domenica 25 ottobre 2020

Andrea Bajani, "Dimora naturale", Einaudi

 Questa raccolta di poesie di Andrea Bajani consta di 50 componimenti (i primi quarantanove contrassegnati da un numero progressivo, l'ultimo preceduto dal simbolo dell'infinito), ciascuno costituito da otto versi di varia misura: in una partitura metrico-prosodica assolutamente libera, l'endecasillabo compare solo episodicamente, mentre abbondano esempi di versi che, pur riproducendone la scansione, ne travalicano il numero di sillabe; piuttosto rare, anche se non del tutto assenti, le rime.
 Ogni poesia è caratterizzata da una notevole leggibilità; si rifuggono, infatti, costrutti sintattici aggrovigliati, espressioni troppo peregrine, formule ermetiche. Nonostante questo, il discorso non tende affatto alla prosa: la brevità e il ritmo del dettato, infatti, portano a enfatizzare un'immagine o un concetto - spesso incorniciato dall'efficacia di un singolo verso o di una coppia di versi - che assume un significato di spicco, valorizzato da una rete di rimandi creata intorno ad esso. 
 Prendiamo il componimento n. 13: 
"Questo gabbiano, per esempio / che porta il mare sul terrazzo. / Qual è lo scempio, mi domando, / la mia dimenticanza, ignorare / quanto dista il litorale, oppure / il suo disorientamento, prendere / una palazzina anni cinquanta / per la propria dimora naturale?"
 L'immagine poetica centrale è quella del gabbiano, con tutto il suo potere evocativo (derivante anche da una lunga tradizione letteraria), per nulla intaccata, anzi accresciuta dal fatto di essere fuori contesto. Su di essa, e sulle reazioni che suscita, si sviluppa una riflessione che insiste sul tema del progressivo distacco emotivo dell'uomo dall'ambiente naturale di cui fa parte; è tutto da stabilire se questo scollamento vada maggiormente a detrimento dell'uomo stesso, ormai incapace di rapportarsi correttamente alla natura e di leggerne l'alfabeto, o delle entità che dell'ambiente naturale sono ancora parte integrante a pieno titolo - gli animali soprattutto. 
 Quello del rapporto dell'uomo con la natura, del resto, è il tema unificante dell'intera raccolta. L'idea di partenza, declinata liricamente in molti modi diversi, è che l'uomo non possa in alcun modo prescindere dalla sua "animalità", dalla natura biologica del suo essere, che nessun pensiero metafisico può rimpiazzare e obliterare.
 Della natura l'io lirico osserva i fenomeni e, insieme, si rieduca a sentirsi parte. In questo senso, le sovrastrutture culturali che inducono a interpretare metaforicamente, riducendoli alla misura delle nostre elucubrazioni, processi che sono semplice manifestazione dei cicli naturali (come l'arrivo dell'inverno, ad esempio) vengono smantellate in nome di una più precisa e serena constatazione della realtà che ci circonda (si veda il componimento n. 17: "A volte è questione di un istante, / l'inverno arriva come un crollo / le foglie tutte insieme vanno giù. / Oggi invece è solo illusionismo, / la caduta delle foglie d'improvviso / si fa volo, toglie lo spazio sottostante. / Sembrava una morte a precipizio / e invece sono rondini che vanno.").
 La pretesa di essere "speciali", di essere superiori agli altri animali e di godere di uno statuto particolare all'interno del novero dei viventi deve essere ampiamente ridimensionata (componimento n. 19: "Ecco, non siamo poi così diversi / dalle seppie che colorano i fondali / e traducono in cromatica l'attacco / e la difesa. Non abbiamo i loro / gialli, forse, la nostra tavolozza / è meno estesa. Ma guàrdati / allo specchio, l'amore ti fa rossa, / il bianco è il tuo colore della resa."; o ancora, componimento n.29: "Chi glielo dice, e in quale lingua, / alla marmotta o allo stambecco / chi glielo dice adesso al picchio / alla vipera e a camoscio, chi dice / alla foglia sconfinata per il vento / che c'è una soglia, che è dentro / un altro stato, che chi l'ha detto / che la terra è uguale dappertutto.").
 
Andrea Bajani

  Tutto ciò non comporta però il rifiuto della specificità dell'uomo, della sua vocazione per il pensiero astratto; il ragionamento, e l'elaborazione letteraria che lo porta a esprimere in maniera verbalmente complessa le sue emozioni - soprattutto attraverso la poesia - si possono in certo senso considerare il suo "verso" naturale (componimento n.5: "Forse è proprio la voce della specie / questo pervicace battere e levare / sulle lettere, la riga che va via / e sprisce dentro il bianco terso. / Non è un grugnito o un miagolio / è un po' belato un po' starnazzo. / E' la poesia, lo strazio vocale di ogni io. / Bello o brutto, è il verso che facciamo.").
 La capacità di astrazione, il fatto di poter contare su un cervello particolarmente "performante", tuttavia, non devono essere visti come un privilegio; sono piuttosto una condanna (componimento n.30: "Risulta assai evidente, a guardarci / in una piazza, qual è la punizione / per la mela, qual era l'intenzione / che ha fatto del volo una caduta. / L'inserimento del cervello dentro / il cranio è la vendetta più spietata: / cercate invano, cercatela in eterno, / una ragione a questa insensatezza."). 
 Una condanna che la nostra vocazione per il divino, il nostro bisogno - in fondo sempre insoddisfatto - di cercare conforto in una superiore entità ultraterrena non fa altro che acuire (componimento n. 41: "Pare sia un fatto proprio degli umani / credere al divino, mettersi a pregare, / pensarsi niente davanti all'universo. / Per gli animali sembra sia diverso, / senza le parole il mistero diventa / mangiare e sopravvivere alla caccia: / finire nel presepe con Gesù bambino, / o dentro l'arca, è soltanto tempo perso.").
 Unica consolazione l'età infantile, quella che più ci avvicina l'uomo alla condizione animale e dunque all'armonia con la natura e, in qualche modo, alla felicità (componimento n.39: "Finisce tutto in tenerezza, dopo / la poppata, con le dita spalancate, / l'estasi del godimento disarmato.").
 Proprio a una originale e malinconica rievocazione dell'infanzia è dedicata quella che per me è la più bella delle poesie della raccolta, la numero 2:

Come mai di colpo poi spariscono
senza dare spiegazioni, come mai
nessuno vuole più sentire il verso
del cavallo, nessuno dice più nitrito,
raglio, nessuno vuole più un barrito.
Sono grandi glaciazioni, gli animali
se ne vanno dalle case nottetempo.
Ci si sveglia e non c'è più l'infanzia.

In poche parole: 50 poesie, tutte dello stesso numero di versi - e tutte giocate sull'efficacia di una scrittura lirica diretta e pianamente evocativa - per cercare di ristabilire il corretto rapporto tra uomo e natura; quella che è la nostra casa e, nel contempo, la nostra condizione fondamentale, ma che l'essere umano, reso superbo dalla propria capacità di coltivare il pensiero astratto, tende a misconoscere e a dimenticare.   

Voto: 6,5

domenica 18 ottobre 2020

Rocco Carbone, "L'apparizione", Castelvecchi

 Alcune settimane ho fa ho recensito un libro di Emanuele Trevi che ricordava le figure di due scrittori contemporanei molto diversi fra loro, scomparsi da pochi anni e meritevoli entrambi di continuare a essere letti: Pia Pera e Rocco Carbone. 
 Di Rocco Carbone prendo oggi in considerazione il romanzo forse più rappresentativo, un testo del 1992 di grande intensità espressiva, intitolato L'apparizione. Si tratta della breve storia di un delirio emotivo portato dal protagonista - che ne è vittima - fino alle sue estreme conseguenze, vale a dire fino alla propria autodistruzione.
 Nell'antichità classica, e nelle culture che ne sono in qualche modo derivazione, l'invasamento era un fenomeno paradossale, che portava l'invasato, ispirato da un dio, a svincolarsi dalle logiche utilitaristiche che governano questo mondo per attingere a una verità più profonda, capace di donare per un breve periodo un senso di pienezza esistenziale simile all'estasi, sovvertendo però le strutture stesse intorno alle quali si era costruita nel tempo la propria personalità. La più comune e la più potente delle forme di invasamento era quella determinata dal dio Amore.
 Carbone immagina qualcosa di simile nel suo romanzo: Iano, un insegnante quarantenne attivamente impegnato a combattere la dispersione scolastica andando in soccorso degli studenti in difficoltà, sposato con Rosa, una donna graziosa e amorevole, in un weekend di pioggia, mentre è ospite nella grande casa di campagna di una coppia di amici in attesa che la moglie lo raggiunga, incontra rientrando nella propria stanza un giovane malvestito accompagnato da un cane, con cui scambia poche parole. Lo stato di lieve alterazione dovuto a una modesta febbre da influenza e alle due aspirine che ha assunto circonfonde l'incontro di un'aura vagamente surreale. 
 Subito dopo Iano trova nella propria stanza uno stiletto acuminato, e contemporaneamente Sara, la padrona di casa, scopre nella sua camera da letto uno strumento analogo, ma con la punta piegata. Comprensibile spavento della donna. Tanto che, quando Iano riferisce l'episodio della misteriosa apparizione, tutti pensano ad un ladro o peggio; un ladro, però, sparito senza toccare nulla e senza lasciare traccia. Anche i carabinieri - chiamati e prontamente accorsi - ipotizzano che si tratti di uno sbandato o di un topo da appartamento, e promettono di fare ricerche fra i delinquenti comuni della zona. Ricerche che non portano a nulla.
 In seguito a questo misterioso episodio, giorno dopo giorno, nella mente del protagonista - che progressivamente realizza di essere preda di un sentimento nuovo - si fa strada una strana convinzione: quel giovane era un dio che voleva farsi latore di un messaggio. Iano, infatti, si è innamorato di Sara e crede di capire di essere destinato a intraprendere con lei una vita nuova.
 Un viaggio compiuto casualmente insieme all'amica diventa l'occasione per dichiararsi; la donna appare lievemente sconcertata di fronte all'atteggiamento di Iano, ma non si mostra scandalizzata, non prende drasticamente le distanze dall'amico e presume che tutto possa rientrare presto nella normalità.
 Invece Iano lascia la moglie - alla quale rifiuta qualsiasi spiegazione - prende congedo dal lavoro e, in preda a una strana euforia, comincia a riempire Sara di regali e a tempestarla di chiamate, che solo per fortuna sfuggono all'attenzione di suo marito Dario. 
 
Rocco Carbone
 
 Isolatosi sempre di più, divenuto irriconoscibile persino per gli amici di antica data, respinto definitivamente da Sara, Iano scivola a poco a poco dall'euforia alla depressione, senza però rinnegare la sua scelta e senza venire meno alla sua convinzione di essere stato eletto da un dio per compiere un'esperienza eccezionale.
 Devono intervenire coloro che gli sono più affezionati - che, anche su sollecitazione della moglie Rosa, gli stanno vicini - per convincere Iano a rivolgersi a uno psichiatra e ad accettare di farsi curare.
 Ma fra il protagonista e lo psichiatra (un luminare di nome Redondo) l'antipatia è immediata: la cura prescritta, a base di antidepressivi, non dà gli effetti sperati (probabilmente anche perché Iano continua a bere alcolici e a fumare moltissimo), la salute mentale e l'aspetto fisico di Iano continuano a peggiorare, e la sua esasperazione arriva fino a spingerlo, nell'ambulatorio di Redondo, ad aggredire il professore con un pesante portacenere, lasciandolo sul pavimento esanime e forse morto.
 Iano, a questo punto, è un latitante; sfuggendo alla polizia cerca prima rifugio presso un amico, poi fa un'ultima visita al preside della scuola nella quale lavorava, infine si reca brevemente dalla moglie Rosa - che lo tratta con delicatezza. 
 Prima di lasciare la propria città incontra anche Nino, un bambino rimasto orfano di genitori che egli è riuscito a convincere a tornare a scuola, e sua sorella diciottenne Cata, che forse è innamorata di lui. Dopo di che si mette in macchina e raggiunge l'anziano padre che vive in una località di mare nel sud Italia (i riferimenti geografici sono sempre piuttosto vaghi nel libro, ma si può facilmente dedurre che la città nella quale Iano risiede è Roma, mentre la città del padre è forse Reggio Calabria).
 L'incontro con il padre è pieno di calore e quasi commovente; ma l'incalzare delle forze dell'ordine costringe nuovamente Iano a mettersi in macchina e a fuggire. 
 A questo punto all'uomo, che sembra non avere più vie d'uscita, durante una sosta, appare ancora il giovane malvestito accompagnato da un cane che egli crede un dio, e la cui originaria comparsa in casa di Sara ha dato inizio a tutta la sua avventura. La visione conforta Iano, che crede una volta di più di avere fatto bene a seguire il suo sogno d'amore e a vivere i suoi ultimi giorni con una pienezza prima sconosciuta.
 Il suicidio - compiuto lanciandosi con l'auto in mare giù dalla scogliera a una curva delle strada - sarà il sigillo a una esperienza umana che egli percepisce come straordinaria.
 Sotto l'aspetto stilistico il libro è ammirevole: attraverso una scrittura estremamente pulita e precisa, minuziosa come quella di un verbale, ma filtrata attraverso il punto di vista necessariamente straniato di Iano, si raggiungono effetti di eccezionale trasparenza e, insieme, di notevole concretezza, che conferiscono al romanzo l'ideale fisionomia di un cristallo. 
 E' solo attraverso la sapiente gestione dei tempi narrativi - che ci consente di mettere a confronto lo Iano dopo il delitto per il quale è ricercato con quello di prima del delitto - che riusciamo a ricostruire il delirante percorso del protagonista e, in qualche modo, a oggettivare la sua condizione, che nella sua stravaganza egli vive con assoluta naturalezza. 
 Tale impostazione si traduce in un profondo rispetto delle facoltà interpretative del lettore, che è messo di fronte al resoconto dettagliato e assolutamente neutro di un'esperienza umana assai singolare, senza che gli sia data una chiave di decodifica di questa particolare vicenda diversa da quella - invero bizzarra - proposta dell'inaffidabile protagonista.
 Così, il piano della razionalità e quello dell'irrazionalità slittano l'uno sull'altro chiamando chi legge, sulla base della propria sensibilità e delle propria apertura alle più varie suggestioni, a inserire nella giusta prospettiva quanto viene raccontato.
 
In poche parole: il romanzo, avvalendosi di una scrittura di assoluto rigore e di grande precisione, capace di creare geometrie stilistiche di cristallina purezza, racconta la storia di un uomo - Iano - che, in seguito alla strana e inspiegabile apparizione di un ragazzo sconosciuto accompagnato da un cane a cui gli capita di assistere, si convince di essere destinato a perseguire una vita nuova, coltivando l'amore per una donna diversa da sua moglie. 
Questo "invasamento", simile a quello di coloro che, nei miti classici, venivano scelti da un dio per compiere un'esperienza fuori dal comune, si trasforma presto in vero e proprio delirio autodistruttivo che né la vicinanza degli amici, né l'intervento di uno psichiatra consentono al protagonista di arrestare. Anzi, con l'aggressione fisica dello psichiatra che lo ha in cura, il protagonista imbocca una strada senza ritorno, che lo porterà al definitivo rifiuto di tutto ciò che umanamente è stato fino a quel momento e, infine, all'inevitabile suicidio.
 
Voto: 7  

domenica 11 ottobre 2020

Angelo Carotenuto, "Le canaglie", Sellerio

 
 
 Le canaglie è un romanzo che gemma da una storia di sport capace, come poche altre, di fungere da compendio di un'epoca impura, appassionata e violenta - gli anni settanta del Novecento - in una città tormentata e difficile - la Roma dei ministeri e delle squallide borgate, dei cineasti e delle battone, degli omicidi politici e delle tifoserie politicizzate, degli scontri di piazza e dei meridionali in cerca di fortuna, dei palazzinari e dei faccendieri, dei giornalisti e dei questurini, delle armi da fuoco e degli adolescenti scomparsi nel nulla.
 Carotenuto affida il compito di raccontare a un immaginario narratore interno che si trova in una posizione privilegiata per osservare (e, in parte, per vivere in prima persona) tutti gli avvenimenti reali che vanno componendo questa storia: Marcello Traseticcio è un fotografo che ha ormai superato la trentina e ha alle spalle una notevole esperienza come ritrattista di dive durante gli anni ruggenti della "dolce vita"; possiede una discreta cultura e una sensibilità da artista, che gli consente, nei suoi scatti, di andare oltre gli aspetti puramente documentari dei fatti su cui punta l'obiettivo della sua macchina fotografica, e dunque di cogliere il senso profondo di ogni episodio di cui è testimone, e i presagi di cui esso è carico.
 All'inizio degli anni settanta, preso atto che i tempi stanno cambiando, il direttore del giornale romano per cui egli lavora sposta Marcello dal cinema ai settori a lui sconosciuti dello sport e della cronaca nera. E' così che comincia a frequentare il campo di allenamento di Tor di Quinto dove, sotto la guida intelligente dell'allenatore Tommaso Maestrelli, sta prendendo forma una squadra di calcio - la Lazio di Chinaglia e di Lenzini - destinata, con i suoi singolari interpreti, a incarnare lo spirito dei tempi tanto nella stagione breve e luminosa dei suoi successi quanto in quella per molti versi tragica del suo declino, che vedrà diversi componenti di quel gruppo perdersi in direzioni differenti, decretando il malinconico esaurirsi di quella magnifica epopea.
 Di Maestrelli, presentato come il personaggio più positivo fra quelli di cui viene restituito il profilo, Marcello diventa amico e confidente, impara ad apprezzarne la profonda umanità, a rispettarne la riservatezza, ad amarne l'assoluta mancanza di banalità nelle idee professate, nella pazienza, nella tolleranza, nella finezza psicologica con cui è solito rapportarsi ai propri giocatori.
 Degli altri (i calciatori e le loro mogli, i dirigenti, i tecnici, i magazzinieri, i tifosi, i giornalisti e tutti coloro che intorno alla Lazio gravitano) il protagonista-narratore arriva a conoscere la personalità, a capire pregi e difetti, a studiare passioni e debolezze, spesso molto prossime a  - e a volte assai distanti da - quelle che informano la cronaca degli anni settanta e appartengono ai sentimenti universalmente diffusi fra la gente comune nell'Italia di allora. 
 I calciatori - tutte facce e personaggi degni, come è stato detto, di un film di genere - vengono descritti con grande concretezza, in maniera tale da lasciarne intatto il fascino un po' "sporco" senza indulgere in mitizzazioni di maniera: li ritroviamo tutti, dal portiere Felice Pulici, allampanato e un po' ingenuo, assuefatto alla nicotina al punto di rendersi conto che la partita si sta avvicinando al novantesimo minuto dall'insopprimibile bisogno di fumare che si impadronisce di lui, al "Tufello" Giancarlo Oddi; da Franco Nanni, pisano di famiglia operaia, a Sergio Petrelli, ex della Roma, appassionato di armi al punto tale da contagiare tutti i suoi compagni; dal regista Mario Frustalupi a Renzo Garlaschelli, "reverendo del puttanesimo"; da Luigi Martini, fascista, paracadutista, principale antagonista di Chinaglia, all'indimenticato Luciano Re Cecconi, il Biondo, morto tragicamente per uno scherzo assurdo; da Vincenzino D'Amico, la giovane promessa, a Pino Wilson, il capitano, lo stopper mezzo inglese grande amico di Chinaglia. E poi lui, "Long John", Giorgione, il bomber e il leader della squadra, grintoso, prepotente, sempre sopra le righe, manesco e fragile, generoso e ingenuo, "adottato" da Maestrelli quasi come un figlio, allevato dalla nonna durante l'infanzia, e poi partito da solo ad appena undici anni alla volta di Cardiff per raggiungere i genitori emigrati senza di lui.        
 
Angelo Carotenuto
 
 Le vicende personali e quelle sportive di tutti questi uomini incrociano i problemi e gli avvenimenti che in quegli anni riempivano i giornali: le violenze per strada, le zuffe davanti ai licei, l'omicidio di Pier Paolo Pasolini, la politicizzazione dei gesti quotidiani, i pregiudizi di parte, la conquista dei diritti civili, con i referendum sul divorzio (tenutosi proprio nel giorno della vittoria dello scudetto da parte della Lazio) e sull'aborto, destinati a svecchiare costumi e mentalità di un italia arretrata e sessista. 
 Nello stesso tempo, ai fatti sportivi fa da controcanto l'insieme di avvenimenti che investono la famiglia di Marcello: la malattia e poi la morte della moglie Maria - che riecheggia la malattia e la morte dello stesso Maestrelli - e la scomparsa improvvisa, a 17 anni, della figlia Clara, come accadde a tanti adolescenti in quel periodo, spariti senza lasciare traccia, inghiottiti da una città ancora criminosa e misteriosa, avventurosa e maledetta.
 L'amalgama che ne scaturisce è di un'apprezzabile freschezza letteraria, grazie anche al tono stilistico che assume la voce del narratore, caratterizzata da accenti popolareggianti senza scimmiottare un romanesco di maniera, capace di tenersi lontana da effetti pedissequamente cronachistici, carica di una notevole sostanza emotiva.
 Uno degli aspetti davvero interessanti di questo libro è la sua capacità di sfuggire alla trappola della pura e semplice epica sportiva, a cui sarebbe stato facile appellarsi per trovare effetti di sicura suggestione. I fatti di calcio costituiscono la cornice (una cornice sontuosa, ma pur sempre una cornice) delle vicende individuali e degli umanissimi sentimenti dei protagonisti.
 Allo stesso modo, Carotenuto evita accuratamente la retorica dell'eroe e quella - ad essa speculare e di cui sovente si abusa quando si parla della Lazio del 1974 - dell'antieroe: gli esponenti dei due clan in cui lo spogliatoio laziale era allora diviso vengono trattati senza troppo compiacimento; la controversa figura dello stesso Chinaglia viene analizzata con perfetta aderenza alla realtà effettuale e grande equilibrio, senza nascondere il fascino grezzo che l'uomo senza dubbio ebbe, ma senza indugiare troppo su di esso e senza che la narrazione ne diventi schiava.
 Se qualche difetto si può trovare nel romanzo, esso risiede in qualche zeppa eccessiva nella prima parte (forse ritenuta utile dall'autore per la corretta contestualizzazione degli eventi) e nei passi abbastanza farraginosi che vedono protagonisti il misterioso Preminenza, vecchio orditore di trame occulte, e il giovane studente che per lui si occupa della rassegna stampa, detto "il Solerte". In generale si può però dire che viene gestita benissimo la non facile fusione fra la finzione romanzesca e la realtà effettuale su cui essa insiste e che spesso - ma non qui - crea problemi, sfasature, inverosimiglianze e prolissità capaci di zavorrare in maniera esiziale opere di questo tipo.

In poche parole: attraverso l'occhio attento di un fotografo, avvezzo a cogliere particolari e sottointesi in tutto ciò che osserva ed è chiamato a immortalare, viene ricostruita la storia di una squadra di calcio che ha fatto epoca ed è rimasta nell'immaginario collettivo per la singolarità umana e l'anticonformismo dei suoi interpreti, e il tragico destino che investì alcuni di loro: la Lazio degli anni settanta. Le vicende di cronaca si intrecciano a quelle relative alla finzione narrativa, fino a creare un amalgama capace di rappresentare letterariamente l'atmosfera di Roma e dell'Italia intera in quel periodo, senza scivolare nelle banalità che talvolta caratterizzano l'epica sportiva né nella piattezza del documentarismo storico, e senza scadere nella retorica schematica della dicotomia "eroe acclamato-antieroe dal fascino sinistro". Il risultato è un romanzo che intriga e appassiona.
 
Voto: 6,5 

domenica 4 ottobre 2020

Raffaele La Capria, "Ferito a morte", Mondadori

  

 Capita, a chi si occupa quotidianamente di letteratura per professione o per diletto, di girare a lungo attorno a un certo numero di "grandi libri" senza mai affrontarli direttamente, magari assaggiandoli appena o traendone un'impressione mediata attraverso i commenti di altri. 
 Questo può accadere perché si aspetta il "momento giusto" o il giusto stato d'animo per intraprendere una lettura che si sa importante e impegnativa, o perché di questi libri si è sentito parlare talmente tanto da avere l'impressione che le valutazioni altrui si siano stratificate in pregiudizi che avvertiamo in qualche modo di aver fatto nostri e che, nostro malgrado, comprometterebbero il piacere di una lettura libera da condizionamenti. Occorre così uno sforzo supplementare per dedicarvisi facendosi guidare semplicemente dalla curiosità.
 Per me, uno di questi libri è stato fino ad oggi Ferito a morte di Raffaele La Capria: pubblicato nel 1961, viene considerato da molti critici uno dei vertici toccati dalla lettura italiana nel corso del Novecento; d'altra parte, è stato semplicemente ignorato da alcuni altri, forse perché, per la sua singolarità, poco si presta a rientrare in categorie interpretative consolidate.
 Il romanzo fa proprie tecniche narrative, quale quella del flusso di coscienza, sperimentate e codificate nella prima metà del XX secolo soprattutto da James Joyce e Virginia Woolf, e le utilizza magistralmente come catalizzatore - per collegare fra loro e lasciare che si espandano liricamente le problematiche che, incrociando la biografia del personaggio principale, vengono sostanziate letterariamente -, e come lente deformante, per sovrapporre e mischiare fra loro diversi piani temporali, facendo convergere in un unico momento avvenimenti fra loro cronologicamente distanti, o dilatando a dismisura fatti che assumono particolare importanza nell'economia della narrazione.
 Tutto comincia con il dormiveglia di Massimo De Luca, protagonista e alter ego dell'autore, che in un splendida giornata del 1954, alla vigilia del suo definitivo trasferimento da Napoli a Roma per lavoro, dal suo letto in una stanza di palazzo Medina - che sorge direttamente dalle acque trasparenti del mare di Posillipo - rievoca episodi e personaggi della sua recente giovinezza napoletana e borghese, costellata di gite in barca, tuffi, immersioni e battute di pesca subacquea, splendide ragazze ammirate e corteggiate, bravate e pettegolezzi di amici e conoscenti, pigri pomeriggi passati al circolo nautico fra accaniti giocatori di carte, piccoli millantatori, danarosi esibizionisti, "principi delle apparenze".
 Dietro la disordinata e indolente rievocazione del passato, si cela però la più acuminata delle spine che continuano a pungere il cuore di Massimo: l'amore indimenticato e indimenticabile per Carla Boursier, conosciuta nel 1943 durante un'incursione aerea alleata che aveva costretto pescatori e diportisti che se ne stavano in barca sul mare davanti a Castel dell'Ovo a rifugiarsi in una grotta; rivista - più adulta - nel dopoguerra, frequentata almeno fino al Capodanno 1949, e infine perduta dopo un umiliante fallimento per "troppo amore" durante un emozionato approccio sessuale; sempre rimpianta, comunque, nonostante i presunti tradimenti di lei con dei dongiovanni di seconda schiera. 
 La clamorosa defaillance erotica, la Grande Occasione Mancata, viene metaforicamente evocata attraverso il sogno ovattato di una pesca subacque che vede Massimo armato di fucile incrociare una spigola grossa "come una fortezza volante" senza che il suo braccio riesca a scoccare l'arpione al momento giusto per catturarala.
 Quella Grande Occasione Mancata, descritta a stento e in maniera ellittica, riecheggia poi per tutte le stanze del libro, divenendo il simbolo del fallimento di tutta la generazione di cui Massimo è parte e, nello stesso tempo, della borghesia napoletana, incapace di incidere sulla realtà, inetta perfino nel preservare la bellezza della propria città, l'armonia del paesaggio; condannata a vedersi rimpiazzata da palazzinari e nuovi ricchi di una volgarità sconcertante.
 
Raffaele La Capria
 
 Il senso malinconico e lievemente struggente di ciò che poteva essere e non è stato unisce la prima e la seconda parte del libro: la prima abbraccia i sette capitoli iniziali, e prende le mosse proprio dal dormiveglia di Massimo, che lo porta avanti e indietro nel tempo permettendogli di soffermarsi su quelli che sente come i momenti cruciali della sua avventura umana. La seconda abbraccia invece gli ultimi tre capitoli e vede Massimo, ormai residente a Roma, ritornare a più riprese a Napoli fra il 1954 e il 1960, incontrando i vecchi amici dell'ormai scomparso Middleton - Glauco, Cocò e soprattutto Sasà - constatandone l'inevitabile invecchiamento e ricordando come erano un tempo; sentendo contemporaneamente raccontare da altri come lo scettro della brillante capacità di intrattenere e di sedurre donne e potenti danarosi sia ora stato raccolto da suo fratello minore Ninì, mitizzato ma inafferrabile.
 La circolarità narrativa che questo corto circuito fra passato e presente crea contribuisce alla rappresentazione di Napoli, della sua gente e delle sue aspirazioni come di un mondo condannato dalle proprie debolezze intrinseche, da vizi storici ereditati e dal fatalismo pervasivo (dall'incapacità di riconoscere davvero e di superare i limiti di una visione del mondo improntata a una filosofica forma di rassegnazione che sfocia nel culto dell'effimero) a sprecare le proprie potenzialità. 
 Il senso di spreco è il sentimento che realmente Massimo De Luca, e con lui l'autore stesso, sembrano dolorosamente maturare ed esprimere nel testo: la rappresentazione più efficace che ne viene data si trova nella scena in cui il costoso motoscafo di Glauco (acquistato con gli ultimi soldi rimasti dopo la sua avventura come cercatore d'oro in Venezuela) naufraga miseramente girando in tondo nel mare agitato tra Napoli e Capri, con alla guida un ubriaco incapace di pilotarlo. 
 Due sono le cose assolutamente ammirevoli in questo romanzo, quelle che fanno sì che possa essere giustamente considerato un classico: la capacità di incarnare la sofferenza del protagonista, e la sua incerta ricerca dei motivi di quella sofferenza, in opzioni stilistiche che non rispondono mai all'esibizione di uno sperimentalismo formale fine a se stesso, ma diventano le lacrime e il sangue del racconto; e la limpidezza della scrittura, che rende godibile anche da parte del lettore medio un libro strutturalmente e narratologiocamente complesso.
 Caratteristiche che fanno di Ferito a morte, se non un modello (perché assai difficile da imitare), certo una pietra miliare della nostra letteratura negli ultimi 80 anni.
 
In poche parole: nel flusso di coscienza indotto dal dormiveglia in cui si crogiola - alla vigilia della sua definitiva partenza per Roma - nel mattino di una splendida giornata del 1954, sentendo i rumori del mare, Massimo De Luca rievoca la sua gioventù passata a Napoli, fra i tuffi, la pesca, gli scherzi con gli amici, l'indolente contemplazione della propria città; soprattutto, però, gli attraversa la mente il ricordo della Grande Occasione Mancata, il suo amore frustrato per Carla, la bionda ragazza di cui forse è ancora innamorato. Il senso di spreco che da quel ricordo, come un'ombra, si stende sugli anni passati, tornerà anche nelle sue successive visite a Napoli, incontrando gli amici ormai invecchiati che gli trasmettono il senso inesorabile del tempo che passa, ma che non riescono a trattenerlo dal cercare di scorgere ancora fra la folla l'oscillare di una bionda coda di cavallo. Indimenticabile divagazione su una città e un rimpianto d'amore, Ferito a morte è oggi da considerare un classico contemporaneo per la perfetta integrazione tra i mezzi tecnico-espressivi impiegati e la sostanza del racconto, e per l'assoluta limpidezza del dettato. 
 
Voto: 8 

domenica 27 settembre 2020

Marieke Lucas Rijneveld, "Il disagio della sera", Nutrimenti

 Il romanzo è assimilabile a un lungo, lirico, macabro capogiro, che si conclude con una tragica caduta nel vuoto.
 Il punto di vista dal quale la storia viene narrata è quello placidamente allucinato di Jas Mulder, una ragazzina di neppure dodici anni che si trova ad affrontare come peggio non potrebbe la morte del fratello maggiore Matthies, inghiottito alla vigilia di Natale, durante una gara di pattinaggio sul ghiaccio, dalle acque gelide del lago che si stende in un polder presso la fattoria nella quale ella vive all'inizio degli anni Duemila con la sua famiglia.
 Tre sono le circostanze che rendono impossibile per Jas elaborare il lutto della perdita che ha subito e superare il dolore inatteso che l'ha investita. In primo luogo la ragazza si sente superstiziosamente responsabile della fine di Matthies, poiché dentro di sé aveva immaginato di barattare la vita del fratello con la salvezza del suo coniglio da compagnia, che temeva il padre avesse intenzione di uccidere destinandolo al pranzo natalizio. 
 In secondo luogo, la protagonista rimane intrappolata nel cortocircuito logico che la morte del fratello ha provocato in seno alla sua famiglia: i genitori di Jas, infatti, sono portatori di una mentalità quantomai bigotta, frutto di una religiosità fanatica e morbosamente sessuofobica (al punto che diventa un problema anche solo pronunciare la parola "nudo"); una religiosità in cui domina l'idea di un Dio sinistramente vendicativo, di matrice veterotestamentaria, che proibisce e punisce, e a cui la misericordia sembra sconosciuta. Non sorprende dunque che la madre e il padre vivano la scomparsa del primogenito come una misteriosa, atroce condanna, per la quale non sanno trovare una spiegazione, della quale non sanno darsi pace e dalla quale non sanno riprendersi: la madre scivola nella depressione, si fa più distratta nei confrionti dei figli superstiti, sembra coltivare pensieri suicidi; il padre diventa sempre più cupo e collerico, a tratti culla il sogno di lasciare tutto e andarsene lontano. 
 A tutto questo si aggiunge poi il carattere assai particolare di Jas che - forse per reazione all'oppressiva educazione ricevuta - è afflitta da una morbosa tendenza alla fantasticheria bizzarra (che la porta, ad esempio, a immaginare di calarsi nei panni di Adolf Hitler, con il quale condivide il giorno del compleanno), con sfumature di natura coprofila e una spiccata propensione per l'erotomania, che innesca in lei un circolo vizioso fatto di trasgressivi esperimenti sadomasochistici, brucianti sensi di colpa, desideri frustrati. In tale prospettiva, anche la continua rievocazione del dolore per la morte di Matthies diventa una sofisticata forma di perversione in cui crogiolarsi per fuggire da una quotidianità deprimente.
 
Marieke Lucas Rijneveld
 
  Del resto, nella grande fattoria, in cui le 180 mucche contenute dalle stalle sono la cosa più importante e regolano con le loro esigenze i ritmi di tutti i membri della famiglia, in cui l'odore di letame e quello di formaggio sono onnipresenti, in cui dal fango del cortile si alzano le sagome sgraziate dei silos dei mangimi, la vita può effettivamente trasformarsi in un incubo, soprattutto per una ragazzina che fatica a percepire l'amore dei genitori.
 Jas si chiude così in uno stinto giaccone rosso e decide di non toglierselo più; non solo, come farebbero altri preadoloscenti, per nascondere agli occhi del mondo le incipienti trasformazioni subite dal suo fisico o per dimenticarsi di esse, ma anche - da una parte - per proteggere un corpo di cui, dal momento della morte di Matthies, sente tutta la fragilità, e - dall'altra - per innalzare una barriera tra sé e la fattoria, tra sé e il mondo in cui è costretta a vivere: per tenere lontane, insomma, persone e cose che le risultano sgradite. 
 Nel frattempo, ella coltiva in segreto il desiderio di fuggire dalla fattoria e dal polder, di raggiungere l'altra riva del lago, quella in prossimità della quale Matthies è sprofondato nel ghiaccio, quella dove, forse, una vita diversa sarebbe possibile. Quella che a poco a poco diventa il simbolo di ogni altrove e, in un certo senso, anche dell'Aldilà, della dimensione nella quale Matthies si è trasferito; nell'ottica stravolta di Jas, infatti, persino la morte può trasformarsi in una condizione da vagheggiare e da corteggiare.
 Il principale sintomo del disagio esistenziale della protagonista è individuabile nel fatto che con il corpo - suo e degli altri -, Jas non riesce proprio a relazionarsi in maniera serena: quando esce dal giaccone, il suo corpo diventa un pezzo di carne da sottoporre a ogni sorta di strano esperimento, che si tratti di atti autolesionistici (piantarsi una puntina nella pancia poco sotto l'ombelico e lasciarla lì fino a quando non fa infezione) o di pratiche che rimagono a metà tra la tortura e la libidine (come quando, con la scusa della stitichezza, chiede al fratello maggiore Obbe di infilarle un dito dentro l'ano e, notando la sua erezione sotto i pantaloni, si domanda che effetto farebbe il pene di Obbe dentro di sé). Il corpo dei genitori, osservato con apprensione (per la patologica magrezza della madre o perché Jas sospetta che la madre e il padre "non si accoppino più") e con repulsione, diventa emblema della schiavitù dell'uomo ai meccanismi inesorabili di una natura cieca e spietata. I corpi del fratello Obbe e della sorella Hanna, in cui vede i segni di quello sviluppo sessuale in virtù del quale ella stessa verrà sputata fuori dall'infanzia, costituiscono per Jas una sorta di enigma che bisogna risolvere per capire come liberarsi dalla morsa emotiva che la tiene prigioniera.
 Da questo singolare labirinto di sofferenza psicologica, purtroppo, Jas non saprà individuare l'uscita; imboccando la strada sbagliata giungerà, per volontà o per errore, a porre fine alla propria storia nella maniera più tragica: tentando l'ennesimo strambo esperimento, si chiuderà nel grande congelatore presente nella cantina della propria casa, forse nell'illusione di seguire Matthies per il freddo sentiero infero lungo il quale il fratello si è suo malgrado incamminato.
 Il romanzo si avvale di una scrittura sussultante e lampeggiante, ipnotica e magnetica - quasi psichedelica - che ha sicuramente una sua efficacia, ma che appare a conti fatti un po' manierata nella ricerca insistita, quasi sistematica, di effetti sgradevoli, di una rappresentazione disturbante della realtà, che è il vero tratto distintivo della poetica dell'autrice, e ha la pretesa di essere utilizzata come strumento conoscitivo e scandaglio critico.
 Il personaggio di Jas - detentore unico del punto di vista narrativo -, nella psicosi ossessiva in cui degenera il suo affanno, è il principale punto di forza di questa strategia letteraria, in virtù della quale l'immagine della protagonista viene ingigantita tanto da risultare assolutamente memorabile; contemporaneamente, però, nel suo specchio deformante, il riflesso del mondo che la circonda - che è la causa prima del suo profondo disagio - rischia di risultare un po' appannata, rendendone più difficile l'analisi e menomando in qualche modo l'esperienza del lettore.
 
In poche parole: il libro, caratterizzato da una prospettiva allucinata, da una scrittura strategicamente disordinata e dalla ricorrenza di situazioni disturbanti, consta della storia drammatica, raccontata in prima persona, di Jas Mulder, una ragazzina olandese che, nella deprimente atmosfera della fattoria in cui vive, tenta di elaborare il lutto per la morte del fratello maggiore. Il disagio psichico da cui Jas è afflitta, aggravato dalla mentalità bigotta e sessuofobica in cui l'hanno cresciuta i suoi genitori - portatori di una religiosità rigida e fanatica - renderanno questo tentativo impossibile e condurranno la ricerca della ragazzina di una via d'uscita dalla situazione di cui si sente prigioniera a un esito tragico.
 
Voto: 6,5    

domenica 13 settembre 2020

Sara Loffredi, "Fronte di scavo", Einaudi

  Il romanzo consta della storia di un uomo e dei suoi tormenti incastonata nella più grande avventura di una delle maggiori imprese ingegneristiche dell'Italia novecentesca: la realizzazione del traforo del Monte Bianco, il tunnel stradale lungo 11,6 km che si sviluppa sotto la più alta montagna d'Europa, concepito nel 1946 da Dino Lora Totino e realizzato fra gli anni cinquanta e gli anni sessanta per collegare Italia e Francia (lasciandosi simbolicamente alle spalle gli orrori della Seconda guerra mondiale e celebrando una nuova stagione di pace e prosperità per il continente intero).
 Protagonista e narratore della vicenda raccontata è Ettore, un ingegnere milanese trentacinquenne specializzato nella realizzazione di gallerie che, nel maggio 1961, viene chiamato a lavorare al cantiere che due anni prima si è aperto a Courmayerur, in località Entrèves. Ettore è un figlio d'arte: secondogenito di uno stimatissimo professionista milanese scomparso quand'egli era ancora un ragazzo, ha intrapreso la carriera che era stata pensata per il fratello maggiore Giovanni, dopo che quest'ultimo ha dapprima deciso di sottrarsi all'ombrello protettivo del genitore scegliendo gli studi di economia, e poi - forse schiacciato dai sensi di colpa in seguito alla morte del padre - si è chiuso in un silenzio sempre più impermeabile, fino a non parlare più del tutto e a essere ricoverato in una clinica per malati psichiatrici.
 Il tempo della storia va dal maggio del 1961 all'agosto del 1962, quando l'ultimo diaframma di roccia cade, l'escavazione della galleria termina e le due squadre di lavoro italiana e francese si incontrano come stabilito a metà del percorso. Da quel momento ci vorranno ancora quasi tre anni prima che l'opera venga ufficialmente inaugurata e aperta al traffico automobilistico; e tuttavia la narrazione si proietta principalmente non verso il futuro ma verso il passato, guardando agli antefatti che precedono l'inizio dell'escavazione da una parte, e ai momenti decisivi del processo di crescita di Ettore dall'altra.
 Per il protagonista, oltre ai passaggi nodali della morte del padre e dell'impazzimento del fratello ha contato soprattutto la fase dell'amore per la bella Giulia, una contadina sua coetanea che a quattordici anni, all'epoca dello scoppio della guerra, egli frequentava al paese sul lago di Como del quale il padre era originario e dove la sua famiglia aveva comprato una villa in cui passare le vacanze. 
 La sensualità travolgente e il vitalismo di Giulia hanno "salato il sangue" per sempre ad Ettore; ma la memoria della ragazza è per lui legata soprattutto all'"incidente" che li ha visti protagonisti. In seguito alle loro prime timide, travolgenti e appassionate esperienze erotiche, infatti, Giulia è rimasta incinta, con grande scandalo degli adulti, e da quel momento in avanti le rispettive famiglie hanno impedito ai due ragazzi di continuare a vedersi. 
 Poi è venuta la guerra, la morte del padre, la vendita della villa sul lago; Ettore ha perso la possibilità di avere qualsiasi contatto con Giulia, e solo anni dopo, quasi per caso, è venuto a sapere della morte di parto della ragazza, mentre stava per dare alla luce il suo terzo figlio. Il rammarico, la tristezza profonda e un soffocante senso di oppressione per tutto ciò che è avvenuto hanno poi portato Ettore a decidere di non sposarsi mai e a rifiutare legami stabili.
 
Sara Loffredi
 
  Accade però che nel cantiere del traforo il passato di Ettore paia ripresentarsi inopinatamente nelle vesti di Nina, una delle donne che servono alla mensa destinata a operai e dirigenti. Nina, lecchese d'origine e milanese d'adozione, è in fuga da un amore impossibile che l'ha portata lontano da suo marito, per legarsi a un medico (anch'egli sposato) dell'ospedale del capoluogo meneghino in cui prestava servizio come infermiera. Trasferitasi a Courmayeur, ha portato con sé il figlio piccolo, Arturo detto Artù. 
 Il fascino malinconico di Nina - con tutto il carico di sofferenze dovute a una storia proibita che si porta dietro - e la vispa curiosità di Artù conquistano Ettore, dividendolo dal migliore amico che si è fatto Courmayeur: Hervé, il capocantiere, che ha insegnato al protagonista ad amare e a vivere la montagna, e che è anch'egli innamorato della donna.
 Il tarlo interiore di Ettore, i fantasmi del suo passato, i suoi sentimenti contrastanti verso Nina ed Hervé, l'idea che sia impossibile amare senza violare si legano in maniera quasi archetipica alla sensazione che il tunnel che si sta scavando costituisca un abuso nei confronti della sacra intangibilità della "Regina bianca" delle Alpi. Questa sorta di ossessione arriva a togliere il sonno al protagonista, a riempirlo di un terrore superstizioso che rischia addirittura di farlo impazzire. Ad aiutarlo è un singolare personaggio, il gigantesco e barbuto Samiel, uno dei misteriosi rabeilleur della valle, un guaritore capace di sistemare tanto un'articolazione fuori posto quanto una mente afflitta da una sofferenza di cui non si conosce l'origine.
 Fra gli incidenti che funestano il cantiere e la corsa per arrivare prima dei francesi alla "progressiva" 5800, punto di arrivo dell'escavazione dal versante italiano del traforo, Ettore riuscirà a poco a poco a fare pace con se stesso e con l'amico Hervé, e a placare gli spettri che gli si agitano dentro. Anche Nina, dopo aver rischiato di morire sotto una gigantesca valanga, riuscirà a riprendere possesso della propria vita, anche se il suo nuovo inizio porterà lei e Artù lontano da Ettore.
 L'aspetto più interessante del libro è la sua capacità di raccontare il lavoro anche dal punto di vista tecnico (i rilievi compiuti dalle cime alpine dal geometra Alaria con il teodolite; il fronte di scavo con il carroponte, la trivellazione della parete, l'inserimento dell'esplosivo al plastico; il drenaggio dell'acqua che si infiltra nella roccia; la convessità da conferire al letto del tunnel; la rimozione dei detriti; la messa in sicurezza e l'armatura delle pareti; il procedere dei lavori a sezione parziale, ecc.), cosa che avviene molto raramente nell'ambito della letteratura italiana.
 I personaggi più riusciti sono forse quelli del capocantiere Hervé e del rabeilleur Samiel; quest'ultimo avrebbe forse meritato un maggiore sviluppo. 
 La storia d'amore fra Ettore e Nina, poi, inserita probabilmente per rendere più facilmente palatabile il romanzo per il lettore medio, sa un po' troppo di sceneggiato televisivo per integrarsi al meglio nel corpo scabro della narrazione assumendo un rilievo davvero significativo nell'ambito dei valori letterari che vengono estrinsecati.

Voto: 6 +

domenica 6 settembre 2020

Jesmyn Ward, "La linea del sangue", NN Editore

   

 Nonostante Where the Line Bleeds sia il primo libro di Jesmyn Ward (pubblicato nel 2008) e il primo atto della trilogia di romanzi ambientati a Bois Sauvage - nella regione del delta del Mississippi -, al pubblico italiano arriva in traduzione solo ora, dopo gli altri due più recenti capitoli della saga, famosi per aver fruttato all'autrice per ben due volte il National Book Award: Salvare le ossa e Canta, spirito, canta
 Al centro del tessitura romanzesca c'è sempre quell'ambiente particolarissimo fatto di acquitrini, terra rossa e compatta, vegetazione rigogliosa, torbidi fondali marini, aria umida e insetti; un ambiente dominato da sapori e odori forti, popolato da gente povera e orgogliosa, per lo più di colore, erede della cultura creola francese, capace di costruirsi da sola e con mezzi di fortuna le proprie abitazioni e di sopravvivere agli uragani e al razzismo dei bianchi.
 Protagonisti della narrazione, in questo caso, sono Joshua e Christophe, due gemelli di diciotto anni che sono stati cresciuti dalla nonna, l'anziana Ma-mee: il padre Sandman, infatti, si è totalmente disinteressato di loro fin dalla nascita, schiavo di una tossicodipendenza che finisce per ridurlo, ancora giovane, a una specie di relitto umano; la madre Cille, invece, si è trasferita ad Atlanta per cercare un lavoro quando i due ragazzi avevano solo 5 anni, e da quel momento, pur inviando periodicamente del denaro per il loro sostentamento e pur facendo ogni tanto visita alla famiglia, ha rappresentato soprattutto un grande vuoto nella vita dei suoi figli.
 Ora, l'esistenza di Joshua e Christophe sembra arrivata ad una svolta: terminata la scuola superiore e ritirato il diploma (alla cerimonia hanno dovuto constatare ancora una volta con rammarico l'assenza di Cille, che speravano decidesse di farsi viva all'ultimo momento), si apprestano, fra un ultimo bagno nel fiume, una partita a basket con gli amici e una canna fumata per rilassarsi, ad affrontare la loro prima estate da adulti.
 La ricerca del lavoro comincia quasi subito, anche se la zona in cui vivono non sembra offrire molto, al di là di un impiego come cameriere o commesso (da McDonald's, Burger King, Walmart o Sonic), le pulizie o la cura del verde nelle case dei bianchi ricchi ai margini del Bayou, il facchinaggio al porto o ai cantieri navali. Joshua è più fortunato del fratello, e viene assunto molto presto ai cantieri navali (un lavoro faticoso ma ben retribuito); Chris, invece, non trova nulla di meglio da fare che mettersi a spacciare erba a Bois Sauvage. Del resto, Cille ritiene che i suoi obblighi di mantenimento nei confronti dei gemelli siano terminati, e l'adorata Ma-mee, che ormai è quasi cieca, non può più contribuire in alcun modo alle entrate della famiglia.
 A separare i due fratelli, che fino a quel momento hanno sempre vissuto praticamente in simbiosi, c'è poi il fatto che Joshua ha trovato una ragazza - la graziosa Laila, che da tempo aiuta lui e Chris a tenere in ordine le loro chiome selvagge raccogliendole in ordinate treccine -, e questo fa sentire Christophe inadeguato, fuori posto, sempre un passo indietro. Per di più, succede che, dopo molti anni, torni a farsi vedere nei paraggi Sandman, confuso e malmesso come non mai, ma determinato - pare - a riprendere contatto con i figli che fino a quel momento non ha mai calcolato. 
 
Jesmyn Ward
 
 Mentre, con l'avanzare dell'estate e il crescere dell'afa, uno dei periodici uragani che flagellano la regione si avvicina minacciosamente al Mississippi - costringendo gli abitanti a proteggere le finestre delle case con delle assi di legno -, le tensioni che si sono accumulate intorno a Chris esplodono tutte insieme. Il suo rapporto con Ma-mee (che ritiene di averlo cresciuto in maniera tale che si tenesse lontano dalle cattive compagnie e dall'illegalità) si fa più difficile e ambiguo, la presenza di Cille - tornata a Bois Sauvage per una breve visita - non fa altro che complicare le cose, la perdurante impossibilità di trovare un lavoro "normale" lo spinge verso la tentazione di spacciare anche droghe pesanti, il ponte comunicativo con il fratello si interrompe, la petulanza di Sandman lo esaspera. 
 La catastrofe averrà quando, a casa di Javon, uno dei grossi spacciatori che fornisce a Chris le dosi da distribuire ai tossici della zona, il ragazzo incontrerà nuovamente Sandman, arriverà con lui allo scontro fisico e ne sarà gravemente ferito all'addome con un coccio di vetro. 
 Trasportato di corsa all'ospedale da Joshua, anch'egli feritosi poco prima sul lavoro ad entrambe le mani, Christophe riuscirà fortunosamente a sopravvivere. Durante la convalescenza, circondato dall'affetto dei famigliari e dalle cure amorevoli del fratello, il ragazzo riuscirà a ritrovare il proprio equilibrio e la serenità perduta.
 La trama del romanzo, come si vede, è meno articolata e vivace di quella degli altri libri di Jesmyn Ward; è questo, soprattutto, un testo ricco di atmosfere e di suggestioni, di personaggi appartenenti a un'umanità umile, "sporca" e imperfetta, travagliata da mille problemi, ma tenacemente legata al proprio mondo e impregnata di un'infinita tenerezza.
 Ciò che in gran parte inevitabilmente si perde nella traduzione è il sapore intenso dell'impasto linguistico creato dall'autrice per rappresentare al meglio il pezzo di realtà su cui focalizza la propria attenzione. Non vengono meno, però, né il piacere della lettura, né la capacità del testo di trasmettere le vibrazioni profonde che attraversano quell'universo a sé che è Bois Sauvage, l'eco carica di fascino di quella singolare, armonica dimensione storica, sentimentale e antropologica nella quale sono immersi i suoi abitanti.
 
Voto: 6,5