sabato 28 ottobre 2017

Cristina Battocletti, "Bobi Bazlen: l'ombra di Trieste", La nave di Teseo


 Biografia di uno dei numi tutelari dell'editoria italiana del Novecento: Roberto "Bobi" Bazlen, divenuto un mito per la sua straordinaria capacità di influenzare la nostra cultura esclusivamente attraverso i libri degli altri, senza praticamente lasciare nulla di scritto di propria mano da dare alle stampe (se si eccettua quel testo singolare che è Il capitano di lungo corso, raccolto in volume dopo la sua morte). Tale influenza risulta quasi paradossale se si pensa come egli fosse di fatto più a suo agio con la lingua tedesca che con quella italiana.
 Bobi Bazlen nacque a Trieste il 9 giugno del 1902 da Clotilde Levi Minzi (detta Lina), appartenente alla piccola borghesia ebraica cittadina, e da Georg Eugen Bazlen, tedesco di religione cristiano-evangelica originario di Stoccarda, giunto a Trieste sul finire dell'Ottocento forse per curare una tubercolosi, e ivi stabilitosi. Il padre morì quando Bobi aveva un anno soltanto; il ragazzo crebbe così con la madre e le zie, protetto e coccolato dalle presenze esclusivamente femminili che lo circondavano. 
 Intorno a lui, la Trieste della belle époque, sbocco sul mare dell'Impero Austro-Ungarico, porto di primaria importanza, centro culturale attraversato da tutte le inquietudini e le tensioni e il senso di precarietà della Mitteleuropa di allora, e insieme aperto a tutte le influenze provenienti dal mondo slavo, dall'Italia, dal Mediterraneo.
 Talento precocissimo, lettore vorace incuriosito da autori e da discipline che spesso esulavano dai circuiti letterari tradizionalmente più battuti, Bazlen fu prossimo fin dall'adolescenza a tutti i maggiori intellettuali che si riunivano nei circoli e nei caffè della sua città: si nutrì così della loro sensibilità, si confrontò con il loro pensiero, sviluppò a contatto con essi una personalissima, singolare abilità - di natura quasi rabdomantica - nel riconoscere l'originalità e il valore di un testo letterario; un'abilità che gli consentì di intuire fra i primi le potenzialità insite in scrittori ancora semisconosciuti, in fenomeni culturali in fase nascente.
 A lui va il merito della diffusione della conoscenza dei romanzi di Italo Svevo (se proprio non fu lo scopritore di Svevo, di certo ne fu il principale promotore); a lui va il merito dell'importazione in Italia dei libri di Franz Kafka; a lui va parte del merito della divulgazione nella cultura italiana del pensiero psicanalitico (specie di quello di matrice junghiana).
 Inoltre Bazlen, grazie all'esperienza accumulata in anni di altissime letture, ispirò, preparò e contribuì all'avvio, insieme a Luciano Foà, del progetto culturale da cui nacque la casa editrice Adelphi, senza peraltro riuscire a vederne la piena fioritura: morì infatti nel 1965, soltanto due anni dopo l'inaugurazione della nuova impresa editoriale.
 Per cercare di cogliere meglio la specificità del profilo intellettuale di questo bizzarro personaggio, Cristina Battocletti ne esplora anche il lato umano e la sostanza caratteriale. Bazlen fu uomo capace di suscitare grandi simpatie e grandi antipatie fra gli eminenti letterati del suo tempo con cui entrò in contatto: fu molto legato a Svevo - nonostante la differenza di età che li separava -  ed ebbe un rapporto ambivalente con Saba, di cui frequentò a lungo la libreria e di cui corteggiò la figlia Linuccia, ma con cui a un certo punto ruppe in maniera abbastanza clamorosa, esprimendo giudizi anche piuttosto aspri sul poeta triestino. Fu assai amico di Montale (sebbene non mancò qualche screzio fra i due), mentre non riuscì mai a comprendersi con Pier Paolo Pasolini o, per esempio, con Alberto Moravia. Vicinissimi gli furono lo scrittore istriano Pier Antonio Quarantotti Gambini - che andava spesso a trovare nella sua casa a Venezia - e, negli ultimi anni della sua vita, Stelio Mattioni.

 Cristina Battocletti

 Per molti che lo conobbero incarnò il prototipo dell'intellettuale invidiabile per preparazione e ammirevole per finezza, ma anche insopportabilmente snob. Poco dotato di senso pratico, restio a impegnarsi in un lavoro stabile, passò la vita fra pareri di lettura, suggerimenti, consulenze; sognò di mettere la sua cultura al servizio del cinema, ma non diede mai seguito a questa aspirazione. Con gli editori ebbe spesso un rapporto difficile, contrastato: per questo, in alcuni frangenti della sua esistenza, versò anche in condizioni economiche assai precarie.
 Fatto salvo l'antifascismo, maturato perlopiù negli anni delle leggi razziali e in quelli della guerra, non sviluppò mai una vera e propria coscienza politica; facile capire come non riuscisse a entrare pienamente in sintonia con la casa editrice Einaudi, ancorata a posizioni marxiste. 
 Cercò per tutta la vita la giusta misura del suo rapporto con le donne: amava corteggiarle, e loro erano affascinate dalla sua intelligenza e dalla sua cultura; ma esitava a rinunciare alla sua libertà per legarsi più strettamente a una di loro.
 Nel suo giro di amici ebbe anche fama di "scoppia coppie", per la sua abitudine al pettegolezzo galante, per la velleità di "combinare" e "consigliare" unioni sentimentali fra conoscenti, per le licenze che si prendeva anche con le mogli e le compagne dei suoi sodali. Oltre a Linuccia Saba, gli furono vicine negli anni giovanili Duska Slavik, la vivace Margarete Frankl detta Gerti e in qualche modo molte altre donne piene di charme; solo nel secondo dopoguerra, però, trovò un legame stabile, seppure a distanza, con Ljuba Blumenthal (lei viveva a Londra, lui a Roma). 
 Evitando un approccio biografico prettamente cronologico, questo libro prova a indagare la complessa personalità di Bazlen procedendo a un'analisi per "blocchi tematici" (il rapporto con Svevo, l'amicizia con Saba, la scoperta della psicanalisi, il rapporto con Trieste, ecc.), quasi a cercare di trovare, con una manovra di accerchiamento, la chiave giusta per coglierne l'essenza sfuggente.
 La Battocletti sembra infine individuare questa chiave proprio nei riferimenti psicanalitici funzionali a spiegare tanti aspetti della figura di Bobi e della sua storia: dalla tendenza ad agire nell'ombra per indirizzare le vite degli altri mantenendosene ai margini alla difficoltà a impegnarsi seriamente in qualcosa, dal punto di vista umano o professionale; dal costante bisogno di viaggiare (ma sarebbe forse meglio dire di vagabondare) al netto rifiuto di tornare a vivere a Trieste dopo averla abbandonata negli anni trenta.
 Il realtà questo approccio e questo metodo, scelti forse per evitare di banalizzare la biografia di Bazlen trasformandola in un quadretto di maniera, finiscono per non risolvere in modo coerente il ritratto di questo problematico personaggio, immiserendolo un po', e togliendogli gran parte del suo fascino.
 La cosa più bella del libro è forse la felice formula con cui Bazlen viene descritto come "poeta di note editoriali, aforista geografico": un modo per compendiare l'efficacia dei suoi fulminei giudizi sui libri letti e sui luoghi visitati.
 Ma è un po' poco per essere conquistati fino in fondo da questo testo, pure frutto di una ricerca seria e ricco di molte preziose informazioni.

Voto: 6-

venerdì 20 ottobre 2017

Herta Muller, "L'altalena del respiro", Feltrinelli


 Ogni anno, dopo la proclamazione del nuovo Premio Nobel per la Letteratura, mi viene voglia di prendere in mano un testo di uno dei Premi Nobel passati, un po' per una mia esigenza di confronto di ciò che è stato ieri col presente, un po' per mettere alla prova i criteri con cui l'Accademia svedese costruisce nel tempo il suo Canone, un po' per verificare direttamente come cambia negli anni la percezione di autori comunque significativi, e della loro opera. 
 Nei giorni scorsi la scelta è caduta su Atemschaukel (L'altalena del respiro), un romanzo di Herta Muller, scrittrice di lingua tedesca originaria del Banato rumeno, vincitrice del Premio nel 2009. 
 Il libro racconta la storia di Leopold Auberg, tedesco di Romania, deportato in un Lager sovietico nel 1945, dopo la riconquista dei territori dell’est Europa da parte dell’Armata Rossa, come realmente accadde a tutti gli uomini e le donne di nazionalità tedesca di età compresa tra i diciassette e i quarantacinque anni residenti nei territori occupati, costretti a partecipare alla “ricostruzione” per riparare i danni portati dall’esercito nazista.
 Anche la madre di Herta Müller visse quell’esperienza, che la scrittrice rivisita con questo romanzo.
 Leopold, giovane omosessuale appartenente a una famiglia piccolo borghese, resta rinchiuso nel campo russo per cinque anni, fino al gennaio 1950, e subisce tutti i traumi che l’universo concentrazionario comporta, e che altri autori hanno descritto magistralmente in passato: le torture psicologiche e le umiliazioni, la fatica estrema e la perdita della dignità umana, il freddo e la fame onnipresente, capace di portare alla follia. 

 Herta Muller

 Quello che è estremamente originale in questo libro è la propensione ancora infantile di Leo a trasfigurare ogni cosa in chiave surrealistica, dalle peggiori sofferenze alle piccole gioie che la vita persino nel Lager alle volte sa regalare: la fame stessa diventa un personaggio, una sorta di maligno angelo custode che non abbandona mai i prigionieri; la pala con cui si spala il carbone diventa un simbolo mistico; il turno di lavoro forzato diventa un’opera d’arte; la morte diventa una lepre che improvvisamente stravolge la fisionomia del viso dei condannati.
 Lo stile di Herta Müller asseconda la fantasia di Leo, tanto che ci sono passi in cui il libro sembra diventare un grande affascinante poema in prosa. Questo lirismo nulla toglie, però, alla concretezza dell’esperienza orribile che ci viene restituita, e anzi contribuisce a sottolinearne gli aspetti disumani e le conseguenze irreparabili: una volta tornato a casa, Leopold si accorge di aver smarrito ogni punto di riferimento e di non poter ritrovare l’umano calore della sua famiglia, che non può capire ciò che egli ha vissuto, e che comunque non è in grado di accogliere i suoi sfoghi senza provare disagio. 
 Con gli anni scoprirà che l’unica via d’uscita che gli resta per non farsi sopraffare dai suoi fantasmi è la scelta dell’esilio.  

Voto: 7,5

venerdì 13 ottobre 2017

Tommaso Landolfi, "Viola di morte", Adelphi


 Viola è un colore malinconico ed elegante; viola è uno strumento musicale struggente ed elegante; viola è un fiore delicato ed elegante. Malinconia, delicatezza, musicalità e suprema eleganza sono gli estremi con cui Tommaso Landolfi si esercita sul tema ossessivamente ricorrente della morte, in questo diario in versi ripubblicato da Adelphi solo quarant’anni dopo la sua prima uscita, nel 1972.
 Nei componimenti, tutti piuttosto brevi, polimetri ma con una certa prevalenza dell’endecasillabo e del novenario, si avverte la mano dello scrittore colto, nel cui orecchio risuonano i versi di tutti i numi tutelari della poesia italiana, insieme a tutte le inquietudini della sua e di altre epoche.
 Fra tutti, quelli che fanno sentire di più la propria influenza sono Leopardi per la dolcezza e il pessimismo di fondo della sua indole lirica, e Dante per la prevalenza di tematiche ctonie (sebbene l’abbrivio di molti componimenti sia decisamente petrarchesco).
 Lo squallore della prospettiva di una morte senza scampo che si avvicina domina tutta la raccolta, nonostante il poeta cerchi in ogni modo di scardinare l’ineluttabilità di questa morte, senza però mai abbandonarsi alle facili consolazioni di una fede religiosa accomodante. 

 Tommaso Landolfi

 Beninteso, Dio compare nella poesia di Landolfi; ma è un Dio contro cui ci si infuria, è un Dio che si insulta (fino alla bestemmia vera e propria), è un Dio che si provoca forse nella speranza di ottenerne una reazione; è un Dio, insomma, che si accusa apertamente di baloccarsi con le tragiche, dolorosissime sorti degli uomini, da irresponsabile o da sadico.
 L’unica vera consolazione nel deserto della vita (le illusioni della gioventù, infatti, sono presto spazzate via, e la vita diventa simile a un deserto) è la donna, bionda o bruna, oggetto del desiderio erotico o surrogato di una madre accogliente, capace, orazianamente, di far dimenticare per un istante lo spettro dell’annullamento fisico. 
 Ciò accade però quando la donna è presente; cosa che non succede spesso, perché al contrario essa è quasi sempre lontana, assente, restia a concedersi, e per questo rabbiosamente maledetta.
 Non resta allora che rassegnarsi al naufragio, non senza il brivido di libidine estetizzante che accompagna ogni abbandono. 
 Questa, forse, una delle poesie più significative della raccolta:

Differire è la magica parola
Che dà alla nostra vita luce e sole:
Perché odieremmo la morte
Se non perché ci vieta il differire?
Chi può ciò fare, vive.

Voto: 6,5

venerdì 6 ottobre 2017

John Ashbery, "Un mondo che non può essere migliore", Luca Sossella Editiore


 Di John Ashbery, poeta americano di prima grandezza scomparso poco più di un mese fa all'età di novant'anni, è quasi impossibile trovare traduzioni in italiano; la corposa antologia delle sue opere che oggi prendo in considerazione (a cura di Damiano Abeni e Joseph Harrison) costituisce forse l'unica versione nella nostra lingua dei suoi componimenti (sempre, opportunamente, con testo originale a fronte) reperibile in commercio.
 Questa scarsità di proposte è dovuta, certo, alla difficoltà intrinseca alla poesia di riprodurre in un idioma diverso da quello usato dall'autore scritti nei quali l'elemento metrico-prosodico può avere un ruolo centrale; conta di più, però, il fatto che oggi ci troviamo in tutto e per tutto nell'epoca dell'egemonia del romanzo.
 A tutto ciò si aggiunge il fatto che Ashbery è un poeta alieno dal tradizionale lirismo intimistico che, nelle sue varie declinazioni, costituisce la strada maestra della poesia italiana: i suoi componimenti sono sempre opere d'avanguardia, nel senso più colto e virtuoso del termine.
 Potremmo dire che egli è simile a uno scultore che modella le sue statue su forme classiche, ma con materiali eterogenei raccolti pescando a strascico nei mari della quotidianità contemporanea.
 Siccome la sua carriera si sviluppa su un arco temporale decisamente ampio, però, cambia la natura di questi materiali da costruzione, e inevitabilmente cambiano anche le forme a cui essi si prestano a dare vita e che, in un certo senso, suggeriscono di plasmare.
 Difficile dare conto della quantità notevolissima di temi, suggestioni e declinazioni stilistiche che si incontrano nella poesia di Ashbery: diciamo che piuttosto costanti risultano il dettato ostico, le citazioni erudite abilmente dissimulate nel corpo del testo, la trasformazione dell'abbrivio lirico in occasione per una profonda riflessione filosofica, la predilezione per la misura medio-lunga dei componimenti, un alto tasso di sperimentalismo, la presenza di una buona dose di ironia (a mo' di esempio, citiamo il distico finale di Vicinanza, componimento della raccolta Wakefulness - Stato di veglia - del 1998: "Non lasciarmi in questa selva!/ O, se lo fai, pagami perché ci resti").

 John Ashbery

  Le raccolte migliori, a mio parere, sono quelle pubblicate nel corso degli anni settanta del Novecento: al di la della celeberrima Self-Portrait in a Covex Mirror (Autoritratto in uno specchio convesso) del 1975, la mia poesia preferita è forse Syringa, contenuta in Houseboat Days (I giorni della casa galleggiante) del 1977. Anche per ragioni di spazio, però, voglio riportare qui un altro componimento notevole ma più breve, Late Echo (Tarda eco), parte di As We Know, 1979:

Soli con la nostra follia e il fiore preferito
vediamo che in vero non resta nulla di cui scrivere.
O piuttosto, si deve scrivere delle solite cose
nello stesso modo, ripetere sempre le stesse cose
perché amore continui a essere un po' diverso.

Alveari e formiche vanno rianalizzati in eterno
e il colore del giorno inserito
centinaia di volte e variato da estate a inverno
perché rallenti al passo di un'autentica
sarabanda e vi si annidi, vivo, e si riposi.

Solo allora la disattenzione cronica
delle nostre vite potrà avvolgerci, conciliante
e con un occhio a quelle lunghe ombre bronzee sfarzose
che parlano così fonde dentro la nostra impreparata coscienza
di noi stessi, i motori parlanti d'oggigiorno.

Voto: 6,5

venerdì 29 settembre 2017

Philip Roth, "L'umiliazione", Einaudi


 Dopo aver letto nei giorni scorsi un’intervista a Philip Roth, fermo in una rinuncia alla pratica del romanzo che ormai pare definitiva (quasi voglia assaporare fino in fondo il gusto di sopravvivere a se stesso, come un ex grande campione dello sport), mi è venuta voglia di rileggere e commentare una delle sue opere narrative.
 The Humbling, penultimo libro da lui firmato ad oggi pubblicato, è l’ennesimo, breve romanzo frutto della maturità dello scrittore icona assoluta della letteratura americana. Roth prosegue qui la sua analisi della vecchiaia e delle menomazioni che essa porta con sé – vere e proprie anticipazioni della morte –, mettendo in scena la vicenda di Simon Axler, grande attore teatrale che d’improvviso perde la capacità di recitare.
 Nulla, nonostante le cure a cui si sottopone e il lungo ricovero in una clinica per la salute mentale, sembra potergli restituire il talento smarrito, e con esso la serenità, la sicurezza, la precisa percezione dei confini della propria personalità, la consapevolezza della propria sostanza umana.
 Perduto il ruolo che lo definiva, Simon resta esposto a tutti i rovesci che la spaventosa precarietà della sua nuova vita comporta: così, quando si innamora di Pegeen, la figlia ancora giovane – molto più giovane di lui – di due suoi vecchi compagni di recitazione, si rende ben conto del pericolo a cui si espone, il pericolo di essere psicologicamente demolito da un eventuale abbandono; ma non può fare nulla per evitarlo. Tanto più che Pegeen, che in realtà è lesbica, non è mai stata con un uomo, e si sente fondamentalmente attratta soltanto da una declinazione del desiderio erotico per lei inedita.

 Un recente ritratto fotografico di Philip Roth

 Così, quando Peegen puntualmente lo lascia, a Simon non resta che una sola opzione: trovare il coraggio di suicidarsi per recuperare, in qualche modo, la dignità di un profilo umano definito.
 Il libro è interessantissimo: Roth tenta di rappresentare l’uomo nudo, privato totalmente dei suoi punti di riferimento, recuperando in un colpo solo tutta l’esperienza della grande letteratura del Novecento e calandola in un contesto “moderno”; un contesto, cioè in cui il protagonista si illude di saper governare il relativismo che caratterizza la propria dimensione umana, ma alla fine si ritrova comunque a fare i conti con i propri limiti, con la necessità di darsi, ripescandoli nel proprio bagaglio culturale, cardini precisi; anche se recuperarli significa magari scegliere il suicidio.
 Alla fine, al lettore che conosce la storia di Roth e la sua scelta radicale di rinuncia alla scrittura viene un dubbio: che l'abbandono della letteratura sia un tentativo di mettersi alla prova, sperimentando un modo di essere uomo ancorato all'autenticità dei propri principi basilari, al di fuori della rete di protezione della sua brillante immagine pubblica? Se così fosse, L'umiliazione conterrebbe già i germi di un'intima riflessione gravida di conseguenze sulla vita stessa dello scrittore.  

Voto: 8

venerdì 22 settembre 2017

Denis Johnson, "Mostri che ridono", Einaudi


 Come già in parte accadeva in Albero di fumo, anche in Mostri che ridono Denis Johnson utilizza alcuni cliché tipici della letteratura noir-spionistica per esplorare i recessi del neocolonialismo occidentale, percorrendo fino in fondo la strada che porta alla totale destrutturazione dei valori sui quali crediamo che la nostra società sia fondata, per arrivare a una sorta di trance allucinatorio - fra il Conrad di Heart of Darkness e Apocalypse now - che ci induce a dubitare di ogni cosa, perfino di ciò che realmente siamo.
 Il protagonista-narratore del libro, Roland Nair, è ufficialmente un Capitano dell'esercito danese, ma in realtà lavora come agente per il Niia, il servizio di intelligence legato alla Nato, spesso in concorrenza con la stessa Cia. 
 Nair giunge in Sierra Leone per incontrare Michael Adriko, un mercenario ugandese assoldato come addestratore dall'esercito americano, con cui ha condiviso avventurose esperienze in Afghanistan.
 Come spesso accade nel mondo degli agenti segreti, non sono del tutto chiari gli scopi della missione che Nair ha intrapreso, né le motivazioni che lo spingono all'azione: lo stesso Adriko lo ha invitato in Africa per presenziare al suo matrimonio, ma Nair crede che l'amico debba in realtà proporgli qualche lucroso affare riguardante il traffico di diamanti o una partita di uranio arricchito trasportato da un veivolo abbattuto nel cuore della giungla e mai più ritrovato; del resto, il suo incarico gli imporrebbe di tenere d'occhio Adriko e di riferire ai superiori i suoi spostamenti, dato che l'uomo ha abbandonato senza permesso il battaglione a cui era aggregato, e ora è considerato dagli americani alla stregua di un disertore.
 Il tutto risulta ulteriormente complicato da altri tre fattori: Davidia, la promessa sposa del gigantesco Michael, è la figlia del Colonnello Marcus St Claire, il comandante del presidio americano di Fort Carson, presso il quale Adriko lavorava; Nair si innamora inopinatamente della fidanzata dell'amico; il protagonista, parallelamente al suo incarico di sorveglianza di Adriko, cerca di portare avanti segretamente la vendita sottobanco delle mappe dei cavi di fibre ottiche dell'esercito americano in sette Paesi dell'Africa Occidentale ad Hamid, l'agente di un Servizio concorrente precedentemente contattato ad Amsterdam.
 La discesa agli inferi vera e propria comincia quando Nair, Adriko e Davidia abbandonano la Sierra Leone per volare a Entebbe, in Uganda. Qui Michael inizia a giocare a carte scoperte: vuole sì portare Davidia nel suo villaggio natale per sposarla ma, contemporaneamente, sta trattando la vendita di una partita di uranio 235 ad agenti vicini al Mossad per una cifra a sei zeri. In verità si tratta di una truffa: Adriko non è in possesso della partita di uranio, ma solo di un piccolo campione del minerale.

 Denis Johnson

 Naturalmente la truffa viene svelata, e Nair, Michael e Davidia sono costretti a lasciare precipitosamente l'Uganda alla volta del Congo a bordo di un fuoristrada, con Michael ferito. La meta è il villaggio natale di Adriko, Newada Mountain, che sorge giusto al di là del confine presso una serie di alture ribattezzate da un missionario inglese in preda a una sorta di delirio psichedelico "mostri che ridono". 
 A un certo punto il fuoristrada rimane in panne dentro una delle terribili piste fangose che tagliano la foresta; Nair, Adriko e Davidia riparano nel villaggio più vicino proprio nel momento in cui questo viene assaltato e saccheggiato da una delle milizie irregolari che infestano il Congo. Caduti prigionieri dei miliziani, mentre Nair e Davidia sono protetti dal loro passaporto americano (che suggerisce ai soldati di usarli come merce di scambio), Adriko rischia di essere giustiziato, e riesce a salvarsi soltanto con una rocambolesca fuga.
 Quando l'esercito degli Stati Uniti interviene a liberare i due ostaggi, Nair viene messo sotto custodia perché sospettato di tradimento; a fatica riesce a convincere i suoi carcerieri della propria fedeltà alla causa, e solo promettendo di consegnare agli americani Adriko riconquista la libertà.
 Il resto è un viaggio nei territori della pazzia e dell'orrore puro: Nair riesce a raggiungere a piedi Newada Mountain, dove si è rifugiato Adriko, ma il villaggio - una landa desolata dove l'acqua è contaminata, gli alberi muoiono e le capanne vengono distrutte per essere usate come combustibile - è in balia di un'epidemia che sta uccidendo tutti gli abitanti; per di più gli indigeni ubbidiscono a una donna aggressiva e corpulenta, soprannominata "La Dolce", che si è autoproclamata regina, comanda i suoi sottoposti sulla base delle proprie superstizioni, e abbaia i suoi assurdi ordini da una sedia issata fra i rami di un grande albero rinsecchito. In questa sudicia sentina, Nair, privo di mezzi per comunicare col mondo, assetato e stremato, rischia di perdersi definitivamente. 
 Ne uscirà solo grazie ad Adriko, "africanizzandosi" una volta per tutte: deciderà così di tradire il mandato affidatogli dall'esercito statunitense, assumerà una falsa identità e ritornerà in Sierra Leone giusto in tempo per concludere con Hamid la vendita delle mappe dei cavi di fibre ottiche americane in Mali, ricevendone in cambio centinaia di migliaia di dollari. Per il futuro farà parte per se stesso: novello Rimbaud, sarà un anonimo mercante di morte al servizio del miglior offerente, perduto per i sentieri dell'Africa. 
 Il libro è bello e ha un ritmo notevole, che si traduce in una grande leggibilità. La scrittura di Johnson raggiunge a tratti uno slancio espressionistico che le conferisce un'intensità rara. La realtà che viene descritta nel romanzo è talmente orribile da risultare quasi comica, volgendo la tragedia in una paradossale commedia. Purtroppo non è del tutto inverosimile che, nel nostro mondo, succedano cose perfettamente analoghe a quelle qui narrate.

Voto: 7    

venerdì 15 settembre 2017

Joan London, "L'età d'oro", edizioni e/o


 Perth, Australia, 1954: non essendo ancora stato messo a punto un vaccino capace di arginare la diffusione della poliomielite, le periodiche epidemie della terribile malattia colpiscono con implacabile ferocia le giovani generazioni, condannando molti ragazzi a una vita strozzata da inguaribili menomazioni fisiche e dallo stigma sociale che le conseguenze del morbo comportano.
 Frank Gold ha 13 anni, è l'unico figlio di due ebrei ungheresi emigrati in Australia dal Vecchio continente subito dopo la guerra, e ha la sventura di ammalarsi proprio di poliomielite.
 La disgrazia del ragazzo è un colpo durissimo per i genitori: Ida, che a Budapest suonava il pianoforte ed era una concertista di talento, e Meyer, che prima della guerra era un brillante uomo di affari. Ida e Meyer, infatti, fra le persecuzioni antisemite dei nazisti, le violenze dei soldati dell'Armata Rossa e i bombardamenti, hanno perso durante la Seconda guerra mondiale tutti i loro parenti, e in Australia speravano di riuscire a gettare le fondamenta per una vita finalmente serena, sebbene più modesta di quella che conducevano un tempo (dopo l'emigrazione, la donna ha rinunciato a qualsiasi velleità artistica, mentre l'uomo mantiene la famiglia trasportando con un furgone casse di bevande analcoliche).
 Ma Frank non è tipo da lasciarsi andare crogiolandosi nell'autocommiserazione; soprattutto da quando in ospedale ha incontrato Sullivan Backhouse, un giovane rinchiuso in un polmone d'acciaio che gli ha insegnato a trasformare le proprie emozioni e le proprie osservazioni in poesia. La poesia diviene presto per Frank lo strumento indispensabile per comprendere il mondo, dargli un ordine, tenerlo sotto controllo.
 E' con quest'arma che egli affronta la sua faticosa risalita verso la normalità quando entra nel Golden Age, il centro riabilitativo per bambini che sorge nella zona nord della città. Al Golden Age Frank è il paziente più anziano; questo - nonostante i piccoli degenti siano mediamente più maturi della loro età per via di tutto quello che hanno sofferto - gli conferisce uno status particolare anche agli occhi delle infermiere, delle fisioterapiste, delle educatrici che popolano l'universo separato di quella struttura, che dovrebbe preparare i piccoli poliomielitici ad affrontare il mondo esterno a dispetto degli impacci della loro nuova condizione. Al cospetto di tutti costoro Frank incarna la volontà di non arrendersi, il desiderio di riprendere in mano la propria vita e, nel contempo, la fragilità derivante dalla consapevolezza che nulla sarà più come prima.
 Dentro il convalescenziario Frank incontra Elsa, una graziosissima dodicenne che, come lui, sta cominciando a fare i conti con la propria nuova disabilità. Fra i due scocca la scintilla del primo, indimenticabile amore: per Frank, Elsa rappresenta la bellezza e l'aspirazione alla felicità a cui è giusto non rinunciare; per Elsa, Frank è la spinta necessaria per prendere le giuste misure a una realtà con cui ancora fatica a rapportarsi.

Joan London

 Nonostante l'importanza dell'affetto che i due ragazzi nutrono l'uno per l'altra sia perfettamente compreso dalla sensibile capo-infermiera Olive Penny, che intuisce come per entrambi quel rapporto costituisca un ponte gettato verso il futuro oltre la malattia, i pregiudizi e i luoghi comuni della società costruita su misura degli uomini sani sembrano congiurare contro questo amore: così, quando Frank, una notte, viene sorpreso da un'infermiera di turno dentro il letto di Elsa nel dormitorio femminile, e la donna fa loro rapporto, i due ragazzi vengono espulsi dal Golden Age su inappellabile decisione dei severi membri del Consiglio di amministrazione.
 Per fortuna i genitori di Frank e Elsa capiscono quanto sia serio e maturo quel rapporto, e permettono ai figli di rivedersi. Sebbene in seguito la vita li porterà lontano l'uno dall'altra, il nucleo pulsante di quell'affetto costituirà per tutti e due il propellente segreto della loro avventura sulla Terra.
 L'età d'oro è un equilibratissimo romanzo corale in cui il punto di vista passa da un personaggio all'altro, componendo il quadro ricco di particolari di una realtà della quale al lettore è concesso di conoscere tutti gli aspetti (si può dire anzi che il quadro sia duplice, e che ritragga da una parte l'Australia - con l'esuberanza della sua natura, la presenza predominante dell'Oceano, l'apparente precarietà della presenza umana -, dall'altra l'universo a sé stante del Golden Age, con i suoi ritmi e la sua particolarissima atmosfera, fatta di dolcezza, di candore e di dolore).
 Nello stesso tempo, lo sviluppo narrativo favorisce la definizione di una mirabile galleria di figure a tutto tondo: non solo Frank e Elsa, ma anche l'affascinante infermiera Penny, i genitori di Frank, Meyer e Ida, la madre di Elsa Margaret, sua sorella Sally...
 Il flusso del racconto, privo di accenti espressionistici, nella sua linearità, diventa una sorta di naturale riflessione sul valore della vita umana, sulla sua mutevolezza, sulla sua periclitante essenza (tutti i personaggi paiono alla faticosa ricerca di una stabilità interiore e di solidi punti di riferimento che consentano loro di elaborare un'etica adatta ad affrontare le minacce di una sorte maligna, incarnata per qualcuno dalla malattia, per qualcun altro dalla tragedia della guerra, per qualcun altro ancora dall'inopinato e casuale dissolversi degli affetti più cari).
 Due notazioni personali e un poco idiosincratiche in chiusura. La prima: mi capita sempre più spesso di apprezzare la scorrevolezza della scrittura dei romanzi in traduzione (qui è molto buona quella di Silvia Castoldi) se confrontata con la manierata ricerca dell'asperità stilistica tipica di molti dei libri di autori italiani. Quest'ultima è una tendenza che ha dato anche buoni risultati nel recente passato, ma - trasformatasi in una moda -, nella sua ormai conclamata serialità, rischia di diventare stucchevole.
 La seconda: il titolo L'età d'oro non suona benissimo; sarebbe stato più logico mantenere la locuzione inglese Golden Age, contenutisticamente giustificata dal fatto che il convalescenziario dove è ricoverato Frank si chiama proprio così, ed evocativa allo stesso modo della sua traduzione italiana.

Voto: 6,5