loro Paese utilizzando le rotte che solcano la parte est del Mediterraneo.
 Parla degli afgani, che arrivano in Grecia attraverso l'Iran e la Turchia, per poi puntare verso il nord Europa via terra percorrendo la "rotta dei Balcani" fino all'Ungheria (come Aamir), oppure attraversando il mar Adriatico pericolosamente appesi sotto i camion che vengono imbarcati sui traghetti che partono da Patrasso e arrivano ad Ancona.
 La frontiera ci costringe a interrogarci sull'efficacia, sulla congruità e sulla moralità delle risposte istituzionali di fronte ai fenomeni migratori e del nostro atteggiamento al cospetto dei migranti: mette in luce le virtù e i limiti di Mare Nostrum, di Triton, di Frontex, le operazioni che, a livello italiano ed europeo, si sono succedute con lo scopo di scongiurare i naufragi nel Mediterraneo dei natanti utilizzati dai migranti, o, più modestamente e più egoisticamente, di contenere il numero di sbarchi sulle nostre coste.
 Una delle questioni più scottanti che questo libro porta a considerare - anche se paradossalmente riguarda decisioni prese in gran parte dopo la sua pubblicazione - è quella delle implicazioni che il cosiddetto "Protocollo Minniti", con l'impiego della Guardia costiera e delle milizie libiche per trattenere i migranti al di là del Mediterraneo, comporta a diversi livelli per la strategia di gestione dell'immigrazione.
 Sapendo cosa significa per i migranti, nella maggior parte dei casi, la permanenza nelle prigioni e nei campi di detenzione libici, è tollerabile sfruttare queste strutture per bloccare i profughi che tentano di imbarcarsi verso l'Italia? Posto che l'immigrazione va necessariamente regolata, non sarebbe forse meno ipocrita - e magari anche meno costoso - creare campi di raccolta direttamente sul nostro territorio, sotto la sorveglianza delle nostre forze dell'ordine e il monitoraggio delle organizzazioni umanitarie? Forse che i campi di raccolta risultano tollerabili alla sensibilità dell'opinione pubblica solo se sorgono lontani dai nostri occhi, anche se sono voluti e finanziati direttamente da noi? La presenza di simili strutture sul suolo europeo non porrebbe con maggiore forza il problema della  necessità della distribuzione dei migranti fra i diversi Paesi dell'Unione?
 I dubbi sollevati sono molto seri; anche perché, in fondo, la lezione principale che viene dal libro di Alessandro Leogrande è che la questione epocale delle migrazioni non si può eliminare pretendendo di mettere a punto una soluzione ideale capace di annullare in un colpo solo tutte le difficoltà che il fenomeno comporta (anche se affrontare il problema alla radice, cioè intervenire direttamente sugli Stati da quali il flusso di migranti ha origine aiuterebbe; ma è un approccio che i Paesi europei sono restii ad adottare, in primo luogo perché sarebbe molto complicato e darebbe risultati apprezzabili solo nel medio termine, in secondo luogo perché i nostri Governi hanno in quelle aree precisi interessi geopolitico-strategici che temono di compromettere...).
 Piuttosto si deve procedere via via con soluzioni di compromesso, scegliendo, di volta in volta, ove non è possibile ottenere il risultato migliore in assoluto, quello che costituisce il male minore. Nel far questo, però, è essenziale lasciarsi sempre guidare dai principi più alti che la nostra cultura ha saputo generare: la solidarietà, l'uguaglianza, il rispetto dell'integrità e dei diritti della persona umana.

Voto: 7

venerdì 24 novembre 2017

Paolo Rumiz, "Annibale. Un viaggio", Feltrinelli


 C’è un modo più affascinante ed efficace di qualunque altro di rivivere la Storia e afferrarne l’essenza: trasformare lo studio in investigazione, la passione in immedesimazione; riversare la ricostruzione documentaria e i dati archeologici nell’indagine psicologica degli eventi, e mettersi fisicamente in viaggio alla ricerca del passato.
 È quello che fa Paolo Rumiz in questo libro straordinario - risalente a qualche anno fa, ma destinato a trasformarsi in un classico, se già non lo è diventato - ponendosi sulle tracce di un personaggio come Annibale, capace di segnare la storia della nostra penisola e di tutto il Mediterraneo, e di restare segretamente annidato nella fantasia popolare, nei nomi dei luoghi, nei simboli di un passato certo lontanissimo, ma meno remoto di quanto comunemente si pensi: in fondo, nota l’autore, solo 36 nonni ci separano dall’epoca del comandante cartaginese.
 Scortato dai testi di Livio e di Polibio, e via via da storici, archeologi, semplici appassionati, e da una serie di donne e uomini per lo più inconsapevoli della loro capacità di evocare l’impronta dell’antico, Rumiz ripercorre tutta la vicenda di Annibale visitando i luoghi che fecero da cornice alle varie tappe della sua esistenza. Si sposta così dai resti di Cartagine, teatro dell’infanzia del futuro generale, a Cartagena, in Spagna, dove venne concepita sua leggendaria impresa; rifà l’epica marcia del suo esercito fino a oltre le Alpi e lungo tutta la dorsale appenninica, e si sofferma sui luoghi delle sue battaglie più memorabili dal Trasimeno a Canne; ricostruisce i tredici anni di permanenza di Annibale in Italia - con il panico che dilaga a Roma -, il suo rientro in patria, la sconfitta contro Scipione a Zama e la successiva fuga verso Oriente, braccato dai romani ma sempre imprendibile, fino all’Armenia, fino alla Bitinia e all’epilogo definitivo: la scelta obbligata del suicidio dopo il tradimento di Prusia che lo ospitava.

 Paolo Rumiz

 Durante questo pedinamento a distanza di due millenni di una figura che spesso sembra solo un’ombra, ma in alcuni momenti pare più concreta e vicina che mai, Rumiz mette in discussione alcuni dati storici acquisiti, e laddove la storia e l’archeologia hanno lasciato dei vuoti cerca di riempirli con la logica, e talvolta persino con intuizioni che fanno leva in maniera assai sagace sulla psicologia del generale come la si desume dalle decisioni da lui prese di cui è rimasta testimonianza, e sulla lettura degli indizi che i territori d’Italia, Europa e Asia minore e la loro gente parrebbero conservare del suo passaggio ancora oggi, dopo duemila e duecento anni.
 Ne viene fuori il ritratto commovente  di un personaggio gigantesco che ci appartiene – e appartiene alla storia di tutto il Mediterraneo – almeno quanto i romani, i quali cercarono invano di cancellarne il ricordo, ma che solo grazie a lui maturarono quella solidità e quella spregiudicatezza mentali, militari e politiche che furono capaci di renderli padroni di tutto il mondo antico.

Voto: 8